Società, cultura, storia e idee
La Generazione Z e i ragazzi che abbiamo dimenticato di essere stati
Dalle cabine telefoniche alle videochiamate, cambia il modo di partire e restare legati a casa. Tra i giovani di ieri e quelli di oggi, la frattura divide ancora determinati e inquieti, uniti dalla stessa urgenza di esistere alle proprie condizioni.

Mio figlio mi chiama quasi ogni giorno. Non è una telefonata: è una videochiamata che comincia senza preamboli, spesso mentre cammina, e che finisce senza saluti, come se la linea non si chiudesse mai del tutto. Dietro di lui vedo una strada che non è la mia, un pezzo di cielo diverso, i colleghi che gli passano accanto. So cosa ha mangiato. So chi lo ha fatto arrabbiare stamattina.
Alla sua età io chiamavo casa la domenica mattina, da una cabina, con le monete contate e gli scatti che mangiavano le frasi a metà. Poi diventai esperto: davo a mia madre il numero della cabina e mi facevo richiamare. Pagava lei, e il tempo ce lo regalavamo.
Era il massimo dell’astuzia disponibile, e resta la misura esatta di quel mondo: per parlare con me, era necessario che io fossi in piedi accanto a un apparecchio, a un’ora concordata, in un punto preciso della città. Tutto il resto della settimana era buio. E quel buio non era il prezzo della partenza: era la cosa che ero andato a cercare.
Noi ci sottraevamo, loro si espongono. La nostra libertà era fatta di chilometri e di silenzio: andare a Londra o in America significava recidere, rendersi irreperibili, costringere il mondo di prima ad accettare di non sapere. La loro esplorazione avviene invece dentro una vetrina trasparente. Sono nomadi, ma perennemente tracciabili. Non tagliano i legami: li rinegoziano ogni giorno, in diretta.
Da qui l’adulto ricava la sua sentenza preferita: allora non sono liberi, sono dipendenti. Lo confesso, per anni il mio ragionamento si è fermato lì, e non ho lesinato critiche. L’obiezione, del resto, non è debole: se la solitudine era il contenuto della nostra partenza e non il suo costo, chi non è mai irreperibile non è mai solo, e chi non è mai solo rischia di costruirsi un’identità negoziata in tempo reale con un pubblico – l’esatto contrario dello scoprire chi si è. Ma basta vederli all’opera per accorgersi che la sentenza non regge.
Ho passato del tempo a Malta, dove lavorano molti ragazzi, tanti italiani. Camerieri, promoter, babysitter, bartender: le stesse identiche mansioni con cui noi pagavamo la stanza a Londra, gli stessi turni, la stessa contabilità serale delle mance. Cambiano l’isola e le estetiche, non la fatica. Usano la rete come noi usavamo il passaparola dell’ostello: per trovare una stanza, un turno, qualcuno con cui dividere le prime settimane.
Con una differenza che dice più di quanto vorremmo ammettere: noi cercavamo qualcuno che parlasse la nostra lingua, loro una lingua comune ce l’hanno già. Il muro linguistico, per noi, era metà dell’esilio: ci spingeva a rifugiarci tra italiani e insieme rendeva la separazione autentica, perché non capire è una forma di lontananza.
Loro quel muro non lo incontrano, e la loro comunità del primo giorno non è fatta di conterranei ma di chiunque stia facendo la stessa cosa. La rete non è ciò da cui dipendono: è ciò con cui si organizzano. E recidere, per noi, era comunque un lusso: potevamo sparire perché sapevamo che al ritorno qualcosa ci avrebbe aspettato. Loro partono senza quella garanzia.
Ma quei ragazzi sono solo metà di una generazione. L’altra metà è rimasta in Italia, si laurea in corso, ha obiettivi precisi e una traiettoria disegnata fino al colloquio che conta – e non le è mai passato per la testa di servire cocktail su un’isola per capire chi è. Due popoli distinti, ma sotto un unico tetto.
Con una novità che negli anni Ottanta non esisteva. A Londra, allora, eravamo quasi soltanto maschi: le ragazze restavano, o andavano dove aveva deciso qualcun altro. Oggi, tra quelli che se ne vanno, sono almeno tante quanti i ragazzi – laureate o no, spesso più determinate nel non sapere ancora cosa vogliono. Il popolo degli inquieti, da allora, si è fatto più largo.
Per il resto, sono esattamente i due popoli che spaccavano anche noi. I determinati, che discutevano la tesi in tempo ed entravano nel sistema il lunedì successivo. E gli inquieti, che mollavano tutto per mettersi alla prova prima ancora di sapere chi erano. La frattura, allora come oggi, non passa tra una generazione e l’altra: passa dentro ciascuna, verticalmente.
Ed è qui che si consuma il nostro errore ottico. Non confrontiamo la loro generazione con la nostra: confrontiamo i loro determinati con i loro inquieti. Prendiamo il figlio dell’amico che si è laureato in corso ed è già assunto, lo mettiamo accanto al ragazzo che a ventisei anni serve cocktail a St Julian’s, e dichiariamo il declino di una generazione. E ci dimentichiamo l’unica cosa che dovremmo ricordare: quanto inquieti eravamo noi.
Perché il ragazzo di St Julian’s non va confrontato con quel figlio modello. Va confrontato con noi, con quelli che partivano. E il loro determinato non è meno solido del nostro: cambia il metodo, non la fibra. Dove noi accumulavamo esami e raccomandazioni, lui accumula portfolio, lingue, tirocini, contatti. Dove noi sparivamo per cercarci, il loro inquieto fa lo stesso restando in linea. Approcci diversi, poli identici.
Una differenza, però, dovrebbe metterci in imbarazzo. Tra i nostri determinati e noi c’era un abisso, e si chiamava disprezzo. Loro ci consideravano dei parassiti che rimandavano la vita adulta; noi li consideravamo dei venduti che l’avevano barattata prima ancora di viverla. Non ci parlavamo, e quando ci ritrovavamo, dieci anni dopo, avevamo poco da dirci.
Tra i loro due popoli, invece, c’è un continuo ritrovarsi. Si scrivono, si vedono quando rientrano, si raccontano l’estate senza sentirsi in dovere di correggersi a vicenda. Nessuno dei due considera l’altro un errore da riparare.
Se poi la forma della loro autonomia ci irrita, forse è perché ne siamo gli autori. Abbiamo pianificato le loro vite dalla culla, riempito i pomeriggi di corsi e obiettivi, tradotto l’affetto in cose comprate, e adesso ci stupiamo che qualcuno di loro voglia altro. Non è ribellione contro di noi: è la conseguenza esatta di ciò che abbiamo insegnato a desiderare.
Sotto la forma, insomma, la sostanza non si è mossa di un millimetro. Con una piccola crudeltà in più a loro carico: noi partivamo con l’alibi dell’inglese, loro l’inglese lo sanno già. Non hanno più una scusa presentabile da esibire ai genitori, e devono ammettere – a noi e a se stessi – che se ne vanno per il motivo nudo, quello che noi ci siamo sempre risparmiati di dire.
Perché l’obiettivo, oggi come allora, non è il lavoretto: è misurarsi con il mondo senza intermediari e scoprire cosa si è quando nessuno ci conosce. Noi lo inseguivamo nel vuoto dell’ignoto, loro di contatto in contatto. È cambiata la grammatica. L’urgenza di esistere alle proprie condizioni è intatta.
La verità è che quando li osservo non sto guardando loro. Sto guardando un ragazzo in piedi accanto a una cabina che aspetta di essere richiamato, con l’alibi dell’inglese in tasca e in corpo una fame che non sapeva nominare.
E ricordo anche – cosa che di solito non diciamo – quanto costava, quel buio: i mesi in cui non si capiva niente, i ritorni difficili, la sensazione che il mondo di prima fosse andato avanti senza aspettarci. Fingere di non riconoscerci in loro significa aver dimenticato chi siamo stati – o, più probabilmente, ricordarlo benissimo e aver deciso che era meglio non dirlo.
Sono diversissimi da noi, allora: ballano una danza che non sapremmo eseguire, su un palcoscenico che non sapremmo montare. E sono identici a noi in una cosa sola, l’unica che conti: nel bisogno feroce di non assomigliare a nessuno. Tantomeno a noi.
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