Economia, energia e globalizzazione
C’è qualcosa di non detto sulla questione dei salari
Produttività, contrattazione e rigidità retributive: il dibattito sui salari italiani lascia in ombra alcuni meccanismi che possono ostacolare il trasferimento dei risultati delle imprese ai lavoratori.

Con questo articolo ha inizio la collaborazione di Gaetano Gianni con InOltre. Avvocato, giuslavorista, ha scritto per diverse riviste scientifiche e testate giornalistiche. Esperto del mondo del lavoro attraverso consulenze professionali e liti giudiziarie. Benvenuto Gaetano.
Decenni di dibattiti, analisi, studi di dati e di tendenze dell’economia, abbastanza sterili visti i risultati, e ci sono ancora almeno un paio di questioni che non sono state adeguatamente affrontate nel brainstorming incessante sul grave problema italiano delle retribuzioni. Anzi, ce n’è certamente una totalmente ignorata.
Questa riflessione si è imposta a valle della pregevolissima relazione di Marco Bentivogli nel secondo giorno dell’assemblea dell’Associazione “LibertàEguale”, area dei riformisti del Partito Democratico, che si è tenuta a Orvieto il 24 e 25 ottobre.
L’ex segretario generale della FIM CISL, oggi fondatore e coordinatore dell’Associazione Base Italia, ha messo in fila tutte le défaillances dell’economia italiana che incidono negativamente sul livello salariale.
A cominciare dal tema scottante della produttività del lavoro, che in Italia nel secondo trimestre 2026 è scesa dello 0,3%, a fronte di una media dei 27 della UE che è invece salita dello 0,8%. L’uso dell’abusata espressione “tema scottante” è fatto a ragion veduta, considerato che nell’area del centrosinistra il tema della produttività del lavoro è polvere da nascondere sotto il tappeto (Giorgio Gori, ancora nell’assemblea di Orvieto, ha ricordato che nel documento programmatico del convegno nazionale del PD svoltosi a Montepulciano negli stessi giorni la parola “produttività” non era presente).
Ma di fattori che incidono negativamente più o meno direttamente sull’andamento dei salari – lo sentiamo ripetere ormai troppo spesso – ce ne sono molti altri: il mancato recupero dell’inflazione post-Covid, i ritardi nei rinnovi contrattuali, la carenza di contratti di secondo livello, l’occupazione che si concentra sempre più su lavori che offrono basse retribuzioni. Senza contare, più in generale, il peso di un’economia senza innovazione, caratterizzata dall’eccessiva presenza di imprese medio-piccole, con ridotte capacità di investimento e con organizzazioni del lavoro piuttosto arcaiche.
Insomma, ormai si è capito che in Italia la panoramica dei “perché” di un’economia che, pur stando in piedi, non produce redditi di lavoro adeguati è talmente articolata che, quando si passa al piano del “come rimediare”, si rischiano derive velleitarie.
Nessuno dubita del fatto che un patto relazionale che punti all’aumento della produttività del lavoro potrebbe condurre a miglioramenti anche sul piano salariale (e se ne trovano di contratti aziendali di questo tipo anche in Italia). Ma se anche si volesse ignorare il fastidio con cui i sindacati nazionali (non tutti, per la verità) discutono di tale argomento, esistono elementi che devono indurre a ritenere che ciò non sarebbe del tutto sufficiente.
Pensiamo per esempio alle numerose imprese che incamerano grandiosi utili, che hanno un’alta produttività del lavoro, ma pagano gli stessi stipendi delle aziende meno fortunate. Perché così funziona il sistema. Grandi e piccole, ricche e povere hanno le stesse tabelle retributive, quelle previste dal contratto collettivo di riferimento. Contratto che i rappresentanti degli imprenditori cercano di fissare (riuscendovi) al livello più basso possibile, in modo da non espellere dal mercato le imprese marginali. Così, con lo stesso CCNL della “Logistica”, Amazon – che fa 70 miliardi di utili in un anno – è tenuta a pagare le stesse retribuzioni della piccola azienda che mette in giro una decina di minivan che consegnano buste con la spesa. Il miglioramento della produttività aziendale e del lavoro sarebbe quindi molto utile ai redditi dei lavoratori, ma non sembra essere la panacea, in un tale contesto.
Come pure non lo sarebbe l’altra soluzione di cui si fa un gran parlare quando si affronta il tema dei salari: la misurazione della rappresentanza sindacale. I contratti “pirata” hanno smesso da tempo di essere l’unico nemico dell’adeguatezza dei salari. Basti pensare che ormai la Corte di Cassazione, con una serie di sentenze del 2023, ha ritenuto inadeguate anche le retribuzioni contenute in alcuni contratti collettivi firmati da sindacati appartenenti alle confederazioni più importanti, come CGIL, CISL e UIL.
E c’è un’altra circostanza che fa riflettere. In Italia quasi il 100% delle imprese applica un contratto collettivo. In Germania, che vede i suoi salari in cima alle vette più alte della UE, solo il 60%. Non si vuole certo sostenere che la presenza dei contratti collettivi nazionali danneggi la dinamica salariale. Tuttavia, sembra innegabile lo stato di crisi del modello delle relazioni industriali. E va più in profondità del semplice – ma irrisolvibile, a quanto sembra – problema della misurazione della rappresentanza.
Infine, un tema praticamente assente nel dibattito: in Italia esiste una legislazione estremamente rigida in materia di retribuzioni. L’imprenditore è obbligato a erogare i minimi previsti dai contratti collettivi. Ma tali minimi sono veramente modesti, come si è detto. L’aggiungersi di una somma ulteriore a quei minimi porta a un’erogazione di livello superiore da cui non è facile tornare indietro e, nella maggior parte dei casi, è impossibile. Sicché le imprese non sono incoraggiate ad alzare decisamente il livello dei salari nei tempi buoni.
Si può avere una relativa flessibilità firmando accordi sindacali. Ma sappiamo che le piccole aziende con meno di 50 addetti in Italia sono circa 4,48 milioni, ossia oltre il 99% delle imprese, e occupano il 61% degli addetti totali. E la dimensione di tali imprese fa sì che siano rarissimi i casi di presenza sindacale in azienda.
Ovviamente si sta molto semplificando un problema complesso che merita una riflessione specifica a parte. Ma in quella di oggi è sufficiente considerare che questa rigidità del livello retributivo, figlia della concezione novecentesca del salario quale “variabile indipendente”, impedisce la fluidità nei possibili flussi di reddito dall’impresa al lavoro. E questo non può non avere un peso sul livello complessivo dei salari.
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