Guerra ibrida e disinformazione

“Vai a leggere i commenti su internet”

Rispondendo ad una domanda sulla (inesistente) questione ebraica in Ucraina (qui il video), lo scorso settembre Putin, forse involontariamente, ha calato la maschera su quella che è la principale strategia della Russia nell'infowar contro l'Occidente: i commenti su internet. È qualcosa di risaputo, ma il fatto

Ander Bruckestand11/02/2024Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.228 parole

Rispondendo ad una domanda sulla (inesistente) questione ebraica in Ucraina (qui il video), lo scorso settembre Putin, forse involontariamente, ha calato la maschera su quella che è la principale strategia della Russia nell’infowar contro l’Occidente: i commenti su internet. È qualcosa di risaputo, ma il fatto che Putin ne parli è assolutamente degno di nota.

Può essere utile soffermarsi su queste parole per trarre delle conclusioni più generali.

Bisogna chiedersi innanzitutto perché Putin abbia deciso di parlare dei commenti su internet. Ovviamente non perché li legga: non è un’attività a cui normalmente si dedica un uomo di potere, tantomeno nel mezzo di una guerra. È più facile che li scriva, nel senso che dia le linee guida della propaganda che poi le fabbriche di troll diffonderanno sui social media. Quello che Putin conosce perfettamente, infatti, sono le strategie della guerra ibrida che la Russia ha mosso nei confronti dell’Occidente, e sa benissimo che inondare internet di commenti pro-Russia è il nocciolo centrale di tale strategia. Su cui la Russia ha investito milioni di dollari. Ad esempio questo articolo di Business Insider parla di un budget mensile di 1,25 milioni di $ per un’unica troll farm. L’articolo è del 2018, in epoca pre-invasione su larga scala: è verosimile che oggi, con le elezioni europee e americane alle porte, sia stato incrementato sensibilmente. Ed effettivamente l’attività dei troll su Twitter/X sembra molto aumentata: in Germania è stata da poco identificata una rete di 50.000 profili fake che nell’arco di un mese, da dicembre 2023 a gennaio 2024, ha prodotto più di un milione di tweet pro-Russia.

In Russia scrivere commenti su internet è un lavoro vero e proprio. Marta Ottaviani in”Brigate Russe” ha dedicato un intero paragrafo al tariffario dei troll: da 130 a 1000$ al mese nel caso dei blogger, a seconda della loro attività. E se un post è particolarmente efficace e raggiunge un’ampia diffusione, può essere pagato anche 7000$. Il tariffario è stato poi implementato anche per i social network: 3$ a tweet, 4$ per commenti più lunghi, 7$ per discussioni intere. Per chi ha molti follower, un singolo tweet può essere retribuito fino a 400$: più della metà del salario medio mensile russo. Per citare sempre Marta Ottaviani, l’obiettivo di tali campagne social è quello di creare”un sistema in cui la realtà parallela diventa regola, dove tutto può essere il contrario di tutto e dove l’unica certezza è che non si può essere certi di nulla”. Insomma, la lezione di Surkov, il”Ministro della Propaganda” di Putin, è stata pienamente appresa e viene quotidianamente implementata.

Quando capita di leggere i filorussi sui social, se si ha l’impressione che siano distaccati dalla realtà, in balia di false certezze e talvolta addirittura con disturbi psichiatrici, è perché spesso, probabilmente, è così.

Quando si è sottoposti per anni ad input derealizzanti, continui e monodirezionali (un minuscolo esempio nella sequenza d’immagini con l’orso qui in basso),

in una direzione che è divergente rispetto a quella delineata dai dati di fatto, la conseguenza non può che essere il completo distacco dal reale o, se vogliamo, l’acquisizione di una predisposizione psicologica a ritenerlo irrilevante. Questa è un’importante differenza tra la propaganda russa e quella occidentale: quest’ultima si basa più sull’enfatizzazione di determinati aspetti della realtà, magari impattanti dal punto di vista emotivo, ignorandone altri. Ovviamente anche qui ci sono le bugie. Ma la propaganda occidentale, di norma, non cerca di strutturare attorno al proprio target una realtà parallela basata sulla totale negazione, se non addirittura sul totale capovolgimento, dei dati di realtà. Quella è specialità sovietica, e grazie all’avvento dei social la Russia di Putin è riuscita a fare un inquietante salto di qualità. 

Che un teatrante, Surkov, sia stato per anni l’eminenza grigia della propaganda putiniana, non è un caso: la realtà parallela russa è costituita da una scenografia, un copione, degli attori, ed una platea che assiste ignara alla recita. Talvolta scegliendo di esserlo: ovvero scegliendo di spegnere ogni tipo di resistenza logica e razionale, persino morale, che è ciò che consente di discernere tra realtà e finzione e di rigettare ogni tentativo di spacciare l’una per l’altra. E quindi mentre qualcuno è stato ridotto alla malattia psichiatrica inconsapevole di ciò che stava subendo, altri hanno scelto di abbandonarsi alla realtà parallela, perché quella versione della realtà che andava in scena era di loro gradimento. A differenza, probabilmente, della propria vita.

La guerra cognitiva che i russi stanno conducendo contro l’Occidente sui social, in fondo, non è altro che questo: fare leva sul disagio esistenziale di alcuni per offrire loro l’illusione di un’alternativa che non c’è. E sfruttare il distacco che si viene così a determinare per indebolire le nostre società, a favore del perseguimento degli interessi della Russia. L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 ne è una drammatica testimonianza.

Ritornando alla frase di Putin, è evidente che se il tuo nemico ti dice”vai a leggere i commenti su internet”, è perché vuole che tu li legga. E lo vuole perché sa che leggerli ti arreca un danno. Che su quella linea del fronte è molto più forte di te. Sa che su internet la sua propaganda circola meglio, da cui anche la crociata contro il”mainstream” e le TV, in cui la propaganda di uno Stato straniero ha più difficoltà a diffondersi. Può venire filtrata, contraddetta, messa in discussione, silenziata. Su internet non è così, in particolare sui social network, che tendono a funzionare per echo chambers piuttosto impermeabili alle perturbazioni esterne. 

Io, personalmente, non ricordo di leader occidentali che abbiano mai detto”vai a leggere i commenti su internet” per giustificare la propria posizione politica. Da un lato è giusto così, perché internet non è espressione della società, ma dà voce solo ad una parte di essa. Non necessariamente quella migliore. Anzi. Dall’altro lato, però, ignorare questo aspetto della guerra ibrida ci impedisce di prendere le contromisure necessarie. Il Digital Services Act approvato nel 2022 dal Parlamento Europeo è una misura blanda ed insufficiente. Ma soprattutto, l’opinione pubblica occidentale è totalmente ignara del fatto che ogni volta che si accede al proprio account Twitter o Facebook, si finisce sul fronte dell’infowar. Che lo si voglia, oppure no. Che lo si sappia, oppure no. È attraverso questa mancanza di consapevolezza, oltre che attraverso altre brecce che attengono più alla sfera psicologica individuale, che l’ago della propaganda russa è riuscito ad avvelenare le nostre società.

In un’intervista del 2021 al Financial Times, Surkov ha affermato che”un’overdose di libertà è letale per uno Stato”. Ha ragione. Ed i russi, ma anche i cinesi e gli iraniani, stanno cercando di sfruttare i nostri eccessi di libertà per distruggere le nostre democrazie. E ci stanno riuscendo.

Trovo incredibile che questo gigantesco problema, e la ricerca delle possibili soluzioni, non sia oggetto di un ampio dibattito pubblico. Non solo in Italia, ma anche altrove. Ad essere messa in discussione è la nostra stessa sopravvivenza. E per sopravvivere dobbiamo, una volta per tutte, trovare il modo di rafforzare le nostre democrazie senza snaturarle. Con la guerra in Ucraina i nodi sono venuti al pettine: dobbiamo capire qual è il giusto bilanciamento tra la libertà di espressione e l’esigenza di non esserne danneggiati; qual è il limite fra cattiva informazione, non auspicabile ma comunque lecita, e disinformazione consapevole e colpevole, finalizzata ora ad indebolire le nostre istituzioni, ora a lacerare il nostro tessuto sociale, ora a ridurre una parte degli occidentali a zombie depensanti che bramano l’autodistruzione per soddisfare l’agenda politica di potenze straniere. 

Il problema non è solo politico, non è solo di sicurezza nazionale, non è solo legislativo, non è solo d’informazione, non è solo psicologico, non è solo filosofico. È tutte queste cose insieme.

E va affrontato con estrema urgenza.

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