Politica globale e sistemi di potere

L’illusione del dialogo offerta da Putin è soprattutto una strategia di logoramento

Il Presidente Putin – a mio avviso – non appare, attualmente, in grado né disposto ad accettare un cessate il fuoco e negoziati internazionali sulla fine della guerra, poiché ciò metterebbe a rischio la sua sfera di potere interna, nella quale esistono correnti pronte ad “accantonarlo”

Mario N. GrecoMario N. Greco23/08/2025Aggiornato 08/09/20267 min lettura1.436 parole
Prima Pagina

Il Presidente Putin – a mio avviso – non appare, attualmente, in grado né disposto ad accettare un cessate il fuoco e negoziati internazionali sulla fine della guerra, poiché ciò metterebbe a rischio la sua sfera di potere interna, nella quale esistono correnti pronte ad “accantonarlo” e comprometterebbe irreversibilmente la traiettoria strategica avviata circa vent’anni fa, volta al raggiungimento di obiettivi strategici ben definiti e da tempo dichiarati quali:

Occorre allora comprendere quale sia la vera natura della diplomazia strategica (non) negoziale di Putin.

I colloqui da lui esclusivamente autorizzati sono lenti e controllati secondo una strategia diplomatica deliberata, spesso definita”tango prevedibile“. In questo caso è evidente l’intento di sfruttare qualsiasi forma di incontro per il cessate il fuoco, non come obiettivo finale, ma come strumento interlocutorio per ottenere guadagni territoriali e strategici. L’obiettivo principale è far sospendere gli aiuti militari degli Stati Uniti all’Ucraina prima di firmare qualsiasi accordo.

Da questa prospettiva emergono alcuni aspetti salienti:

Putin combina la pressione militare – ad esempio, durante la notte fra il 20 e il 21 agosto 2025, sono stati lanciati contro l’Ucraina 574 droni d’attacco e 40 missili, conducendo uno degli attacchi più massicci e feroci come se nulla fosse cambiato, come se non ci fossero sforzi globali per fermare questa guerra – con manovre diplomatiche anche in altri conflitti regionali o situazioni di crisi, ad esempio Siria, Libia e Nagorno-Karabakh, per aumentare l’influenza della Russia.

Mosca, utilizza inoltre la campagna deliberata e indiscriminata di attacco aereo notturno con missili e droni, non solo per colpire e tentare di fiaccare la capacità di resistenza e la resilienza della popolazione ucraina, ma anche per mandare messaggi alla parte produttiva degli Stati Uniti. Durante la stessa notte, infatti, per la prima volta dall’inizio della guerra, uno dei maggiori investimenti americani in Ucraina – Flex, oltretutto membro attivo della Camera di Commercio Ucraino-Americana – è stato colpito e distrutto da due missili russi.

Non si è trattato solo di un attacco all’Ucraina. È stato un attacco alle imprese e alle fabbriche americane. Il messaggio è chiaro per il POTUS, la Russia non sta solo devastando l’Ucraina, ma è in grado di distruggere ed umiliare le imprese oltre oceano.

Putin insiste su condizioni estreme durante i negoziati. Ricordiamo infatti, fra l’altro:

Questo atteggiamento naturalmente crea poco spazio per compromessi da un lato, e spingendo dall’altro, le potenze occidentali ad accettare il fatto compiuto vista anche la favorevole posizione americana, delle ultime settimane.

Putin da sempre cerca di allungare il più possibile ogni forma di comunicazione, anche di bassissimo livello, per sfruttare la crescente stanchezza delle opinioni pubbliche occidentali, allo stesso tempo facendo leva sulla diminuzione della volontà politica degli Stati Uniti (già manifestata in questo caso) e sulle divisioni interne dell’UE.

Sfrutta i cambiamenti nella politica estera americana per facilitare una decisione dell’amministrazione affinché riduca gli impegni di sostegno politico-militare ed  economico a lungo termine nei confronti dell’Ucraina.

Si tratta, chiaramente, di una strategia di logoramento e di illusione di dialogo. In questo contesto, la strategia russa si avvale non solo della pressione diretta, ma anche di una costante produzione di iniziative diplomatiche che raramente mirano a una reale risoluzione del conflitto. Queste trattative, spesso annunciate con grande enfasi, si trascinano senza approdare a risultati concreti, alimentando la sensazione di un dialogo aperto mentre, di fatto, si consolidano le posizioni acquisite.

La Russia alterna rigidità negoziale ad aperture apparenti, mantenendo così il controllo delle tempistiche e delle condizioni sul tavolo. Allo stesso tempo, Mosca cerca di coinvolgere attori regionali e internazionali in consultazioni multilaterali o bilaterali, con l’obiettivo di moltiplicare i fronti e confondere le acque, ottenendo vantaggi tattici e diplomatici. Le dichiarazioni pubbliche di apertura spesso servono più a gestire le pressioni interne e a influenzare la percezione globale della crisi, che a promuovere genuini processi di pace.

Vertici di alto profilo, come l’incontro in Alaska con Trump, sono spesso utilizzati per scopi simbolici. In particolare, presentando Putin come un leader globale al pari del presidente degli Stati Uniti. Questo è ciò che serve a Putin per esigenze di comunicazione strategica sia verso la propria opinione pubblica che verso Paesi terzi che lo hanno visto sino ad ora particolarmente isolato, internazionalmente.

Questi summit attirano attenzione mediatica e vengono orchestrati per rafforzare l’immagine politica di entrambe le parti. Nel corso di tali incontri, come abbiamo potuto notare, le concessioni risultano generalmente limitate, contribuendo a mantenere la posizione negoziale della Russia e a mostrarsi ferma sulle sue priorità strategiche senza compromessi sostanziali.

La (auspicabile) posizione Occidentale

“Peace through strength, solidarity, and strategic military deterrence.” La pace attraverso la forza, la solidarietà e la deterrenza militare strategica.

Questa è la sola risposta possibile che Putin sarebbe in grado di riconoscere e per tale motivo temere, accettando di discutere realisticamente un processo negoziale diplomatico che porti ad una pace giusta e duratura. Essa si declina in:

Per inciso, personalmente credo che la proposta italiana di adottare una misura di sicurezza simile all'”articolo 5 della NATO” sia più una boutade politica – utilizzata intelligentemente per dare un forte segnale di impegno sia alla nazione aggredita che agli Stati Uniti che vogliono fortemente i Paesi europei più coinvolti – che un’idea facilmente realizzabile.

Una domanda fondamentale al riguardo sorge dunque spontanea: se i Paesi proponenti fossero davvero d’accordo, perché non si sarebbe già pensato a offrire una “no-fly” zone per l’Ucraina, schierando assetti NATO (anche solo europei), visto che, oltretutto, l’Ucraina è un NATO Enhanced Opportunity Partner (EOP) dal 2020 e beneficia dal 2016 del Pacchetto di Assistenza Globale (PAC)?

In questo contesto, la titubanza occidentale ad adottare misure più incisive scopre la complessità del quadro geopolitico europeo, dove il calcolo dei rischi e delle conseguenze prevale spesso sulle dichiarazioni di principio. Il timore di escalation, il delicato equilibrio tra deterrenza e provocazione e le differenti priorità nazionali hanno contribuito a frenare iniziative più coraggiose, come quella citata o il dispiegamento diretto di truppe.

Tuttavia, la storia recente ha dimostrato che il sostegno continuativo — sia militare che economico — rimane fondamentale per preservare la resilienza ucraina, rafforzare l’unità tra gli alleati e tenere alta la pressione sulla Russia affinché consideri seriamente il dialogo diplomatico. Ma non basta più.

La vera sfida, quindi, non consiste ormai solo nell’offrire strumenti o risorse, ma nel mantenere una strategia coerente, condivisa e soprattutto credibile agli occhi di chi osserva, adottando però – perché il momento è arrivato – una posizione decisamente assertiva per mostrare a Putin che l’Occidente non è solo parole.

Raccontando una verità politicamente ed elettoralmente scomoda alle opinioni pubbliche, naturalmente!


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