Economia, energia e globalizzazione

Il capitalismo americano comincia a smarcarsi da Trump

Le imprese americane ricalibrano il rapporto con Trump in vista delle elezioni di metà mandato. Le donazioni ai democratici risalgono, ma anche tra i moderati il mondo degli affari potrebbe trovare interlocutori meno disponibili.

Un dirigente di spalle osserva il Campidoglio, accanto a un manifesto lacerato di Trump e a buste per donazioni ai partiti americani.
Valerio SaleValerio Sale30/10/2026Aggiornato 29/10/20264 min lettura828 parole

La tradizione dell’industria americana si è fondata sulla consapevolezza dei propri leader che in politica la ruota gira, sempre. In passato i partiti entravano e uscivano dal potere e così le aziende si guadagnavano il favore sia dei repubblicani che dei democratici, indipendentemente da chi controllava la Casa Bianca o il Campidoglio. Poi è arrivato Donald Trump. Anzi, è tornato. Perché, se durante il suo primo mandato le relazioni delle grandi corporates restarono improntate al motto di business as usual, con la sua rielezione del 2024 in molti hanno abbandonato ogni imparzialità.

È una vera e propria lezione di capitalismo che riempirà le pagine dei libri di storia economica. Con la deregulation di Trump si è spalancata una “finestra di opportunità” per le imprese che intendono portare avanti le agende su diversi temi, dalle fusioni fino e soprattutto ai cambiamenti normativi in una molteplicità di settori. Il settore tecnologico, soprattutto, è entrato in una sorta di simbiosi plutocratica con il trumpismo, ma anche tanti altri ambiti produttivi dove le agenzie di lobbying operavano da tempo con esiti incerti. Il comparto dell’oil & gas ha ricevuto il via libera per nuove trivellazioni in seguito alla revisione del regolamento EPA (Environmental Protection Agency). Il settore bancario con l’alleggerimento degli obblighi di vigilanza per numerose banche regionali. Fino alla normativa sulla gestione delle risorse umane nelle grandi aziende e allo smantellamento del costoso sistema DEI (Diversity, Equity, Inclusion) in odore di wokismo.

L’occasione è stata quindi all’altezza degli appetiti più robusti e ha significato per molti abbandonare il bipartitismo e anche il concetto di prudenza nell’allargare il portafogli a favore del Partito Repubblicano, dagli Stati più rossi (il colore dei repubblicani) del Texas e del Wyoming fino a Washington, a giudicare anche dalle numerose donazioni aziendali alla mastodontica sala da ballo della Casa Bianca.

Il concetto di ruota che gira è però ritornato alla ribalta in prossimità delle elezioni che si terranno tra pochi giorni, con particolare riferimento a previsioni e sondaggi che annunciano pioggia sulla Casa Bianca. Lungi dall’affidarci ciecamente ai riti officiati dai sondaggisti, ci rifacciamo alla statistica economica per osservare i molteplici segnali che portano a prevedere un riposizionamento del Congresso e il ritorno in gioco dei democratici.

Il Senate Banking Committee, un influente pezzo istituzionale facente funzione analoga a quella che nei parlamenti europei avrebbe una commissione economia e finanze, ha recentemente fornito l’elenco di aumenti avvenuti dalla data dell’insediamento di Trump e che, a ragion di logica elettorale, dovrebbero presentare il conto ai repubblicani nelle urne. Elettricità +11,6%, affitti +5,3%, carburanti +40,3%, frutta e verdura +3,7%, spese sanitarie +14,6%. Segue un lungo elenco dal carrello della spesa, dalle onnipresenti uova fino ai dolci di Halloween che in questi giorni le famiglie americane sono costrette ad acquistare con aumenti fino al 23% per gli Hershey Butter Cup e fino al +19% del Ferrero Pack.

I dati dei prezzi sono inconfutabili, quelli dei sondaggi meno, ma tutto sembra spingere il mondo aziendale americano a effettuare prudenti manovre di “deMAGAfication”, come le ha definite The Economist. Il settimanale economico britannico ha esaminato i documenti federali che riguardano le donazioni da parte dei leader aziendali e delle loro famiglie attraverso i canali di trasferimento ai due partiti americani. Nel secondo trimestre del 2026, l’ultimo periodo per cui i dati sono disponibili per intero, il 33% delle loro donazioni è andato ai democratici, leggermente in aumento rispetto al 31% del 2025. Tuttavia, i donatori delle aziende a stelle e strisce mantengono le distanze dall’ala progressista-socialista dei democratici. Dei 287 milioni di dollari donati dai dirigenti ai democratici nella prima metà di quest’anno, appena 9 milioni sono andati ai progressisti di Bernie Sanders e compagnia.

Da qui potrebbero arrivare delle sorprese, poiché il mondo imprenditoriale potrebbe scoprire che anche i democratici moderati sono diventati poco ricettivi alle sue istanze, sulla scia di una polarizzazione dell’elettorato e di una tendenza al campo largo made in USA, laddove l’ala radicale che va da Mamdani alla Ocasio-Cortez potrebbe acquisire maggior peso nel partito. Infatti, al grido di battaglia per fermare i data center si è unita la protesta degli agricoltori in Iowa contro le grandi multinazionali dell’agricoltura; idem in Alaska per le industrie cosiddette Big Fish. Anche nella Silicon Valley il nervosismo è palpabile. Chris Hughes, cofondatore di Facebook, osserva che per molti boss del tech che hanno passato gran parte degli ultimi due anni a Washington potrebbe presentarsi una resa dei conti dopo le elezioni di metà mandato. Un segnale viene da Mark Zuckerberg che, in controtendenza rispetto ai propri colleghi miliardari, ha dichiarato di accettare di mantenere la residenza nella superdemocratica California anche in previsione del probabile arrivo di una tassa straordinaria sui patrimoni.

Le imprese americane si apprestano ad affrontare due anni che potrebbero essere assai complicati. Da un lato non possono ignorare il fatto che ci sono ancora due anni di business con l’attuale amministrazione, dall’altro dovranno considerare i propri piani di sviluppo (ridurre l’iniziativa non regolamentata, n.d.r.) in funzione di un possibile cambio di rotta.

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