Società, cultura, storia e idee
Monarchia, l’anomalia che resiste alla modernità
Perché le monarchie sopravvivono nell’età della democrazia e dell’uguaglianza? Dal fossile costituzionale britannico al delicato equilibrio tra principe e popolo del Liechtenstein, fino alla continuità sacrale dell’imperatore giapponese, tre modelli mostrano come istituzioni fondate sulla nascita abbiano imparato a resistere alla modernità.

Viviamo nell’era politica e digitale di maggiore successo della democrazia: dal voto nei processi di transizione fino alla manifestazione di dissenso nelle strade e sui social media.
Internet è oggi il tempio della massima espressione democratica; ciò nonostante tale trionfo tende spesso a raggiungere i limiti della volgarizzazione informatica, imponendo standard morali ed etici che si trasformano in leggi non scritte a cui è necessario sottoporsi se si vuole convivere nell’ecosistema virtuale.
Chi merita la nostra attenzione? Chi è legittimato a emergere nella nostra società? Ognuno sembra avere idee molto chiare e contemporaneamente divergenti: l’appartenenza a una minoranza etnica o religiosa oggi è motivo di accesso a spazi o attività precluse a chi è stato designato come nemico della storia.
Un esempio emblematico si verificò in Germania nel 2023: il LWL-Museum Zeche Zollern di Dortmund, nell’ambito della mostra-laboratorio sul colonialismo Das ist kolonial, riservava ogni sabato dalle 10 alle 14 uno spazio alle persone BIPoC nere, indigene e di colore con l’obiettivo dichiarato di creare un Safer Space. L’accesso non era sottoposto a controlli e il rispetto dello spazio si basava sulla collaborazione degli altri visitatori.
Una scelta che provocò numerose polemiche e alimentò un dibattito sulla legittimità di introdurre criteri identitari nell’accesso temporaneo apparentemente precluso nei confronti dell’identikit del cittadino medio occidentale.
Una selezione, potremmo dire, quasi naturale che prevede l’accettazione intrinseca di alcuni soggetti ammessi in determinati incontri con la collettività. È forse per questo che i re esistono ancora? Il tribunale della società moderna può allora ammettere il paradosso per eccellenza: uomini e donne ai quali la nascita, prima ancora del merito, assegna un ruolo nella storia?
Come è ben noto, in Europa non esiste una monarchia che surclassi per definizione o rappresentazione storica tutte le altre: dal Regno Unito al Liechtenstein, ciò che giustifica la sostanziale differenza tra sistemi monarchici non è la semplice tradizione figlia del proprio paese, bensì il modo in cui ciascuna immagine della monarchia sia stata capace di sopravvivere a crisi storiche eterogenee.
Nel caso del Regno Unito, ad esempio, la monarchia è un fossile vivente trasformato in macchina costituzionale; la famosa Albione ha vissuto per secoli un costante conflitto fra Corona e Parlamento, ottenendo un punto di svolta nel 1689 con il Bill of Rights, il quale consolidò le limitazioni fondamentali: non è consentito alla Corona sospendere arbitrariamente le leggi, imporre tributi o mantenere un esercito permanente in tempo di pace senza il consenso del Parlamento.
L’importanza simbolica della monarchia britannica è assurdamente legata alla propria subordinazione politica: è rimasta in vita per testimoniare la sua sconfitta nei confronti della politica partitica e si è tramutata nell’impalcatura giuridica dello Stato.
C’è inoltre un curioso residuo storico che potrebbe dare adito a un’interpretazione positiva dell’attuale esistenza della monarchia inglese: il sovrano è Supreme Governor of the Church of England, un’eredità diretta della Riforma inglese del XVI secolo e dell’irrimediabile intreccio storico fra Stato, successione protestante e Chiesa stabilita. Non c’è due senza tre, e spesso quel terzo incomodo è il potere ecclesiastico in tutte le sue declinazioni.
Tale lettura, però, non corrisponde alla traiettoria presa da monarchie europee più radicali, come dimostra il caso del Liechtenstein: la Casa principesca ha difeso esplicitamente l’idea che il principe debba continuare ad avere un ruolo politico-costituzionale effettivo.
Se nel Regno Unito il lungo conflitto seicentesco tra Corona e Parlamento ha avviato un processo che avrebbe confinato il sovrano nel ruolo di chi regna senza governare, nel Liechtenstein si presenta una situazione opposta: fino all’Ottocento il centro della sovranità era inequivocabilmente il Principe. La Costituzione del 1862 segnò il passaggio dall’assolutismo al costituzionalismo, ma il Landtag stesso ricostruisce quel sistema attribuendo al Principe il polo attrattivo dei diritti del potere statale.
Piano monarchico e democratico si trovano per la prima volta a conversare sullo stesso piano nel 1921 con la nuova Costituzione: secondo l’attuale formulazione dell’articolo 2, il potere dello Stato è radicato “nel Principe e nel Popolo”. Due componenti indispensabili per la sovranità.
Il Principe non è un personaggio relegato al ruolo di imparziale rappresentante dello Stato: sanziona leggi, partecipa alla formazione del governo, può addirittura revocare la fiducia al Governo, con conseguenze reali.
Inoltre, essendo un microstato di circa 40.000 abitanti, la distanza organizzativa e sociale che vige tra casa principesca, istituzioni, élite e cittadini è estremamente ridotta: un sovrano relativamente potente convive con una cittadinanza altrettanto potente.
Principe e popolo sono insieme titolari del potere dello Stato: è forse questo che rende concretamente effettiva la monarchia? La visione liechtensteiniana preferisce legittimare la parità costituzionale di due protagonisti complementari, piuttosto che rendere irraggiungibile un’entità storica che di intoccabile ha solo la propria continuità nel rimanere in piedi senza camminare come il sistema inglese? Priorità differenti convergono in risultati fuorché scontati.
E nelle realtà extraeuropee, invece, come viene passato di generazione in generazione lo scettro del monarca? Il Giappone, con la Costituzione Meiji del 1889, nobilita la sovranità collocandola nell’imperatore, il nuovo centro simbolico e costituzionale dello Stato imperiale. La sconfitta del 1945 e la successiva occupazione alleata investirono così non soltanto l’assetto politico dello Stato, ma anche la posizione costituzionale e simbolica dell’imperatore.
Nella tradizione imperiale c’è il mito genealogico conservato nelle più antiche cronache giapponesi: il Kojiki (712) e il Nihon Shoki (720), entrambi accomunati dalla credenza secondo cui la stirpe imperiale discenda dalla dea solare Amaterasu Omikami.
Questo conferisce all’imperatore un valore metaforico impareggiabile: non è solo un uomo appartenente alla famiglia che governa il paese, è un credo che vede l’imperatore genealogicamente discendente dalla divinità. Una sovrapposizione mitica che raramente può concepire i frutti del creatore dell’universo come sconfiggibili.
Inoltre, durante l’era dello shogunato, nonostante il potere reale fosse guidato da un capo militare chiamato Shogun, il ruolo dell’imperatore rimaneva simbolicamente intatto, proteggendo la sua aura sacrale. Difficilmente la società europea ha accolto nella sua storia una figura che rappresentava contemporaneamente il vertice costituzionale, il centro rituale e il discendente di una linea associata agli dei. È un’eredità ingombrante e controversa, a tratti ingestibile da collocare sul versante politico e spirituale.
C’è da domandarsi perché il circuito mediatico internazionale riservi particolare attenzione a monarchie che si sorreggono soltanto sul loro nome, invece di analizzare la specificità di strutture rimaste pressoché integre nei propri ideali e nella concezione della propria vita costituzionale.
È probabile che i sovrani dei media abbiano registrato come le monarchie moderne siano un’anomalia nella concezione dell’assegnazione dei meriti odierna, ma quando quei meriti sono parte integrante dell’essenza primaria che ha forgiato il mondo occidentale e non, risulta difficile negare l’efficacia della naturale dote di resistere a tendenze caduche.
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