Italia: politica, istituzioni e società
La Russa, Ponzani e la “dottoremania” che faceva sorridere Einaudi
Il confronto fra Michela Ponzani e Ignazio La Russa riporta alla luce la “dottoremania” denunciata da Einaudi: il titolo riconosce un percorso, ma non decide chi abbia ragione.

C’è un momento in cui una polemica televisiva smette di essere tale e diventa una piccola lezione di antropologia nazionale. È il momento in cui, fra una ricostruzione storica, una richiesta di scuse e la minaccia di una querela, qualcuno precisa: “Mi chiami professoressa”.
È quello che è accaduto nel confronto a distanza fra la storica Michela Ponzani e il presidente del Senato Ignazio La Russa, a proposito del Giovedì nero milanese del 12 aprile 1973. Ponzani ha rivendicato la propria ricostruzione dei fatti e ha chiesto che le fosse riconosciuto il titolo accademico, ricordando che i titoli universitari non si ereditano come quelli nobiliari, ma costano fatica.
Una richiesta comprensibile, soprattutto quando a essere in gioco è il riconoscimento del proprio lavoro. Ma, mentre il dibattito pubblico si accendeva intorno a una parola – professoressa – dietro le quinte del palcoscenico mediatico si udiva una sonora risata. Era quella di Luigi Einaudi, economista, professore universitario, presidente della Repubblica e, soprattutto, nemico dichiarato della “dottoremania” italica.
Nel 1953, nel saggio “Vanità dei titoli di studio”, il grande liberale metteva il dito in una piaga che non si è ancora rimarginata: l’Italia, scriveva, stava diventando “un paese di dottori”. Il suo era un ritratto satirico di un popolo nel quale i commendatori erano tramontati, i cavalieri perdevano smalto e il dottore diventava il nuovo titolo universale. Non importava più soltanto sapere qualcosa: bisognava poterlo annunciare esibendo un pezzo di carta. In Italia, come osservava, sembrava quasi sconveniente rivolgersi a qualcuno chiamandolo semplicemente “signore”. “Zero tituli”, per parafrasare José Mourinho, nessun prestigio. Insomma, l’illusione che un diploma o una laurea garantiscano automaticamente un posto, un privilegio o una superiorità sociale.
Da qui le ridicole guerre fra categorie professionali. L’ingegnere che si sentiva superiore al geometra, il ragioniere in competizione con il dottore in scienze commerciali, gli avvocati impegnati nelle loro “lotte omeriche”. Un’intera società trasformata in un torneo medievale, con gli ordini professionali al posto dei cavalieri e pergamene al posto delle spade. Einaudi, in proposito, suggeriva di indicare, accanto al titolo di studio, anche l’università o la scuola che lo aveva rilasciato. Così la loro reputazione avrebbe potuto essere confermata o smentita dalla qualità effettiva dei loro laureati o diplomati. Un’idea deliziosamente crudele, che oggi farebbe tremare i polsi a molti insegnanti e accademici.
Beninteso, quando Michela Ponzani pretende di essere chiamata professoressa, non sta rivendicando un privilegio di casta. Il paradosso (sgradevole) comincia quando quel riconoscimento, legittimo in sé, si trasforma in una disputa sul rango delle persone. In altre parole: la questione non è se Ponzani abbia diritto a essere riconosciuta come professoressa. È se, nel dibattito pubblico, il titolo debba diventare un’arma retorica, una specie di distintivo da esibire per giustificare una presunta superiorità culturale e la propria posizione nella gerarchia nazionale.
Una professoressa può avere ragione o torto su un fatto storico. Un presidente del Senato può avere ragione o torto nel contestarne la ricostruzione. La verifica spetta alle fonti, agli argomenti e alla discussione pubblica, non al titolo che precede un cognome.
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