Società, cultura, storia e idee
A chi appartiene una storia d’amore? Taylor Swift tra memoria, identità e narrazione
Taylor Swift viene spesso ridotta alla cantautrice che trasforma amori finiti e vecchi rancori in canzoni. Ma da All Too Well a Blank Space, il sentimento è soprattutto uno strumento per interrogare memoria, identità e potere. Dietro ogni relazione raccontata c’è una domanda più radicale: chi

Negli ultimi dieci anni Taylor Swift è diventata la popstar più potente al mondo: dall’irreplicabile successo del suo quinto album in studio, 1989, al riconquistato controllo dei suoi master, fino all’odissea del celebre Eras Tour che l’ha incoronata regina indiscussa dell’industria musicale.
Tuttavia, nonostante i numeri parlino da soli, Miss Americana è ancora vittima di pregiudizi e luoghi comuni inerenti alle sue capacità di cantautrice; Swift è erroneamente considerata la donna troppo cresciuta che scrive ancora d’amore adolescenziale, serba rancore verso i suoi ex e ripete il passato senza imparare dai suoi errori.
Questo, però, è lo stereotipo culturale che un pubblico distratto con idee preconcette ha deciso di affibbiare a un’artista che utilizza l’amore come vocabolario immediatamente riconoscibile per raccontare problemi molto più astratti.
Inutile sottolineare che il canzoniere di Swift sia in realtà ricco di brani che non si avvicinano minimamente alla descrizione del comune amore romantico: a partire da The Outside, canzone del suo album di debutto in cui una giovane Taylor denuncia episodi di bullismo sociale di cui è protagonista, fino ad arrivare a pezzi più maturi come Innocent, Long Live, Soon You’ll Get Better, this is me trying e Father Figure.
Ma siccome il mondo ha deciso di identificarla come “la donna che scrive d’amore”, è giusto prendere in considerazione i brani che sfatano questo mito.
Partiamo da una canzone che ha confermato il talento innato di Taylor per la scrittura: All Too Well (10 Minute Version), uscita nel 2021 per la riregistrazione dell’album Red. Originariamente uscita nel 2012 come una canzone di circa cinque minuti, si è immediatamente convertita in uno dei brani più amati dal suo fedele pubblico.
All Too Well, a una prima lettura superficiale, parla della prima grande storia d’amore finita male. Ma, se ascoltata attentamente, è in realtà il tentativo di trasformare la memoria in terreno di conflitto e riflessione sulle proprie insicurezze personali.
Il vero centro della canzone non è “lui”, ma la Taylor vulnerabile in cerca di conferme sul proprio valore attraverso una rottura devastante. Ne sono un esempio i versi “The idea you had of me, who was she? An ever-needy, ever-lovely jewel, whose shine reflects on you” e “Back before you lost the one real thing you’ve ever known”; Taylor rimane la protagonista assoluta della sua esperienza emotiva, elevando e demolendo contemporaneamente la sua persona nello sforzo di comprenderla e insegnarle a superare le difficoltà.
Anche quando Taylor scrive di un uomo, raramente si limita al puro sentimentalismo e compiacimento romantico senza cercare continuamente se stessa nel presente e nella sua prossima evoluzione: non a caso il suo percorso artistico è contrassegnato dall’incessante presenza delle rinomate “ere” in cui Taylor si reinventa sia umanamente che musicalmente parlando.
La prossima ammissione di Taylor, nell’utilizzare la conoscenza dell’amore come laboratorio dell’identità, consiste nel tormentone Blank Space del 2014, dove la celebre popstar interpreta con disinvoltura il ruolo della seriale mangiatrice di uomini, ruolo che i media hanno deciso di cucirle addosso come un bel vestito da indossare ai Grammy Awards.
Apparentemente Blank Space è un brano che deride gli uomini e li dipinge come inabili marionette nelle mani di una manipolatrice da manuale; in realtà è Taylor che si riappropria della sua immagine, ridicolizzando le sue scelte per trasformarle in strumenti di potere.
L’espressione della sua autorità è evidente in uno dei versi più iconici della sua carriera: “But I’ve got a blank space, baby. And I’ll write your name”. È Taylor che concede di dedicare uno spazio vuoto alla sua prossima “vittima”, è sempre Taylor che include l’altro nella rappresentazione della sua immagine. È lei che ha in mano lo specchio, non l’uomo che decide di conoscere.
Se l’amore nasce inizialmente come esperienza umana che Taylor vuole sinceramente vivere come ognuno di noi, le sue conseguenze interrogano invece un nuovo linguaggio del potere. Chi controlla la narrazione di questa relazione? Chi decide se sono degna di essere amata? Chi sa se posso amare come desidero?
E la risposta torna sempre indietro come un boomerang: Taylor e la sua penna.
Forse è proprio questo il grande equivoco intorno alla scrittura di Taylor Swift: scambiare il suo vocabolario per il suo argomento. L’amore è la lingua che sceglie perché tutti siamo in grado di comprenderla, ma dietro una relazione finita si nascondono continuamente domande sull’identità, sulla memoria e sul potere di raccontarsi.
A chi appartiene allora una storia d’amore? A entrambi finché viene vissuta. Ma quando resta soltanto da raccontarla, ognuno torna padrone della propria versione. E Taylor Swift, da quasi vent’anni, ha scelto la musica per riprendersi la sua.
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