Economia, energia e globalizzazione
Salviamo il mondo! Ma non nel mio giardino…
Da quando lavoro, una delle prime parole che ho appreso è Nimby, acronimo Inglese di “Not In My BackYard”, traducibile con “Non nel mio giardino”, termine che in Italiano forbito recita “Forma di protesta attuata da un gruppo di persone o da una comunità locale contro

Da quando lavoro, una delle prime parole che ho appreso è Nimby, acronimo Inglese di “Not In My BackYard”, traducibile con “Non nel mio giardino”, termine che in Italiano forbito recita “Forma di protesta attuata da un gruppo di persone o da una comunità locale contro opere e attività di interesse pubblico che hanno o potrebbero avere effetti negativi sulla loro area di residenza”.
In termini non tecnici, tutti quelli che protestano contro qualunque attività pseudoindustriale. Ho vissuto (subito) i comitati contro gli impianti di trattamento rifiuti in particolare, scontrandomi con l’ideologia più assurda. Quando parlo di ideologia intendo il piegare gli stessi argomenti a favore o contro, a seconda della situazione politica. Comitati che in una zona protestavano contro gli impianti perché di una fazione politica, erano a favore con gli stessi argomenti in un altro contesto perché al governo “ci sono i nostri”. Quello che accade oggi quindi mi stupisce fino ad un certo punto. Sono centinaia i progetti bloccati o rallentati da questi comitati, di varia natura ed estrazione.
Non stupisce quindi che la Todde renda la Sardegna tutta “area non idonea” per le rinnovabili, quando il suo partito ed i suoi alleati si vantano di promuovere politiche 100% rinnovabili e Netzero2050. Partito ed alleati che tacciono, svicolano, si imbarazzano e si guardano bene dal commentare. Anche perchè in Toscana, in Lazio ed in altre zone sono gli esponenti del PD a “fare le barricate” contro parchi eolici, stoccaggi a batteria etc.
Ci sono poi i VIP (tutti o quasi ambientalisti dichiarati di sinistra, ci mancherebbe), che promuovono petizioni contro le gigantesche pale eoliche che oscurerebbero il Duomo di Orvieto. (https://www.corriere.it/cronache/24_settembre_25/lazio-la-petizione-contro-l-impianto-eolico-la-lettera-di-cento-intellettuali-a-mattarella-turbine-alte-piu-di-quattro-volte-il-duomo-di-orvieto-2eb69dce-52ae-498b-8ff4-8a903d2d9xlk.shtml)
Ci sono poi gli stessi ambientalisti che vogliono salvare il pianeta a tutti i costi, non c’è tempo etc ma restano contrari al nucleare che sarebbe la tecnologia più rapida per ottenere i risultati tanto desiderati.
Da dove nascono tutte queste contraddizioni? Perché queste evidenti dissonanze cognitive, voltafaccia continui, guerre all’essere il più verde dei verdi? E soprattutto, che senso ha? Ma soprattutto, è davvero sorprendente? Onestamente, no.
Se ci fermiamo un attimo a guardare oltre gli annunci, se grattiamo la superficie patinata dell’ambientalismo da sfilata o da social, meglio ancora, osserviamo fenomeni di questo tipo:
- Voglio sia fatta la raccolta differenziata, ma non voglio i bidoni vicino a casa e non voglio gli impianti di trattamento
- Non vogliamo discariche ed inceneritori, vogliamo rifiuti zero ma non sappiamo cosa voglia dire (Spoiler, non esiste)
- Viva la bicicletta, facciamo vacanze sostenibili andando in aereo in giro per il mondo per fare le foto e far vedere quanto siamo bravi
- Basta buste di plastica, viva gli shopper in cotone o altro, che accumuliamo negli armadi e complessivamente inquinano di più del monouso (a meno che non le usiate centinaia di volte)
- Viva le rinnovabili, ma ste bollette perché sono così care?
- Il consumismo è troppo impattante, poi tutti su Temu e Shein (https://www.open.online/2024/09/25/shein-antitrust-inchiesta-pubblicita-ingannevole/) (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/shein-lato-oscuro-re-fast-fashion-lavoratori-schiavi-tessuti-tossici-inquinamento/55bd7870-56f4-11ee-a17f-69493a54d671-va.shtml)
Potrei continuare con decine di esempi del genere, di piccole e grandi ipocrite contraddizioni che sono il brodo di coltura delle situazioni di cui sopra.
Alla fine dei conti, resta sempre un enorme e difficile passo da compiere, che poi è il motivo vero dello deflagrare di tutte le situazioni micro e macro descritte sopra: il fare, il mettere in pratica, il concretizzare comportamenti ed iniziative imprenditoriali e personali.
Perché alla fine la prima vera sostenibilità a cui si guarda è quella economica, che sia un investimento da decine di milioni in un impianto quale esso sia, o di pochi euro per un vestito. Poi si guarda al resto.
Questo apre un altro, fondamentale campo di battaglia, forse il più sanguinoso e cruento: quello sugli incentivi. Ci torneremo.
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