Società, cultura, storia e idee

Contro il postmoderno: dagli esperti ai santoni

La critica del postmoderno parte dalla rinuncia all’oggettività: quando fatti e competenze diventano opinioni equivalenti, il rifiuto dell’autorità degli esperti rischia di consegnare il sapere al carisma dei santoni.

Una mucca composta da ritagli di carta stampata, sopra un pavimento a scacchi, si dissolve verso la coda in lettere e frammenti su fondo avorio.
Luigi CorvagliaLuigi Corvaglia21/10/2026Aggiornato 20/10/202610 min lettura2.083 parole

“Un mio professore andò una volta ad ascoltare una conferenza di Jacques Derrida. Tutta la relazione parlava di mucche (cows); tutti erano confusi, ma ascoltavano con attenzione e prendevano appunti sulle mucche. Dopo la pausa Derrida tornò e disse: “Mi dicono che si pronuncia caos (chaos)”.”

L’episodio, verosimile, è divenuto una barzelletta intellettuale. Un sistema di pensiero in cui “mucche” e “caos” sono praticamente intercambiabili denuncia una deriva in cui il linguaggio smette di essere strumento di chiarificazione e diventa invece esercizio di autocompiaciuto onanismo psichico a favor di pubblico. Signori, si parla di postmoderno.

Les paradigmes des conneries

“Se leggete le loro frasi velocemente, suonano bene. Il rimedio è leggerle lentamente, riconoscerete così i meravigliosi paradigmi della stronzata”, dice Gerald A. Cohen riferendosi a celebrati philosophes quali Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Julia Kristeva o Jacques Lacan. In pratica ai più venerati pensatori francesi del XX secolo.

Sì, perché “La cultura filosofica che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha prodotto la più grossa quantità di stronzate, sia rispetto al volume sia rispetto al calore con cui queste sono state accolte, è senza dubbio la cultura filosofica francofona”. Sappiatelo.

Se qualcuno vi dice che “La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione” non è un folle, ma un seguace del decostruzionismo, una corrente che fu molto in voga non troppo tempo fa. Quella affermazione è quindi un esempio di frase decostruzionista; ma, diciamocelo, anche una stronzata (a voler parlare come i filosofi).

Il lettore potrà trovare inopportuno e poco fine l’utilizzo di questo termine, ma qui lo si usa non solo per l’indubbia efficacia descrittiva, ma anche perché è ormai un vocabolo entrato di diritto nel dibattito filosofico moderno, segno inequivocabile che la materia che il termine designa è oggetto talmente pervasivo della contemporaneità che non ci si può esimere dal farne argomento di riflessione.

Infatti, non solo Gerald A. Cohen ha utilizzato l’espressione con esplicito riferimento alla scuola francese, ma Harry Frankfurt ha perfino scritto un saggio dedicato esclusivamente alla materia e intitolato appunto Stronzate. L’autore, dopo aver definito l’oggetto del suo studio “uno dei tratti salienti della nostra cultura” e materia a cui “ciascuno di noi dà il proprio contributo”, ne spiega la pervasività attuale come effetto delle diverse forme di scetticismo contemporaneo.

A partire dalla metà del XX secolo, infatti, una serie di correnti ideologiche hanno iniziato a confluire e poi ibridarsi in un punto della mappa culturale in cui si diffida di ogni informazione data per certa. Negli anni ’50, gli artisti della beat generation, con la loro provocazione fatta di rifiuto delle norme, sperimentazione con le droghe, interesse per il misticismo orientale e proposte di stili di vita alternativi, avevano posto le fondazioni della controcultura degli anni seguenti.

Nel decennio successivo, è dalle accademie del vecchio continente che l’editto contro la Ragione Illuministica verrà promulgato. In francese.

Sono le cosiddette “filosofie della crisi” generalmente inquadrate sotto l’etichetta di “pensiero post-moderno” o postmodernismo. Vi rientra il post-strutturalismo di Lyotard e Lévi-Strauss, che supera la visione organica della realtà come sistema unitario e leggibile in modo oggettivo e scomponibile, ma anche il decostruzionismo di Jacques Derrida, così attratto da tutto ciò che è indeterminato, frantumato o appare come deriva dell’identità.

È un pensiero che si rifà a Nietzsche. Questi affermava che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni”. In altri termini, è illusorio cercare la verità, essendo questa sempre filtrata dal vissuto esperienziale di ciascuno. Un pensiero, pertanto, che si caratterizza per una concezione relativistica del sapere, quindi per l’ostilità nei confronti dell’oggettività scientifica e un apprezzamento di qualsiasi tradizione lontana dal pensiero razionale. La buona novella che si diparte da Parigi è che “la modernità è finita”, dove per modernità si intende la ragione.

Si rigetta quindi la razionalità strumentale, la fiducia nel progresso e nelle possibilità di mutamento sociale, la logica kantiana, insomma tutto ciò che è venuto fuori dall’Illuminismo. Jean-François Lyotard, maître à penser a cui si deve la fortunata etichetta (suo il libro La condizione postmoderna che le dava battesimo), annunciò la fine delle “grandi narrazioni”, dimostrandosi fra i migliori spacciatori di quelle formule di successo che qualcuno chiama “memi” ed altri, in modo forse meno cool, “luoghi comuni”.

Il concetto è che le idee e le spiegazioni che fornivano all’uomo dei riferimenti, i punti cardinali che davano ordine al mondo, come la religione e le ideologie, hanno fallito e sono finite. L’annuncio è che l’uomo è entrato in una terra ignota e non ha una bussola.

Ora, essendo la scienza la più tipica delle “grandi narrazioni” della modernità, anche questa ha perduto definitivamente la sua autolegittimazione e si è ridotta ad essere una delle possibili ideologie. Insomma, se la gioca alla pari con lo sciamanesimo e il vudù.

Questo scetticismo, negando la possibilità di accedere a una realtà oggettiva, ha favorito la sostituzione delle strategie orientate alla ricerca dell’esattezza con il perseguimento dell’ideale della sincerità. In altri termini, ha sostituito la ricerca dell’oggettività, che è frutto della logica razionale, con la soggettività, cioè il sentimento, ciò che ognuno, sinceramente, sente.

La “cultura filosofica francofona” a cui si riferiva Cohen ne è sicuramente importante elemento costitutivo. È ovvio che ciò abbia aperto le porte per l’immissione di teorie, pratiche e culti antitetici al pensare occidentale, inteso in senso aristotelico-galileiano, ma anche giudaico-cristiano.

Insomma, a partire dagli anni ’60, un’idea di relativismo andato a male ha immesso nel mondo l’idea che ciò che conta non siano i dati oggettivi, ma quelli soggettivi. Ciò significa che i fatti dipendono da come li si vede e che, forse, tutti hanno la loro parte di ragione.

Giovanni Jervis, psichiatra che non temeva certo di essere etichettato quale conservatore o anti-egualitario, visto che è stato una delle figure cardine del pensiero critico degli anni ’70, ha descritto perfettamente quel milieu quando scriveva che negli anni ’60 e ’70 “il senso critico viene bollato come distruttivo; il richiamo all’esame di realtà è liquidato come residuo di positivismo” ma che “la negazione delle diversità personali diventa repressione dei diritti delle minoranze”.

Queste, infatti, hanno l’ardire di essere diverse. Insistendo sulle differenze personali, si finisce paradossalmente per negarle sul piano epistemologico e morale, asserendo l’equivalenza delle diverse scelte e opinioni. È un buio in cui tutte le vacche sono nere.

Perché il conformismo assolutista passi per antiautoritarismo e democrazia è necessario un nemico a cui far interpretare la parte dell’autoritario e lo si può facilmente trovare nell’oggettività. Infatti, l’oggettività tende a “imporsi” con l’“autorità” dei dati (che sarebbe come dire che la legge di gravità è illibertaria, perché ci toglie la libertà di saltare dal marciapiede al davanzale).

Da qui la sfiducia nei saperi costituiti, nelle scienze esatte, in tutto ciò che è il cosiddetto “pensiero competente”. Ne discende un discredito, non di rado connotato di snobismo salottiero, per la cultura occidentale tout court – che su queste basi di individualismo ed oggettività si fonda – e il recupero di tradizioni ancora non corrotte dalla modernità.

Questo atteggiamento porta a rivalutare tutti i discorsi che non hanno la pretesa di essere competenti ma il merito di essere schietti, diretti, sinceri, emotivi. L’emozione è tutto. Ragione e competenza niente. Populismo e spontaneismo prendono il sopravvento.

Le conoscenze esatte vengono degradate a miti condivisi e i miti rivalutati come forme universali di conoscenza. Astronomia ed astrologia, per esempio, divengono due “tradizioni”, due tribù culturali con eguale dignità, benché l’astrologia sia sicuramente più interessante, perché pre-moderna e democratica, non chiusa alla pratica per le persone non scientificamente competenti.

Le persone sono tutte uguali, anche le idee. Non esistono pareri più attendibili, ma solo pareri, tutti interessanti. Ma è qui che questo pseudo-egualitarismo manifesta un antiautoritarismo più apparente che reale. Lascio la parola a Jervis:

A chi fa notare che alcune teorie sono più verosimili perché meglio verificate, viene contrapposta un’obiezione: “Chi decide cosa è verosimile? Con quale autorità ci si vorrebbe portare ad arbitri della verità?”. Ma “Chi decide?” al posto di “quali fatti decidono?” dimostra la debolezza del ragionamento (…) E qui l’idea di autorità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Infatti, la critica allo strapotere degli esperti non viene esercitata nel nome del diritto di andare a cercare, per conto proprio, fatti e verifiche, bensì nel nome delle emozioni, dell’immaginazione, della nobiltà di tutte le idee. Il dibattito, rifiutando il valore di prove e controlli, rinvia solo all’opinione personale, alla soggettività più o meno attendibile di qualcuno. E allora accade, inevitabilmente, che qualcuno risulti più dotato di carisma di qualcun altro, e finisca per essere più ascoltato. In pratica, non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni.

Va da sé che la sostituzione degli “esperti” con i “santoni” non rappresenta alcun problema per lo scettico postmoderno. Con il motto “Everything goes” (“tutto va bene”), infatti, l’epistemologo austriaco Paul Feyerabend aveva già inaugurato l’anarchismo metodologico (che si potrebbe meglio definire “dadaismo”, come lo stesso Feyerabend ha ammesso in più occasioni).

In testi come Contro il metodo, La Scienza in una Società libera e Addio alla Ragione, Feyerabend negava qualunque valore al metodo scientifico e proponeva un programma inequivocabile:

Bisogna lasciare spazio a tradizioni in contrasto con la scienza e con il razionalismo. Si tenterà dunque di minare con tutti i mezzi disponibili il potere della scienza e del razionalismo.

Ci troviamo all’esatto ribaltamento di quanto scriveva Kant sull’oppressione dell’ignoranza e sul potere di liberazione del sapere. Il sapere è diventato un potere oppressivo e l’ignoranza una forza liberatoria.

Il diritto ad una sorta di santa ignoranza che deriva dal relativismo radicale di Feyerabend porta con sé la sfiducia per ogni sapere competente, la pretesa “democratizzazione” della conoscenza e la competizione fra “tradizioni”, siano esse l’astronomia o la danza della pioggia. Egli infatti trovava disdicevole che

(…) benché un americano possa scegliere oggi la religione che preferisce, non gli è ancora permesso di chiedere che i suoi figli imparino a scuola la magia anziché la scienza. Esiste una separazione tra stato e chiesa e non esiste una separazione fra stato e scienza.

Come non bastasse, Feyerabend si fece fautore di un controllo popolare sulla scienza e sugli scienziati. Scriveva:

Quando una cosa è importante o per un piccolo gruppo o per la società nel suo insieme, tale giudizio dev’essere sottoposto all’esame più esatto. Comitati di profani eletti pubblicamente devono accertare se la teoria dell’evoluzione è davvero così ben fondata come vogliono farci credere i biologi, se una “buona giustificazione”, come la intendono loro, esaurisce veramente la questione e se nelle scuole non debbano essere presentate anche altre opinioni, come per esempio la dottrina della Genesi.

È questa una concezione distopica tutt’altro che emancipativa. Feyerabend anticipa, in pratica, il populismo e la demagogia dell’“uno vale uno” nei cui cascami politici la contemporaneità si trova ad inciampare.

Anticipa, altresì, le tesi del comunitarismo nordamericano, corrente di pensiero non propriamente libertaria, che pretende che lo Stato riconosca le irriducibili peculiarità culturali di ciascuna comunità, avallando con ciò qualunque teoria o costume di cui queste fossero portatrici, anche qualora fossero illiberali e ostili alla democrazia. Esattamente come fanno i difensori dei culti totalitari.

Mettere in luce l’esito politico dello scetticismo postmoderno è importante, perché la decostruzione della scienza e l’affermazione del relativismo degli schemi concettuali fanno parte del bagaglio progressista e la proposta alla base del postmodernismo è originariamente emancipativa. Invece, come fa notare Maurizio Ferraris,

Le critiche alla scienza come apparato di potere e come libero gioco di schemi concettuali hanno dato vita a quello che potremmo chiamare un “postmodernismo conservatore”. Che è tipicamente quello a cui ricorre Ratzinger quando si serve di Feyerabend per sostenere che dopotutto quello tra Galileo e Bellarmino era un semplice confronto tra schemi concettuali equivalenti, e che i conflitti interni alla razionalità umana sono in quanto tali irrisolvibili, perché la soluzione si trova solo facendo ricorso a una razionalità superiore.

Il relativismo ed il dogmatismo, paradossalmente, finiscono per avere un punto di contatto. Come segnala giustamente Jervis:

Le convinzioni dogmatiche di tipo religioso sono infatti assai vicine alle posizioni relativistiche perché sono concezioni soggettivistiche: si parte dalla convinzione interiore anziché dall’esame utile della realtà, così come avviene di solito nella ricerca scientifica. Pertanto, relativisti e dogmatici si trovano, senza alcun dubbio, su trincee opposte, ma accomunati come sono dal disprezzo per la realtà finiscono per somigliarsi più di quanto vorrebbero.

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