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Breve storia delle mutande. Ovvero, quello che generazioni hanno cercato di nascondere
Dai gonnellini scozzesi ai mutandoni di lana, dalle dame senza mutande agli slip firmati: storia di un indumento che, nato per restare nascosto, ha finito per farsi ammirare. Con sempre meno tessuto e prezzi sempre più alti.

Esiste una domanda che tutti si pongono da secoli e alla quale nessuno è mai riuscito a dare una risposta definitiva: che cosa portano gli scozzesi sotto il gonnellino?
La risposta ufficiale, almeno secondo i più rigorosi custodi della tradizione, è niente. Quella più logica è che dipenda dalla temperatura, dall’occasione e dalla prudenza del singolo scozzese. Il cosiddetto true Scotsman dovrebbe affrontare le intemperie senza alcuna protezione supplementare. Una scelta coraggiosa, soprattutto in un paese dove il vento non manca e le temperature raramente invitano all’esibizionismo, neppure sotto l’effetto di qualche bicchiere di whisky.
Ma sarebbe ingiusto riservare agli abitanti delle Highlands tutta la nostra curiosità. Per gran parte della storia dell’umanità le mutande, così come le conosciamo oggi, non sono esistite. E, incredibilmente, quando sono comparse non tutti hanno accolto la novità con entusiasmo.
I greci, sotto il peplo e il chitone, non disponevano certo dell’assortimento di un moderno negozio di biancheria intima. Esistevano fasce, perizomi e indumenti destinati a particolari attività, ma niente che somigliasse a un uso generalizzato delle mutande.
I romani conoscevano il subligaculum, una striscia di tessuto annodata ai fianchi e passata fra le gambe. Lo utilizzavano, fra gli altri, atleti e gladiatori, per i quali una certa protezione era consigliabile, anche se probabilmente non costituiva la principale preoccupazione durante i combattimenti nell’arena.
Le donne romane potevano indossare fasce per sostenere il seno, ma non bisogna immaginare che sotto ogni stola si nascondesse un completo coordinato. Quanto alle matrone più rispettabili, il pudore era una virtù rigorosamente prescritta, indipendentemente dagli strati di stoffa necessari a garantirlo.
Il Medioevo non portò grandi rivoluzioni. Gli uomini adottarono diffusamente le brache, più o meno lunghe, mentre per le donne europee la camicia di lino, indossata direttamente sulla pelle, rimase per secoli l’indumento intimo fondamentale.
Arriviamo così al Settecento, quando l’abbigliamento femminile raggiunse vertici di complicazione difficilmente immaginabili. Una dama dell’aristocrazia poteva indossare camicia, busto irrigidito, numerose sottogonne e strutture laterali capaci di farle occupare, da sola, buona parte di un salotto.
Eppure, sotto quell’imponente costruzione, generalmente non portava mutande nel senso attuale. Non era una dimenticanza, né una manifestazione di disinvoltura morale. Era semplicemente la consuetudine.
Le necessità fisiologiche, del resto, non potevano essere sospese per rispetto dell’etichetta. Smontare ogni volta quell’architettura di stoffe e stecche avrebbe richiesto una squadra di domestiche. Esisteva perciò un curioso oggetto, il bourdaloue: un piccolo pitale ovale, spesso di finissima porcellana dipinta, che poteva essere utilizzato discretamente sotto le ampie gonne.
Secondo una tradizione, il nome deriverebbe dal gesuita Louis Bourdaloue, celebre per i sermoni interminabili. Le dame, pur di non perdere una parola della predica, avrebbero preferito attrezzarsi adeguatamente. La storia non è certa, ma di questi raffinati recipienti si conservano splendidi esemplari nei musei.
Evidentemente, anche per certe necessità, la classe non era acqua.
Il paradosso è delizioso: una società ossessionata dalla decenza considerava normale che una signora rispettabile fosse, sotto un certo punto di vista, assai meno vestita di una donna contemporanea.
Nell’Ottocento cominciarono a diffondersi le mutande femminili, inizialmente lunghe, ampie, spesso ornate di pizzi e merletti. Ma presentavano una particolarità sorprendente: molte erano aperte al cavallo. Si era inventato un indumento destinato a coprire le parti intime, lasciando però un’apertura proprio nel punto più imbarazzante. O attraente, decidete voi.
Non era un capriccio erotico, ma una soluzione pratica, resa necessaria dalla complessità degli abiti. La morale vittoriana poteva così sentirsi soddisfatta e le esigenze quotidiane altrettanto.
Per gli uomini, intanto, prosperavano i mutandoni, lunghi fino alle caviglie, talvolta di lana, considerata particolarmente salutare. Nell’Ottocento il medico tedesco Gustav Jaeger sostenne con convinzione i benefici della biancheria di lana. Immagino che durante un’estate romana non tutti avrebbero condiviso il suo entusiasmo.
Eppure mio nonno portava una combinazione di maglia e mutandoni anche d’estate. Evidentemente la fiducia nella lana era più forte della temperatura.
Il Novecento cambiò radicalmente le cose. Gli abiti femminili si accorciarono, le gonne si alleggerirono e la biancheria dovette adeguarsi. Corsetti e reggicalze contribuivano a sostenere le calze trasparenti, ormai visibili sotto gli orli sempre più alti, senza necessariamente sostituire le mutande. Anche gli uomini cominciarono a liberarsi di qualche decina di centimetri di tessuto.
Nel 1935 comparvero negli Stati Uniti gli slip Jockey, che promettevano un sostegno anatomico fino ad allora affidato a soluzioni assai meno eleganti. Il successo fu notevole: finalmente un indumento maschile poteva vantare qualità tecniche senza essere destinato a un’officina meccanica.
Poi arrivò la pubblicità, e con essa la scoperta che le mutande potevano servire non soltanto a coprire, ma soprattutto a vendere.
Nel 1980 Brooke Shields, appena quindicenne, scandalizzò l’America con una pubblicità dei jeans Calvin Klein, chiedendo che cosa ci fosse fra lei e i suoi Calvin e rispondendo: “Niente”. Alcune emittenti televisive rifiutarono lo spot. La possibilità che una ragazza non indossasse biancheria intima sembrava più sconvolgente di molte altre cose trasmesse quotidianamente in televisione.
Negli anni successivi, fra modelli statuari, elastici con il marchio bene in vista e fotografie sempre più provocanti, la biancheria intima divenne protagonista della comunicazione erotica. Le mutande, nate per non essere viste, pretendevano ormai di essere ammirate.
Nel frattempo comparvero slip sempre più ridotti, boxer, brasiliane, perizomi e tanga. La quantità di tessuto diminuiva mentre i prezzi, soprattutto quelli firmati, seguivano una direzione rigorosamente opposta.
Oggi esistono mutande per ogni occasione: sportive, contenitive, seducenti, invisibili, termiche, modellanti. Alcune promettono di nascondere ciò che abbiamo, altre di valorizzare ciò che vorremmo avere. E non mancano quelle così sofisticate da richiedere istruzioni per l’uso.
Resta però un interrogativo. Dopo millenni trascorsi a inventare indumenti per coprire le nostre nudità, perché dedichiamo tanto ingegno a renderli sempre più piccoli, trasparenti o addirittura invisibili?
Forse gli scozzesi, con il loro gonnellino, avevano capito tutto fin dall’inizio. O forse, più semplicemente, non avevano ancora incontrato un pubblicitario.
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