Società, cultura, storia e idee

L’intelligenza artificiale ci toglierà anche il gusto di guidare male

Dai vecchietti col cappello ai predatori del parcheggio, il volante è un teatro del carattere umano. La guida autonoma promette di renderci più sicuri, ma anche di mandare in pensione un inesauribile repertorio di nevrosi.

Un ingorgo di automobili futuribili senza guidatore, con gli abitacoli vuoti visibili, in un’illustrazione materica dai colori sobri.
Stefano PipernoStefano Piperno31/10/2026Aggiornato 30/10/20267 min lettura1.475 parole

In fatto di stile, ce n’è uno destinato a scomparire nel giro di pochi anni: lo stile di guida.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la guida autonoma è ormai una realtà che finirà per soppiantare quella umana, rendendo il traffico più sicuro, ordinato, omogeneo. E terribilmente piatto.

Perché al volante ciascuno ha sempre espresso, più o meno consapevolmente, una parte del proprio carattere, talvolta la peggiore, talvolta quella più insospettabile.

Uomini e donne al volante hanno fatto la fortuna di comici e cabarettisti, da Paolo Panelli nei panni dello scorrettissimo Cecconi Bruno fino al nevrotico automobilista interpretato da Gioele Dix nei suoi esilaranti monologhi a Zelig.

Ma la realtà offre un repertorio persino più ricco della fantasia dei comici.

Cominciamo da una figura storica, ormai quasi leggendaria: il vecchietto col cappello. Busto proteso in avanti, braccia rigide, naso a pochi centimetri dal parabrezza, procede a una velocità che suscita l’impazienza di chi lo segue e l’apprensione di chi lo incrocia.

Ne ho osservati tanti, nel corso della mia vita, con un misto di insofferenza e divertimento. Oggi, superati gli ottant’anni, mi trovo in una situazione imbarazzante: sono diventato anch’io un vecchietto col cappello. Per la precisione, uno di quelli da ammiraglio, con tanto di visiera, che indosso anche in automobile.

Mi consola il fatto che, dopo aver percorso per lavoro anche settantamila chilometri all’anno sulle autostrade italiane, europee e americane, qualcosa della mia antica perizia sia rimasta.

In gioventù ero tutt’altro che prudente. Guidavo auto sportive, correvo parecchio e consideravo i limiti di velocità più come suggerimenti che come prescrizioni. Salvo negli Stati Uniti, dove bastava superare le 65 miglia orarie per fare conoscenza con le highway patrol. Una conoscenza che poteva costare cara.

A tal proposito, l’automobilista italiano, appena attraversata la frontiera, subisce una miracolosa trasformazione. Lo stop, che in patria interpreta come un generico invito a rallentare, diventa improvvisamente un ordine tassativo. Negli Stati Uniti, in Germania o in Giappone scopre che fermarsi significa proprio fermarsi, come a dire che quel cartello non ammette interpretazioni.

Appunto negli Stati Uniti, ho imparato a mie spese che lo stop non è un suggerimento. Fui bloccato di notte a Los Angeles: un poliziotto con un manganello percosse per un po’ ritmicamente il mio avambraccio che sporgeva dal finestrino, poi smise all’improvviso e mi apostrofò con un perentorio “This is stop!”, accompagnato da una multa di 360 dollari.

Tornati in Italia, naturalmente, si guarisce e si torna quelli di sempre.

Un capitolo a parte merita il semaforo. Esiste una categoria di automobilisti dotata di riflessi straordinari, tipo Max Verstappen al via di un Gran Premio di Formula 1, capace di suonare il clacson un centesimo di secondo dopo l’accensione del verde.

Non è chiaro se intenda informare chi lo precede dell’avvenuto cambiamento cromatico o semplicemente ricordare al mondo la propria esistenza.

Poi ci sono i parcheggi, inesauribile teatro delle passioni umane.

La signora in giro per shopping, che tenta per la quarta volta di infilare la propria automobile in uno spazio palesemente insufficiente, ha quasi sempre un pubblico. Due o tre spettatori seguono la manovra con l’aria competente di chi la sa lunga in materia. Uno scuote la testa, un altro suggerisce di sterzare tutto, un terzo calcola mentalmente i centimetri mancanti. Nessuno se ne va: tutti vogliono vedere se e quando desiste.

All’estremo opposto troviamo i predatori del parcheggio perduto. Dopo lunga e snervante ricerca hai individuato un posto libero, inserito la freccia, superato lo spazio per fare retromarcia e stai iniziando la manovra quando arriva lui, o lei, che si infila di muso e occupa il posto. Con la naturalezza proterva di chi esercita un diritto, senza degnarti di uno sguardo.

È in questi momenti che anche le persone più educate scoprono di possedere un vocabolario di volgari contumelie sorprendentemente ricco.

Un genere a sé stante è rappresentato dalle liti coniugali sulla scelta del percorso. Da sempre l’automobile è uno dei luoghi privilegiati per mettere alla prova la solidità di un rapporto.

Un tempo la discussione era limitata ai due coniugi: chi dei due era al volante rivendicava la propria conoscenza delle strade, il passeggero ricordava tutte le occasioni in cui quella conoscenza si era rivelata sbagliata.

Oggi la situazione è peggiorata con Google Maps, che suggerisce percorsi alternativi, deviazioni improvvise e inversioni di marcia. Mentre marito e moglie continuano a battibeccare, un’impersonale voce calma, del tutto indifferente alle tensioni matrimoniali, annuncia l’inizio del percorso più rapido.

Con l’aggravante che adesso, a bordo, c’è qualcuno che pretende di avere l’ultima parola senza nemmeno essere sposato con uno dei due.

Sulle autostrade la fauna cambia, ma non diminuisce.

C’è l’automobilista che procede a ottanta chilometri orari sulla terza corsia, perfettamente indifferente alla processione di vetture che lo seguono. È convinto di trovarsi esattamente dove deve stare e reagisce con gestacci a chi, esasperato, lo supera a destra.

All’estremo opposto troviamo quello che, in prossimità di una coda, imbocca la corsia di emergenza. Non si considera un trasgressore, ma una persona capace di trovare soluzioni dove gli altri vedono soltanto rispetto delle regole. Se tutti sono fermi e lui procede, la conclusione è evidente: lui è un tipo pratico, gli altri sono degli sciocchi.

Nelle città sopravvive una categoria che mi ha sempre affascinato: quelli che, dovendo svoltare a sinistra, si portano prima completamente a destra. Forse immaginano di guidare un autotreno con rimorchio, forse hanno bisogno di prendere la rincorsa. In ogni caso riescono a occupare uno spazio sufficiente a due automobili, così imponendo a chi deve proseguire dritto di attendere i loro comodi.

Ma negli ultimi anni la fauna semovente si è arricchita di nuove specie, dando vita a una guerra per il possesso dell’asfalto che vede contrapposti automobilisti, ciclisti e conducenti di monopattini.

L’automobilista in città già mal sopportava i pedoni, gli scooteristi, bus e taxi, considerando la strada una sua proprietà concessa temporaneamente agli altri utenti, purché non intralciassero il suo cammino. Ora sono sopraggiunti nuovi attori: il ciclista, forte della propria superiorità ecologica e morale, che rivendica il diritto di circolare ovunque, talvolta sul marciapiede o interpretando i semafori rossi come semplici suggerimenti destinati esclusivamente ai veicoli a motore. Ultimo arrivato, il monopattinista rappresenta forse il punto più avanzato dell’evoluzione: può comportarsi alternativamente da automobile, bicicletta o pedone, insomma una specie di particella quantistica, scegliendo di volta in volta la categoria che gli garantisce maggiori vantaggi.

Il risultato è una guerra civile a bassa intensità, combattuta a colpi di clacson, campanelli, improperi e gesti poco eleganti. Ognuno è convinto di essere la vittima di tutti gli altri, e ciascuno invoca regole severissime, purché siano applicate esclusivamente alle categorie avversarie.

Una volta le strade erano teatro delle rivalità tra automobilisti. Oggi sono diventate un laboratorio di convivenza interclassista, dove la lotta di classe è stata sostituita dalla lotta di corsia. E non è affatto detto che il progresso dei mezzi di trasporto abbia comportato un corrispondente progresso delle buone maniere.

Fin qui siamo nel campo delle nevrosi, delle distrazioni, delle piccole prepotenze quotidiane. Ma c’è anche chi considera ogni divergenza stradale una questione d’onore.

Un colpo di clacson, una precedenza contestata, un gesto interpretato male, ed ecco il conducente che accosta, scende e si dirige verso l’altro malcapitato brandendo una chiave inglese. Non si capisce perché proprio un oggetto simile, strumento rispettabilissimo quando impiegato per il suo scopo naturale, debba trasformarsi così spesso in un argomento di discussione.

Il fatto è che l’automobile, oltre a trasportarci, ci offre una specie di anonimato protetto. Chiusi nell’abitacolo, separati dagli altri da vetri e lamiere, ci concediamo comportamenti che difficilmente adotteremmo in ascensore, al ristorante o in una sala d’attesa.

La persona cortese diventa aggressiva, quella timida prepotente, il cittadino rispettoso delle regole scopre improvvisamente che alcune sono state scritte per gli altri.

Naturalmente sarebbe comodo dividere gli automobilisti in buoni e cattivi, assegnando a noi stessi un posto nella prima categoria. Ma temo che, nel corso di una vita al volante, ciascuno abbia interpretato più di una parte in questa commedia.

E così, mentre noi continuiamo a suonare, imprecare, rubarci i parcheggi e contenderci le precedenze, l’intelligenza artificiale si prepara a mandarci tutti in pensione dal volante.

Le automobili si fermeranno agli stop, rispetteranno le distanze, sceglieranno la corsia giusta e parcheggeranno senza bisogno di spettatori e consigli non richiesti. Non avranno fretta, non si offenderanno e soprattutto non ci saranno energumeni che scenderanno mai brandendo una chiave inglese.

Sarà certamente un progresso. E probabilmente salverà parecchie vite.

Ma penso anche a quanto diventeranno noiosi i nostri spostamenti, privati di quell’infinita varietà di caratteri che per oltre un secolo ha animato le strade.

Quanto a me, continuerò a portare il cappello da ammiraglio. Anche quando sarà l’automobile a guidare. In fondo, su una nave, l’ammiraglio non è mica obbligato a stare al timone.

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