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Un quarto di secolo fa, finiva prematuramente la fine della Storia

Venticinque dopo, l'11 settembre continua a rappresentare il punto di rottura tra l'ottimismo della fine della Storia e l'ingresso dell'Occidente in una nuova stagione di conflitti. Dal nichilismo jihadista alla guerra al terrore, fino alla trasformazione dell'America e dell'Europa, quelle immagini hanno segnato non soltanto l'inizio

Un quarto di secolo fa, finiva prematuramente la fine della Storia
Carmelo PalmaCarmelo Palma11/09/2026Aggiornato 17/10/20263 min lettura601 parole

Il ritorno del demone nichilista

Per dirla sbrigativamente, oggi, venticinque anni fa, finiva la fine della storia e iniziava la fine dell’Occidente.

Gli aerei che si schiantarono sulle Torri Gemelle e sul Pentagono, spiegò André Glucksmann in Dostoevskij a Manhattan, sembravano, anche a macerie fumanti, qualcosa di impossibile e non solo di imprevedibile, ma non erano affatto inimmaginabili, per chi avesse un minimo di memoria e immaginazione letteraria, perché segnavano la fragorosa irruzione del demone nichilista sulla scena geopolitica, nella forma del fanatismo religioso, che non è il contrario, ma semplicemente il rovescio del: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Anche se Dio esiste e io sono la rotella e la coscienza del suo ingranaggio.

Una guerra diversa

L’11 settembre del 2001 arrivò nel cuore stesso dell’Occidente una guerra del tutto diversa da quella che si sapeva, fino a quel momento, di dovere combattere e si era fiduciosi di potere vincere, per una indiscutibile superiorità tecnologica, economica e militare.

Si trattava di una guerra di cui la morte non era più un mezzo, ma il fine, non la pars destruens, ma quella construens dell’ordine politico e che partiva dal buco nero del medioevo islamico sunnita, che l’Occidente aveva tollerato nel suo fanatismo apparentemente inoffensivo, se non per le vittime domestiche, e manovrato come un fedele alleato contro i propri nemici.

Dalla fine della Storia alla jihad

Tra la caduta del Muro di Berlino e quella del World Trade Center trascorrono meno di dodici anni. La fine della storia, che per Francis Fukuyama non era il “fermo” definitivo degli eventi e dei conflitti, ma, sconfitti il fascismo e il comunismo, il tramonto di ogni possibile alternativa ideologica globale all’universalismo liberale, durò davvero pochissimo, perché i diciannove dirottatori di Osama Bin Laden non uccisero solo tremila persone, ma affermarono anche l’esistenza di una nuova alternativa, di un polo negativo della storia di mostruosa e inafferrabile profondità non solo geografica, ma spirituale.

Il terrorismo open source islamista, più che un progetto di conquista, apparve subito come una forma di diffusione molecolare e di organizzazione politica della paura – la jihad come epidemia del terrore – gestita con risorse tutto sommato modeste, ma con ambizioni smisurate.

L’Occidente che si perde

L’Occidente non sarebbe stato conquistato, ma si sarebbe potuto perdere in un labirinto di sensi di colpa e di reazioni inconsulte, di sindromi di Stoccolma e di rinnegamenti della propria stessa cifra civile nell’economia della morte dettata prima da Al Qaeda e poi dall’Isis. Non è avvenuto proprio questo, ma qualcosa si è spaccato.

Gli Usa di Bush reagirono all’attacco con la magari ingenua, ma generosa controffensiva neocon e con il sogno di un internazionalismo democratico, tramontato nella fuga vergognosa dall’Afghanistan decretata da Trump e gestita da Biden. L’America di oggi è più figlia dell’11 settembre di quella di un quarto di secolo fa.

La vittoria militare e la sconfitta spirituale

Non si può dire che l’Occidente e in particolare gli Stati Uniti non abbiano saputo prendere le misure militari a questa minaccia. Dal 12 settembre 2001 alla fine del 2025 il terrorismo islamista ha ucciso meno di mille persone fra Europa occidentale (la grande parte) e Stati Uniti (poco più di cento, meno di quelle mietute dal terrorismo di destra).

Ma l’Occidente alle prese con la sfida islamista, anche diversa da quella puramente terrorista di Bin Laden, è un Occidente spiritualmente diverso, meno fiducioso, meno profetico, meno globale, meno aperto e soprattutto meno universalistico. Dove non sono arrivate le tragedie del secolo breve, è arrivata la teologia politica nichilista dei salafiti nascosti nelle grotte dell’Afghanistan liberato dal comunismo.

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