Israele
Israele racconta un’altra idea di gioventù. E ci interroga
Tra i frutteti al confine con il Libano e gli incontri con giovani soldati, un viaggio in Israele interroga il nostro modo di educare: chiedere impegno, offrire sostegno, far sentire ai ragazzi che qualcuno conta su di loro.

La scuola è la mia vita.
Da quando da ragazzina ne feci il mio rifugio nelle intemperie di un percorso da subito accidentato, fino al diploma di educatrice, passando per sei pargoli che l’avrebbero frequentata a lungo.
Me ne occupo ora in maniera più ufficiale, già da parecchi anni.
Tutto ciò che riguarda i bambini e i ragazzi mi interessa, emoziona, interroga, preoccupa, riavvolgendo continuamente il nastro della mia vita.
Per questo seguo sgomenta ciò che accade nella mia città. E non solo. Le piazze deturpate, le parole urlate, le immagini che arrivano da Milano.
E per questo sento di dover assolutamente aggiungere nuovi tasselli a una narrazione nata tre anni fa, come esigenza primaria dopo il 7 ottobre.
Racconti di una madre, ebrea, milanese.
E del paese che le è nel cuore, Israele.
Di ogni esperienza che vivo qui devo rielaborare i pensieri, notare le ambivalenze, imbastire paragoni. Questa volta alla ricerca, forse ingenua, forse utopistica, di una soluzione che renda la nostra gioventù se non più felice, almeno più attrezzata.
Siamo a pochi passi dal Libano. Ci siamo praticamente dentro. Il confine non è una linea sulla mappa: è la collina di fronte, il silenzio che ogni tanto si fa più pesante e ogni tanto è squarciato da esplosioni potenti.
E oggi, qui, si fa volontariato.
A guidarmi tra i filari pieni di piccole mele verdi sono ragazzi di sedici anni. Mi mostrano come staccare il frutto senza rovinare il ramo, quale cassetta riempire, dove fermarsi. Si sono alzati alle cinque del mattino.
Lavoreranno nei campi e nel pomeriggio andranno a scuola e si diplomeranno con molto meno tempo e spazio di quelli che concediamo ai nostri adolescenti. Ce la faranno, e bene. Perché così è quando comprendi quanto un impegno sia realmente necessario.
Adam v’Adama, “l’uomo e la terra”. Un gioco di parole che in ebraico è quasi una dichiarazione di fede: adam, l’essere umano, viene da adamà, la terra. È il nome di questa rete di licei-collegio agricoli nata una decina d’anni fa nel deserto dell’Arava e oggi diffusa dal Golan al confine con Gaza.
Ragazzi e ragazze vivono insieme. La sera lavorano su sé stessi, sul gruppo, sulla responsabilità. Dopo, sarà l’esercito. Lo sanno, non è una scelta né un’imposizione.
Sorridono, si presentano uno per uno, mi chiedono da dove vengo. Ah, l’Italia! Per loro tutto questo è normale. Non c’è retorica nei loro gesti, non c’è posa. Fanno quello che c’è da fare.
Li abbraccio uno a uno. Non voglio piangere. Non capirebbero.
Pochi giorni dopo, un’altra lezione. In un parco dove sorgerà un progetto di sostegno per ragazzi in difficoltà, si festeggia la firma per l’inizio dei lavori.
Ci sono i sindaci di varie città del Nord.
Sul palco cantano quattro soldati, hanno 19 anni.
Tutta la vita davanti, ma forse no.
Voci celestiali, una lunga treccia nera, occhi vividi e lucenti.
Posso dire che sono bellissimi?
Questa volta piango.
Piangiamo tutti.
Dico loro che non sono soli.
Mi guardano straniti, grati.
Forse credono pazzi questi stranieri in visita che li circondano.
Insieme alla commozione sento affiorare, potente, la pena e anche la rabbia.
Da assessore alle scuole a Milano vedo ogni giorno un’altra gioventù. Non peggiore, attenzione. Ma diversa, sofferente. Ansia che arriva presto. Solitudini che si nascondono dietro uno schermo. Aggressività verso un oggetto preciso e che troppo spesso si rivela quello sbagliato.
Ragazzi che hanno tanto e sentono di non contare niente. Famiglie stanche, insegnanti in affanno, una scuola a cui chiediamo di riparare quello che la società intera ha smesso di custodire.
Oggi credo di aver capito qualcosa di più. Da questo luogo dove la guerra incombe sempre e dove formare una famiglia presuppone un coraggio da leoni.
Qui si chiede molto, ma si cerca di dare. Al mattino il frutteto, la sera il gruppo. L’idea è semplice: un ragazzo non è un problema da gestire, è una persona da cui ci si aspetta qualcosa. Lo si sostiene quando cade, e lo si chiama quando serve.
Noi, forse, abbiamo smesso di fare entrambe le cose. Abbiamo tolto ai nostri figli la fatica per proteggerli, e con la fatica il senso. E non sempre offriamo loro un luogo dove essere accolti quando qualcosa si rompe.
I ragazzi israeliani non sono migliori dei nostri. Sanno però che qualcuno conta su di loro: un agricoltore, un compagno, un paese. A sedici anni raccolgono mele sul confine, a diciotto lo difenderanno. Non c’è niente di romantico, ma c’è qualcosa di profondamente adulto.
Forse è questo che ci manca: un’idea di gioventù. Quella che qui chiamano responsabilità, e che noi abbiamo smesso di pretendere. Per paura di chiedere troppo, abbiamo finito per non chiedere niente.
Oggi riparto. Mi sono concessa qualche giorno di sole e di incontri a Tel Aviv. Chissà se tutto ciò porterà nuovi frutti.
Nella mia scuola, per cominciare.
Intanto il paese intero si appresta ad andare al voto. Per tanti ragazzi sarà la prima volta e sono certa che ne sentano il peso.
Ma questa è un’altra storia.
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