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Il paradosso di Malta: dove Dio si chiama Alla e la moschea si chiama Maria
Un residente su tre è nato altrove, ma Malta conserva nomi, riti e identità. Tra la Madonna delle Vittorie, una moschea libica e una lingua di origine araba, l’isola interroga il rapporto europeo con le proprie radici.

Nel tempo che passo a Malta mi colpisce soprattutto un’assenza. Non ho mai sentito un cellulare suonare con un versetto del Corano, né il richiamo alla preghiera. Il velo integrale non l’ho mai visto, e anche l’hijab è raro: niente a che vedere con Palermo, dove di donne coperte da capo a piedi, con solo l’ovale del viso scoperto, ne incontro tantissime. In Italia le moschee vere sono meno di dieci, ma le sale di preghiera ricavate in garage, magazzini ed ex negozi sono centinaia; qui la moschea è una sola. E mancano anche i segni della piazza: non ho mai visto una kefiah addosso a nessuno, né la polizia fermare qualcuno, né un disordine. Nulla. Eppure, su quest’isola, un residente su tre è nato altrove.
Secondo Eurostat, a Malta i nati all’estero sono il 32% dei residenti, contro poco più del 20% della Germania, il 19% della Spagna, il 14% della Francia e il 12% dell’Italia. Malta ne ha più di tutti, e non si sente assediata. Certo, molti vengono dall’India, dall’Italia, dalle Filippine o dal Nepal, non da Paesi musulmani; la maggior parte è venuta a lavorare, in un Paese dove la disoccupazione sta intorno al 3%; e sono arrivati quasi tutti negli ultimi quindici anni, tanto che la seconda generazione qui è appena cominciata. La prova vera arriverà con i figli, ma intanto chi arriva non trova un vuoto da riempire: trova un Paese che sa chi è.
Che la moschea sia una sola, del resto, non è un caso. Quando ne è stata chiesta una seconda, il consiglio comunale di Luqa, il paese dell’aeroporto, a guida laburista, ha votato all’unanimità contro, con una motivazione sola: “C’è già una moschea al centro di Malta”.
Quella che c’è già sta a Paola, a cinque chilometri dalla Valletta, sulla collina di Corradino, tra il carcere e i resti di un tempio megalitico. La prima pietra la posò Muammar Gheddafi nel 1978, e nel 1984 il colonnello tornò a inaugurarla. Erano gli anni in cui il premier laburista Dom Mintoff cercava in Libia soldi e alleanze. È libica dalle fondamenta al minareto: l’ha progettata un architetto libico e la gestisce tuttora la World Islamic Call Society, la rete missionaria con cui Tripoli costruiva moschee in mezzo mondo. Si chiama Mariam Al-Batool. Maria, la Vergine.
Anch’io, la prima volta, ci ho letto una resa: l’Islam accolto, sì, ma sotto il manto della Madonna. È una lettura comoda, ed è sbagliata. Maryam è l’unica donna che il Corano chiami per nome, e le dedica un’intera sura; al-Batul, la vergine, è uno dei titoli con cui la tradizione islamica la onora. Chi ha scelto quel nome pensava alla Maryam del Corano, non alla Madonna dei maltesi. Umberto Eco la chiamava decodifica aberrante: leggere un messaggio con un codice diverso da quello di chi l’ha scritto.
Il paradosso vero è un altro. A Malta, Maria è prima di tutto la Madonna delle Vittorie. Nel 1565 i Cavalieri di San Giovanni e i maltesi resistettero per tutta l’estate all’esercito di Solimano il Magnifico, e l’assedio finì l’8 settembre, festa della Natività di Maria. La vittoria fu attribuita a lei. Il primo edificio della Valletta, la città fondata subito dopo, fu una chiesa dedicata alla sua nascita. Ancora oggi l’8 settembre è festa nazionale, e ricorda anche l’assedio della Seconda guerra mondiale, quando su Malta cadevano pure le bombe italiane. Malta è ancora un’isola di bastioni, ma sulle mura della Valletta oggi passeggiano i turisti. A tenerla insieme non sono più le pietre: è un nome.
Lo stesso nome, dunque, dice due cose diverse a pochi chilometri di distanza. Per i maltesi quel nome ricorda la vittoria sugli ottomani; per chi prega a Paola è una pagina del Corano. E da più di quarant’anni le due letture convivono, senza che una debba cancellare l’altra.
Del resto, con l’arabo Malta ha un rapporto che a Palermo si capisce meglio che a Bruxelles. Per secoli storici e preti hanno provato a nasconderlo, fino a raccontare che il maltese discendeva dai Fenici. Ma il maltese viene dall’arabo che si parlava anche in Sicilia, e i maltesi cattolici, quando pregano, chiamano Dio Alla. La Quaresima, per loro, è Randan, come il Ramadan. Mdina, l’antica capitale raccolta intorno alla sua cattedrale barocca, porta nel nome la parola araba per “città”. L’arabo Malta non è riuscita a cancellarlo. Se l’è tenuto, e ci prega dentro. A Palermo, al mercato del Capo, l’abbanniata ormai si fa in inglese, nella lingua di chi compra. Malta continua a raccontarsi nella sua.
Prima del 2016, sfrattata da garage e locali senza permesso, una parte dei musulmani pregava in strada, davanti alla chiesa di Msida. Il governo concesse allora uno spazio all’aperto nell’Ospizio di Floriana, un edificio dei Cavalieri, poi se lo riprese per farne un polo d’arte contemporanea. Oggi la moschea di Paola ha cinquecento posti, e il venerdì i fedeli finiscono sul marciapiede. I musulmani, al censimento del 2021, erano 17.454: pochi, in proporzione, ma abbastanza per non entrare più in una moschea sola. Che cosa succederà con i figli, nessuno lo sa. Malta non è ancora una risposta: è una domanda rivolta all’Europa.
Più di vent’anni fa l’Europa aveva già rinunciato a nominare le radici cristiane nel preambolo della sua Costituzione. Nel 2021 la Commissione fece un passo in più: un manuale di comunicazione inclusiva per i suoi funzionari consigliava di scrivere “le feste” invece di “Natale” e, negli esempi, di sostituire “Maria e John” con “Malika e Julio”. Fu ritirato dopo poco più di un mese, tra le proteste. L’aveva voluto la commissaria all’Uguaglianza, la maltese Helena Dalli. Il confine, evidentemente, non passa tra Malta e l’Europa, ma tra chi i propri nomi li pronuncia e chi, per non offendere, comincia a toglierli.
L’isola, per ora, i suoi li pronuncia tutti: la Vergine delle Vittorie ogni 8 settembre, la religione cattolica all’articolo 2 della Costituzione, perfino le parole arabe con cui chiama Dio e la Quaresima. Il vuoto non l’ha mai lasciato, e per questo può tenersi una moschea libica senza sentirsi assediata. A Bruxelles, per un mese, Maria è stata un nome da evitare. A Malta è il nome dell’unica moschea.
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