Società, cultura, storia e idee
Contro il postmoderno. Due più due fa quattro?
Dalla fisica “sessista” di Irigaray alla beffa di Sokal, il linguaggio scientifico diventa ornamento e strumento militante. Una critica al relativismo postmoderno e alla sua parte nella delegittimazione della competenza.

Due più due fa quattro?
Secondo Luce Irigaray, una delle sacerdotesse del culto postmoderno, la celeberrima formula di Einstein E = mc² sarebbe
[…] “un’equazione sessista” perché “privilegia la velocità della luce rispetto ad altre (meno maschili) velocità che sono per noi di importanza vitale”.
La pretesa che la realtà fisica si adegui al sentire della venerata maestra, offesa dalla cattiva considerazione di Einstein per forze che le sono care perché “meno maschili”, è il perfetto esempio tanto della pretesa demolitoria dell’oggettività quanto dell’intento militante di tale pretesa. Si pensi che l’illustre filosofa, linguista e psicoanalista condannava
“il privilegiare della meccanica dei solidi rispetto a quella dei fluidi e di fatto l’assoluta incapacità della scienza di affrontare il flusso turbolento” a causa del pregiudizio contro la fluidità femminile. Infatti, “laddove gli uomini hanno organi che protrudono e diventano duri, le donne hanno aperture da cui sgorga sangue mestruale e fluidi vaginali”.
La solennità con cui quelle che autori meno fini del sottoscritto hanno definito “conneries” (si veda la prima parte di questo testo) vengono proferite è indice del timore reverenziale che la “scuola del sospetto”, dilagata nelle accademie americane col nome di french theory, incuteva.
Chiunque osasse mettere in dubbio la sicumera di autori che si esprimevano su materie come matematica, fisica o chimica senza conoscerne i fondamenti era bollato come rappresentante di un anacronistico residuo di oggettivismo, un reazionario culturale, un fascista dell’epistemologia. Da un certo punto in poi, essere competenti nella materia su cui ci si esprime sembra quasi diventare un handicap.
La diffidenza verso il pensiero competente tracimerà poi nello strato sociale posto in posizione sottostante a quello dell’accademia in una gerarchia intellettuale, cioè quello della media cultura (la Midcult di Dwight Macdonald), nobilitando un qualunquismo populista e scettico già presente, soprattutto negli Stati Uniti. Come aveva dichiarato lo scrittore Isaac Asimov:
C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di antintellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.
Tom Nichols, su questa morte della competenza, ha scritto un saggio diventato famoso, recentemente edito in Italia col titolo di La conoscenza e i suoi nemici, in cui sottolinea come la diffidenza verso le competenze abbia portato prima alla disinformazione e poi all’“errore aggressivo”, perché ciò che rende temibile il fenomeno è il fatto che si presenti in forme rabbiose verso supposte élite culturali, politiche ed economiche, con gravi rischi per la democrazia.
Feyerabend, come già visto, ha avuto un enorme ruolo nel processo di nobilitazione di questo qualunquismo. Ogni opinione conta quanto qualunque altra. La fisica femminista della Irigaray vale quanto quella di Einstein, l’orgone e i bioni di Reich quanto Pasteur. Questa diffidenza si estende alle verità ufficiali diffuse dai media (controllati dal Potere) e dalla medicina (controllata da Big Pharma). Una democratizzazione che banalizza materie complicate.
D’altro canto, gli autori post-moderni arrivano a produrre questo esito complicando moltissimo quelle che sono pure banalità (Noam Chomsky definirà l’intero fenomeno postmodernista “banalità polisillabiche”). Il maestro in questo è stato lo psicoanalista Jacques Lacan. Egli cercò di conferire rigore sistematico al suo decostruzionismo esprimendolo con questa formula:
Ovviamente, questa formula non significa niente, ma Lacan la lesse così:
Così l’organo erettile viene a simbolizzare il luogo della jouissance [estasi], non nella sua forma e neanche nella sua immagine, ma come una parte che manca dell’immagine desiderata: ecco perché è equivalente alla radice quadrata di −1 della significazione precedente, della jouissance, che esso riporta, tramite il coefficiente della sua affermazione, alla funzione della perdita di significante (-1).
Il commento di Barbara Ehrenreich fu: “Cosa ci importa se qualche francese vuole ritenere il suo pene la radice quadrata di meno uno?”. Certo, se leggiamo lentamente la frase di Lacan, come ci diceva Cohen, è facile cogliere la materia di cui è costituita. Si vede che l’intellighenzia più elitaria degli anni Ottanta e Novanta usava leggere velocemente e farsi ubriacare del suono delle parole.
Il gioco mostrò la corda nel 1996, quando Alan Sokal si rese protagonista di una delle beffe scientifiche meglio riuscite della storia. Sokal è un fisico attualmente docente presso la New York University, di orientamento socialista, che in quegli anni era alquanto infastidito dal fatto che fossero proprio i progressisti a farsi promotori di questo relativismo epistemologico, quando nei secoli precedenti avevano sostenuto l’oggettività scientifica contro l’oscurantismo.
Decise così di fare un esperimento sociologico: scrisse un articolo da proporre al comitato di redazione della nota rivista Social Text, composto da alcune delle più fulgide celebrità del postmodernismo statunitense. Il titolo era Trasgredire i confini: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica.
Già l’intestazione nella neo-lingua postmoderna avrebbe dovuto essere la spia di un intento parodistico che i redattori di Social Text non colsero, come non colsero le assurdità e gli strafalcioni di cui il testo era volutamente disseminato. Vi si potevano leggere periodi come:
La π di Euclide e la G di Newton, precedentemente ritenute costanti universali, adesso sono percepite nella loro ineluttabile storicità.
Oppure proclami contrari all’oggettività intesa come
[…] il dogma imposto dalla prolungata egemonia del post-Illuminismo (…) che esista un mondo esterno le cui proprietà siano indipendenti da ogni singolo essere umano e di fatto dall’umanità in generale;
Al di là di simili assurde affermazioni di soggettivismo (π e G sono ovviamente costanti universali indipendenti da interpretazioni), le parti più pregnanti e gustose dello scritto si ritrovano nei periodi più engagés e militanti, di cui il seguente è un ottimo esempio:
Proprio come le femministe liberali spesso si accontentano di una minima agenda di uguaglianza legale e sociale per le donne e di “pro scelta”, così i matematici liberali (e perfino qualcuno socialista) sono spesso contenti di lavorare all’interno dello schema dominante Zermelo-Fraenkel (che, rivelando le sue origini liberali ottocentesche, già incorpora gli assiomi di uguaglianza) integrato solo dall’assioma della scelta. Questo schema, tuttavia, è del tutto insufficiente per una matematica liberatoria.
Una “matematica liberatoria” che superi, quindi, una matematica semplicemente “liberale” e ancora ferma, come il femminismo liberale, all’assioma della scelta… Basterebbe ciò a fare di Sokal un vero genio della beffa culturale, ma egli arrivò a proclamare che i compiaciuti onanismi verbali di Lacan erano stati confermati dalla Teoria dei quanti e che le decostruzioni semantiche di Derrida dimostravano la Teoria della Relatività Generale di Einstein!
L’articolo passò gloriosamente la revisione dei professoroni di Social Text e venne pubblicato. Una settimana dopo, comparve su Lingua Franca un breve saggio in cui Sokal svelava il suo scherzo. Grande fu lo scandalo, grandissimo l’imbarazzo. Le maggiori riviste ne scrissero molto e a lungo, dando anche spazio alle repliche dei maestri del pensiero postmoderno.
Derrida, ad esempio, diede a Sokal del “poco serio”. Il direttore di Social Text dell’ignorante, cosa divertente visto che l’intero comitato redazionale della sua rivista aveva fatto passare il testo considerandolo degno.
Fu ascoltata anche Julia Kristeva, accusata da Sokal di infarcire i suoi saggi sulla poesia di riferimenti al calcolo differenziale, agli spazi funzionali infiniti di Hilbert, alla geometria algebrica e alla fisica quantistica senza conoscerne il significato. Invitata da Le Nouvel Observateur, la Kristeva rispose candidamente: “Ovviamente non sono una matematica”.
Insomma, una gran brutta figura per lo scintillante mondo del postmodernismo. Eppure, come Pasteur non impedì Reich, la vergogna inflitta da Sokal non fermò la prosopopea dei postmoderni.
Ancora nel 2016 veniva pubblicato un saggio il cui titolo e i cui contenuti fecero pensare a un nuovo “Affare Sokal”. Si chiamava Ghiacciai, genere e scienza: un framework per una scienza dei ghiacci femminista per la ricerca globale sul cambiamento ambientale (Glaciers, gender and science: a feminist glaciology framework for global environmental change research). Questi, però, non scherzavano.
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