Italia: politica, istituzioni e società
I nostri figli e noi figli. Il vetro e il piombo
Dalle vetrine rotte di Milano al piombo degli anni Settanta, il confronto fra generazioni interroga la memoria degli adulti. Il vuoto dei figli rimanda a chi ha sostituito fede e ideali con il benessere, consegnando la libertà come un dato acquisito.

Lunedì mattina, sotto i post sulle vetrine rotte di Milano, si ripeteva la stessa velina, due parole: generazione perduta. Ho immediatamente pensato che più perduta, semmai, è la nostra, perché abbiamo prodotto il peggio. Fino a oggi. Lo confermo, e non credo possa essere sconfessato da chi ne ha memoria: io ho certamente visto molto peggio di questo.
Quella formula si ripete da un secolo. In Festa mobile Hemingway racconta che nacque in un garage: il padrone sgridava un giovane meccanico, poco svelto a riparare l’auto di Gertrude Stein, e gli diceva che quelli come lui erano una génération perdue. Stein girò la frase a Hemingway e agli amici tornati dalla guerra. Lui ci pensò su, concluse che ogni generazione è stata perduta da qualcosa e si chiese chi stesse dando della generazione perduta a chi.
Pochi giorni fa ho scritto che la frattura non passa tra noi e loro, ma dentro ciascuna generazione. La cronaca lo ha confermato quasi alla lettera. Venerdì migliaia di studenti hanno sfilato in tutta Italia contro le scuole che cadono a pezzi, il carovita e le spese militari: cortei in gran parte pacifici, con qualche sasso e qualche bomba carta tra Torino e Roma.
Sabato a Milano, mentre un corteo contro il carovita convocato su TikTok sfilava tranquillo, gruppi di incappucciati devastavano il centro e svaligiavano un Foot Locker. Domenica, senza più nessun corteo intorno, altri ragazzi a volto coperto hanno ricominciato: Decathlon, il Carrefour di via Torino svuotato di cibo e alcolici, la cassa di una sartoria. Più di duecento fermati, otto su dieci minorenni secondo la polizia, e dietro nessun collettivo studentesco né centro sociale.
Le chiamano proteste studentesche. Di studentesco, domenica, c’era ben poco. In Francia, dove i liceali protestano da settembre per le classi sovraffollate e gli insegnanti che mancano, la scena è la stessa: il 13 ottobre centosessantamila in piazza secondo le autorità, una frangia mascherata a dare fuoco ai cassonetti. La società si è sempre divisa tra virtuosi e facinorosi. E chi giudica una generazione dai secondi, di solito, ha la memoria corta.
Il primo marzo del 1968, a Valle Giulia, gli studenti romani si presero a sassate e bastonate con la polizia davanti alla facoltà di Architettura. Due mesi dopo, a Parigi, il pavé del Quartiere latino finiva sulle barricate.
Nove anni dopo, ai sassi si erano aggiunte le pistole. L’11 marzo 1977, a Bologna, un carabiniere uccise Francesco Lorusso, studente di ventisei anni, e due giorni dopo la zona universitaria fu ripresa con i blindati. Il 14 maggio, in via De Amicis, a Milano, un fotografo immortalò un ragazzo con il passamontagna che puntava la pistola ad altezza d’uomo. Quel giorno morì il vicebrigadiere Antonio Custra. Poi vennero via Fani, la Renault 4 di via Caetani, la stazione di Bologna.
Io quegli anni li ho visti, e per questo davanti a una vetrina rotta faccio fatica a parlare di generazione perduta. C’è stato di peggio, e potrà esserci anche di peggio. Le vetrine si rimettono. I morti di quegli anni no.
Questo non vuol dire che vada tutto bene. Allo sbando non li trovo, ma diversi sì. E non per la violenza: per quello che manca.
Chi c’era a Valle Giulia, e purtroppo anche chi c’era in via De Amicis, aveva qualcosa sopra la testa: chi Dio, chi Marx, parecchi tutti e due. Idee spesso sbagliate, a volte assassine, ma idee.
Idee che, anche sbiadite, le persone di mezza età si portano ancora appresso, e che a volte vanno a cercare nei cortei dei ragazzi: “Ogni rivoluzione ha un suo adulatore di mezza età”, ha scritto su queste pagine il nostro direttore, Filippo Piperno. Ma i ragazzi usciti domenica dal Decathlon con le biciclette, sopra la testa, avevano soltanto il cappuccio.
Alexander Grau, che ho recensito di recente, racconta come la morale abbia preso il posto della fede: nelle chiese la croce ha lasciato spazio alle mani tese, e l’uomo moderno “non trova un Dio misericordioso, ma una società misericordiosa”. I nostri figli sono i primi a crescere a sostituzione avvenuta. Senza religione, senza ideologie, senza una spiritualità qualunque, resta una morale che si regge da sola. Oppure resta lo scaffale.
Il benessere ha fatto il resto. Non li ha resi cattivi: li ha occlusi, ha messo una vetrina al posto dell’orizzonte. Anche chi a casa ne vede arrivare solo un pezzo ce l’ha davanti tutto il giorno, sugli scaffali e sul telefono. Nel Sessantotto si sognava di prendere il Palazzo d’Inverno. Sabato si è preso un Foot Locker: la vetrina l’hanno sfondata per arrivare a quello che c’era dietro, non per andare oltre.
C’è chi mi ha fatto notare che questa le sembra la rivolta del diritto alla Louis Vuitton, alle Nike bianche candide, ai piumini da duemila euro: la rabbia di un sogno infranto, quello del successo e dei soldi facili, che si scontra con una realtà del tutto diversa da quella che si aspettavano.
Il sogno ha anche una colonna sonora. I testi dei rapper che ascoltano, a volte, raccontano perfino il vuoto del successo. La vita che mostrano dice tutt’altro: Ferrari, oro, capi griffati esibiti come trofei. E ai ragazzi arriva la vita, non il testo. Per capire la rivolta, dice quella persona, basta ascoltarli. È la cosa che facciamo meno. Eh, ascoltarli non è facile.
E poi la libertà. In un altro pezzo, prendendo in prestito David Foster Wallace, ho scritto che siamo come i due giovani pesci a cui un pesce anziano chiede com’è l’acqua, e che poco dopo si domandano: che diavolo è l’acqua? I nostri figli in quell’acqua ci sono nati.
Per i loro nonni la libertà era una cosa da conquistare, a volte da soli. A metà degli anni Sessanta, ad Alcamo, Franca Viola fu rapita a diciassette anni da un uomo che pretendeva di sposarla: rifiutò il matrimonio riparatore e lo denunciò. Dal codice penale quel matrimonio è sparito solo nel 1981. Per i ragazzi di oggi la libertà è un dato, come il Wi-Fi: ci si accorge che esiste solo quando manca.
Non sono tutti così, però, e non è così. Gli studenti di venerdì e i liceali francesi stanno lì a dimostrarlo. Generalizzare è da stupidi, e sui social è anche gratis: nella recensione a Grau scrivevo che all’algoritmo non serve una morale, gli basta un nemico. Una generazione intera è il nemico più comodo che ci sia.
Resta la domanda che mi interessa di più: chi gliel’ha lasciato, questo vuoto? Tra Valle Giulia e il Foot Locker ci siamo noi, la generazione degli anni Ottanta, che la fede l’ha persa per strada e ci ha messo al suo posto il benessere. Il cielo vuoto e la vetrina al posto dell’orizzonte sono opera nostra. E la libertà gliel’abbiamo consegnata come un elettrodomestico, senza dire che da sola non funziona.
Chiudevo il pezzo precedente scrivendo che hanno un bisogno feroce di non assomigliare a nessuno, tantomeno a noi. Ma per non assomigliare a qualcuno bisogna che quel qualcuno ci sia: una faccia, un’idea, qualcosa contro cui sbattere. Noi, intanto, siamo sui social a dare della generazione perduta ai figli degli altri. Chi sta dando della generazione perduta a chi?
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