Società, cultura, storia e idee
Dare responsabilità ai ragazzi è un modo di credere in loro
Affidare responsabilità ai ragazzi significa farli sentire necessari. Dall’infanzia segnata dalla perdita del padre alla vita di una scuola ebraica, il filo che lega le generazioni è sapere che qualcuno conta su di te.

Mancava una settimana al mio nono compleanno quando morì mio padre. Aveva 58 anni. Un infarto fulminante. Mio fratello era un bimbetto seienne tutto riccioli, di cui mi sarei occupata per tutti gli anni a venire. Lo ricordiamo oggi, sono passati 50 anni. Non è stato facile.
Frequentavamo il Lycée français de Milan: i nostri genitori, nati in paesi arabi (lui al Cairo, lei ad Aleppo), volevano che studiassimo nella lingua nobile di Balzac e di Zola. Le regole a scuola erano ferree, gli adulti si rispettavano. Certo, erano gli anni Ottanta, la Milano dei paninari, dove se non potevi permetterti il Moncler eri un po’ fuori dal giro, ma noi avevamo il nostro e ci andava benissimo così. Al cinema in corso Vittorio Emanuele c’erano Il tempo delle mele e Ben Hur, la pizza al trancio da Gino, le feste in casa con i lenti.
La mia piccola famiglia aveva i suoi problemi, ma anche gli amici del cuore non erano da meno. Chi il papà ce l’aveva, o lo vedeva litigare sempre con la mamma, o era malato, o suonava il pianoforte e non lo vedevi mai.
Tutti insieme, però, ce l’abbiamo fatta.
Non eravamo migliori dei ragazzi di oggi. E forse nemmeno più forti. Semplicemente, gli adulti ci affidavano delle responsabilità, e noi imparavamo a portarle.
Non c’erano la geolocalizzazione, il registro online, le foto mandate ai genitori mentre piccoli di due anni giocano con il pongo, le chat di classe che fanno e disfano cattedre e calendari. Dovevi fare il tuo dovere e basta.
E oggi? Dove siamo oggi?
Lo psicologo della nostra scuola, meraviglioso nuovo angelo custode, mi ha detto da subito: è inutile e non funzionale citare un passato che per i ragazzi è preistoria. Ha naturalmente ragione. Ma io un filo conduttore voglio trovarlo lo stesso. In questo grande marasma che a volte ci travolge e ci pare ingestibile.
E la parola chiave rimane responsabilità. Io sono responsabile di qualcosa, di qualcuno. E questo mi fa sentire importante. Dà un senso alla mia vita. Mi fa sentire necessario.
Anche se ho solo nove anni, oppure quattordici, o venti.
Per i nostri ragazzi, che frequentano una scuola ebraica, questo tema è importante: è parte di una cultura che non può prescinderne.
E la responsabilità non è solo individuale: è collettiva.
Israele è appena andato al voto. Affluenza al 77,7 per cento, la più alta da oltre venticinque anni. Uno straordinario segno di coinvolgimento, interessamento, consapevolezza di cui siamo orgogliosi: un popolo intero che si sente responsabile di sé stesso. È un paese in guerra, non c’è da scherzare.
E noi da quaggiù, dai paesi che ci hanno dato i natali, guardiamo e partecipiamo nell’unico modo possibile alla continuità del popolo ebraico. Dando l’esempio, tenendo vive e vivaci le nostre comunità, le nostre scuole, confrontandoci con le altre confessioni, comportandoci da cittadini presenti e consapevoli.
Il nostro nuovo preside è cattolico. È entrato in punta di piedi, eppure con una determinazione, un rispetto e una volontà di comprendere commoventi. E insieme troveremo il modo di aggiustare il tiro, quando serve.
Questo è il filo che cercavo. Non il passato, che per i ragazzi è incomprensibile, ma ciò che resta: sapere che qualcuno conta su di te.
Io l’ho imparato a nove anni, nel modo più duro. A loro vorrei insegnarlo nel modo più bello: a scuola, insieme, ogni giorno.
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