Economia, energia e globalizzazione
Contro la concorrenza sleale cinese i dazi non bastano
Francia e Germania denunciano la concorrenza sleale cinese, ma i dazi non bastano. Per difendere la manifattura europea servono innovazione, riforme e una forza negoziale comune, mentre il modello dell’Unione è sotto attacco dall’esterno e dall’interno.

Al Consiglio Europeo di Bruxelles è stata usata per la prima volta in un documento ufficiale la definizione di “concorrenza sleale”. Quello che è da tempo un assunto economico nei riguardi della Cina è stato messo per iscritto dai leader di Germania e Francia in una lettera alla Commissione. È una sostanziale svolta nella comunicazione, con l’esplicita richiesta di assumere misure di protezione dall’aggressione commerciale di Pechino, in particolare nel mercato automobilistico.
Chiariamolo subito: se il messaggio si riduce ad una richiesta di protezione resterà carta straccia. I dazi non bastano, serve politica economica e innovazione nei prodotti e nei processi. Se invece la svolta semantica si trasformerà in presupposto strategico, può segnare un punto di rilancio nel riposizionamento di un modello economico all’interno del nuovo contesto geopolitico in cui è chiamata a collocarsi l’Unione Europea.
Riavvolgiamo il nastro: l’industria automobilistica tedesca ha delocalizzato negli ultimi decenni produzione e know-how stendendo un tappeto rosso alle relazioni commerciali con la Cina. Un disegno strategico a dir poco scellerato, laddove la Cina ha impiegato due intere generazioni di ingegneri in un’attività di apprendimento “learning by doing” sulle linee di produzione di Volkswagen, Bmw e Mercedes.
Sul fronte del mercato interno la dirigenza cinese ha mantenuto saldi i piani di controllo dei consumi chiudendo di fatto all’espansione di mercato dei fabbricanti europei. Nel 2024, quando venivano prodotti in Cina 31 milioni di veicoli, la Germania di Olaf Scholz si opponeva ai primi dazi di Bruxelles sull’importazione delle auto elettriche cinesi.
Risultato: la Cina ha assunto la leadership produttiva e ha inondato il mercato dell’auto europeo con il 50% delle vetture. I dazi hanno fatto scendere la quota al 42% nel 2025, principalmente perché i costruttori cinesi hanno spostato parte delle loro strategie sui veicoli ibridi e plug-in, oppure hanno avviato piani di delocalizzazione della produzione direttamente in Europa per aggirare le tariffe doganali.
Questi numeri, che hanno portato alle chiusure di fabbriche in Germania, hanno contribuito a chiarire le idee alla dirigenza di Berlino e oggi Friedrich Merz ha ribaltato il concetto sulla Cina: da partner a concorrente sleale.
Ora, se è vero che nella competizione tecnologica un popolo d’ingegneri (cinesi) batte un popolo di avvocati (europei), è anche indiscutibile che, se gli ingegneri vengono dopati, l’esito della gara risulta truccato. Il vantaggio competitivo di prezzo della Cina si è consolidato sui tre pilastri: economie di scala, sussidi pubblici, yuan tenuto artificialmente basso. Se le economie di scala sono una realtà oggettiva per un Paese enorme, aiuti di Stato e valuta sono sostanza dopante allo stato puro.
Vale per il mercato automobilistico, ma vale in generale per la manifattura in cui le industrie europee, malgrado la qualità e la leadership di marchi e brevetti, non sono in grado di competere sul prezzo. La concorrenza di prezzo dell’interscambio di Pechino con i 27 Paesi UE genera uno sbilancio annuo di 360 miliardi.
Per rilanciare occorre nuova forza negoziale. A partire dalla riforma del sistema regolatorio di Bruxelles che va ripensato in funzione degli attuali cambiamenti nel funzionamento della catena delle forniture (energia e materie prime). La Cina è e deve restare un partner da cui però è necessario ottenere di più.
Inutile dire che per accrescere il peso negoziale occorre presentarsi uniti al tavolo delle trattative. Con l’America di Trump e la Russia di Putin impegnate nel deliberato obbiettivo di disgregare l’Unione Europea, la Cina fa buon gioco nel mantenere aperti i flussi commerciali a partite invariate.
Il bivio davanti a cui si trova l’Unione Europea indica la direzione delle riforme che rinnovino, rafforzino e allarghino il modello di unione economica su cui è stata costruita l’Europa. I capitoli riguardano la regolamentazione per il sistema produttivo, l’autonomia dei servizi digitali e una progressiva unione bancaria.
I recenti accordi d’interscambio con India e Mercosur sono lì a rappresentare il successo di un modello la cui forza negoziale può giocare un ruolo anche nel riequilibrio dell’interscambio con la Cina.
Le azioni promosse da tedeschi e francesi nei confronti dell’aggressività predatoria cinese rischiano però di restare circoscritte ad uno scatto d’orgoglio. È l’intero modello economico dell’Unione ad essere sotto attacco. I fronti sono due: quello esterno di Usa e Russia con la Cina alla finestra; quello interno delle forze antieuropee e antioccidentali che hanno un comune intento non riformatore, ma demolitorio.
Sovranismo nazionalista e antioccidentalismo ideologico uniti in una miscela rossobruna, in cui si mischia il richiamo al modello economico dirigista e statalista, alla cinese appunto, con i sogni autarchici dell’economia nazionale.
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