Italia: politica, istituzioni e società

Tra B&B e bambine velate, Palermo interroga la nostra idea di società

Una società che smette di raccontare se stessa lascia che altri riempiano lo spazio rimasto libero. Da Bengasi al mercato del Capo, l’immigrazione è il teatro, non il tema.

Mercato di Palermo con turisti e passanti di spalle. Una donna tiene per mano una bambina con il velo; al centro della strada, un tavolo vuoto con sedie spaiate.
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco28/10/2026Aggiornato 27/10/20266 min lettura1.107 parole

Al mercato del Capo, ormai, non si cammina. La folla è impressionante, e sono quasi tutti turisti: telefoni alzati sopra le teste a riprendere i banconi della stigghiola, le budella d’agnello arrostite sulla brace, e la roba fritta venduta a peso d’oro. L’abbanniata, il richiamo cantilenato con cui i venditori decantano la merce, si fa in inglese: la città si racconta nella lingua di chi compra. È il volto di una Palermo sconvolta: bella, sì, ma svuotata di ogni sua cultura, mercificata, banalizzata. In trent’anni è passata da epicentro mafioso a meta internazionale, con oltre tre milioni di presenze nel 2025.

Noi, da ragazzi, il vuoto andavamo a cercarlo: a Londra, in una cabina, aspettando che qualcuno ci richiamasse. Ai nostri figli l’abbiamo lasciato in eredità, e i ragazzi del Foot Locker ce l’hanno messo sotto gli occhi. Adesso qualcuno lo sta occupando, perché un vuoto non resta mai vuoto.

La multiculturalità è un fatto, e contro un fatto non si può essere. Il problema è il multiculturalismo, l’idea che basti mettere le culture una accanto all’altra. Senza una base comune di valori, culture che si sfiorano senza toccarsi producono solo caos. Un Paese cresce con l’intercultura, che è incontro e scambio su un terreno condiviso.

Ratzinger lo disse con altre parole al Senato nel 2004: “La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza basi comuni, senza punti di orientamento offerti dai valori propri”.

Lui la chiamava multiculturalità, parlava di quella incoraggiata per programma: il multiculturalismo, appunto. E le cose proprie non sono un’astrazione: sono la lingua, la legalità, la libertà di una bambina di diventare ciò che vuole.

Anche per la politica è horror vacui: un vuoto di potere non resta mai vuoto. Oggi il Bangladesh è il primo Paese di provenienza degli sbarchi e il perché va cercato nel collasso libico. Me lo confessò un funzionario delle Nazioni Unite, in un albergo a cinque stelle nel sud della Tunisia. Da lì, comodi, lui e i suoi colleghi controllavano che in Libia si rispettassero i diritti umani dei migranti.

“Ora ci sono i russi, interessati alle risorse libiche”, mi disse con disinteressato realismo. “Vedrai, Alessandro, la Libia diventerà la loro casa nel Mediterraneo”. È andata così: potenze ostili all’Europa hanno occupato il vuoto lasciato dall’Occidente.

Nel 2023 il ministro della Difesa Guido Crosetto lo disse senza giri di parole: l’aumento degli sbarchi dall’Africa era anche, in buona misura, “parte di una strategia chiara di guerra ibrida che la divisione Wagner, mercenari al soldo della Russia, sta attuando”.

Da giugno quella guerra ibrida non fu più un’opinione: è diritto europeo. Il regolamento 2024/1359 parla di “strumentalizzazione” quando un Paese terzo “incoraggia o agevola il movimento” di migranti verso l’Unione “con l’obiettivo di destabilizzare”.

A luglio la missione navale europea Irini ha firmato un accordo di cooperazione militare con l’esercito di Haftar, alleato di Mosca, e con soldi italiani e maltesi aprirà a Bengasi un centro di soccorso per la sua guardia costiera. Per chiudere il rubinetto, paghiamo chi lo tiene in mano.

Il rubinetto decide chi arriva. Come crescono i figli, invece, dipende da noi.

Basta un quarto d’ora a piedi, verso Ballarò e l’Albergheria, per vedere l’altra faccia di Palermo. Le vecchie botteghe hanno lasciato il posto a minimarket e money transfer bengalesi: i bangladesi sono la prima comunità straniera della città, oltre seimila residenti, uno straniero su quattro.

Mi è venuta in mente una parola brutta, Palermadesh, e non riesco a togliermela dalla testa. È cinica, non falsa: fotografa chi è arrivato e dimentica chi se n’è andato. Non è intercultura: è il trapianto di una cultura in un terreno fertile. Fertile perché abbandonato.

Dagli anni Ottanta, nelle case vuote e a buon mercato, sono arrivati gli immigrati. La sporcizia, la precarietà, il caos c’erano già. E dove nessuno apparecchia una tavola comune, ognuno mangia a casa sua.

Eppure questa città l’intercultura l’ha già fatta. L’Islam lo conosce da dodici secoli: ce l’ha nelle cupole rosse di San Giovanni degli Eremiti, nel soffitto della Cappella Palatina dipinto da artigiani musulmani per un re normanno, perfino nei mercati, che hanno ancora l’aria del suk. Fu sintesi, e lo fu anche perché c’era un potere sicuro di sé, che sapeva chi era e dettava le regole.

E non è solo storia. Nel 2016 undici commercianti di via Maqueda, quasi tutti bengalesi, denunciarono i loro estorsori con l’aiuto di Addiopizzo, dopo che Yusupha Susso, uno studente gambiano che li aveva difesi, era stato raggiunto alla testa da un proiettile. Hanno fatto proprio il valore migliore di questa città, meglio di tanti palermitani. Anche qui, come tra le generazioni, la frattura non passa tra noi e loro: passa dentro.

Ma via Maqueda resta un’eccezione. Molti bangladesi lavorano accanto a noi e vivono altrove, in un loro mondo chiuso. Lo capisco: anch’io, a Londra, mi rifugiavo tra italiani, perché il muro della lingua spinge a chiudersi. Ma Londra non aveva smesso di raccontarsi, e prima o poi ti costringeva ad ascoltarla. Noi abbiamo smesso.

E il multiculturalismo, quello vero, ha la faccia di una bambina di quattro, cinque anni, completamente coperta, con solo l’ovale del viso visibile. Nemmeno la tradizione islamica lo chiede: per la gran parte dei giuristi musulmani il velo è un obbligo che scatta con la pubertà. A quattro anni è un confine, tracciato prima che la bambina possa scegliere da che parte stare. Sono figlie loro, e sono figlie nostre.

In Austria, da settembre, il velo a scuola è vietato sotto i quattordici anni, con una legge votata anche dai socialdemocratici. Da noi si discute di burqa, e delle bambine si parla poco. La libertà di una bambina è la più nostra delle “cose proprie”. Nella stessa lezione al Senato, Ratzinger diceva che l’Occidente tenta di aprirsi “pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso”.

In Libia il vuoto l’hanno riempito i russi. Davanti ai nostri figli, una vetrina. Nel centro di Palermo, i B&B da una parte e una città parallela dall’altra. Una società che smette di raccontare se stessa non resta muta: qualcun altro racconta al posto suo. L’intercultura si fa in due, e uno dei due deve sapere chi è.

Al Capo, intanto, i telefoni sono puntati sulla stigghiola e sulle bambine con l’ovale del viso scoperto, che passano tra la folla: “Look at ’em, how cute!”. Hanno quattro anni, e qualcuno ha già deciso a chi dovranno assomigliare. Noi lo chiamiamo folklore.

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