Democrazie e sistemi politici
La fabbrica del nemico e la crisi delle democrazie
Il settarismo trasforma l’avversario in una minaccia esistenziale. Tra sfiducia nel futuro e senso d’impotenza, l’appartenenza politica rischia di prevalere sulla lealtà alle regole democratiche.

Molti fatti di queste ore, accaduti in contesti e luoghi del mondo molto distanti tra loro, dimostrano che il settarismo politico ha oramai conquistato una posizione dominante nello spazio pubblico occidentale. Organizza il linguaggio dei partiti, orienta una parte crescente dell’informazione, struttura le appartenenze sui social e trova nelle urne la propria legittimazione. La sua forza consiste nella capacità di trasformare ogni controversia in una prova di fedeltà e ogni avversario in una minaccia. Dentro questa logica, il consenso si costruisce alimentando la convinzione che la vittoria degli altri comporterebbe una perdita irreparabile: della libertà, dell’identità, della sicurezza, perfino del diritto a continuare a esistere come comunità.
La competizione politica assume così il carattere di un conflitto permanente sulla legittimità di chi vi partecipa. Le proposte possono cambiare, le promesse essere disattese, le contraddizioni accumularsi. Ciò che mantiene unito uno schieramento è soprattutto la rappresentazione del pericolo costituito dall’altro. Il nemico garantisce una continuità che i programmi non riescono più a offrire.
Il termine “settarismo” descrive con precisione questa trasformazione. In uno studio pubblicato su Science, Eli Finkel e altri ricercatori ne hanno individuato tre componenti: la percezione dell’avversario come estraneo, l’avversione nei suoi confronti e la convinzione della sua malvagità morale. La loro combinazione altera la natura stessa della sconfitta politica, che viene vissuta come una minaccia esistenziale.
Quando questo sentimento prevale, il compromesso diventa sospetto e il riconoscimento delle ragioni altrui espone all’accusa di tradimento. Anche il dubbio cambia significato: da strumento del giudizio diventa un cedimento dell’appartenenza. La capacità di correggere le proprie convinzioni, essenziale a una società libera, viene subordinata alla necessità di proteggere il proprio campo.
La vittoria del settarismo si misura anzitutto nella diffusione di questa disciplina. Un fatto viene accolto per le conseguenze che produce sulla lotta politica; la sua verità rischia di diventare secondaria rispetto alla sua utilità. Le responsabilità dei propri rappresentanti vengono attenuate dal confronto con quelle degli avversari. Le garanzie istituzionali sono difese quando proteggono la propria parte e denunciate come strumenti di sopraffazione quando ne limitano il potere.
Una parte dell’informazione ha interiorizzato questo schema. Il lettore viene accompagnato dentro una rappresentazione del mondo nella quale riconosce quotidianamente i propri innocenti e i propri colpevoli. La selezione delle notizie, la distribuzione dell’indignazione e il diverso peso attribuito a comportamenti analoghi possono produrre un racconto coerente anche senza ricorrere alla falsificazione. È sufficiente che la complessità venga sistematicamente sacrificata alla conferma di un’appartenenza.
Sui social questo processo incontra incentivi favorevoli. Una ricerca pubblicata su PNAS, condotta su oltre 2,7 milioni di post di account di informazione e membri del Congresso americano, ha rilevato che i contenuti riferiti al campo avversario venivano condivisi circa il doppio di quelli riferiti al proprio. Il dato misura la circolazione dei messaggi, non le scelte elettorali, ma illustra il rendimento immediato della contrapposizione.
È questo il punto nel quale una crisi del discorso pubblico diventa una crisi dell’ordinamento democratico.
La democrazia presuppone una lealtà che precede la divisione politica: il riconoscimento di uno spazio comune nel quale anche gli avversari abbiano diritto di governare. La sua stabilità dipende dalla disponibilità ad accettare una sconfitta, a rispettare un limite, a riconoscere un diritto quando a beneficiarne è qualcuno di cui si diffida profondamente. Se quella disponibilità viene meno, le procedure possono continuare a funzionare mentre si consuma il patto che conferisce loro significato.
La diffusione del settarismo non rende equivalenti tutti i comportamenti. La violenza verbale, la delegittimazione personale e il tentativo di sovvertire un risultato elettorale hanno gravità e conseguenze differenti. Riconoscere un clima comune obbliga a distinguere le responsabilità di chi lo alimenta. Altrimenti anche la denuncia della polarizzazione diventa una formula che dispensa dall’esame dei fatti.
Resta da comprendere perché questa offerta politica trovi una disponibilità così vasta.
Una parte della risposta riguarda il rapporto con il futuro. Le democrazie occidentali hanno costruito molta della propria legittimità sulla convinzione che la libertà politica potesse accompagnarsi a un miglioramento delle condizioni di vita. Quella promessa consentiva di sopportare difficoltà e disuguaglianze perché manteneva aperta una prospettiva. Il presente poteva essere ingiusto senza apparire definitivo.
Oggi quella fiducia è profondamente incrinata. Nell’indagine Pew della primavera 2024, il 79% degli italiani e l’81% dei francesi ritenevano che i bambini del proprio Paese avrebbero avuto condizioni economiche peggiori di quelle dei genitori. Sono percezioni, ma le percezioni del futuro contribuiscono a determinare i comportamenti del presente.
Alla paura del declino si aggiunge la sensazione dell’impotenza. Nei risultati dell’indagine OCSE sulla fiducia pubblicati nel 2026, la fiducia nel governo nazionale raggiunge il 69% fra quanti ritengono di avere voce nelle decisioni e scende al 22% fra coloro che sentono di non averne. La distanza suggerisce quanto pesi l’esperienza di una cittadinanza avvertita come formalmente riconosciuta e sostanzialmente inefficace.
Quando diminuiscono insieme la speranza di migliorare e la convinzione di poter influire, il risentimento acquista una funzione politica. Offre un’interpretazione della propria condizione, restituisce un’appartenenza e assegna una responsabilità. Qualcuno avrebbe sottratto ciò che spettava a noi. La promessa di un futuro viene sostituita dalla promessa di una restituzione.
Questo passaggio richiede però interpreti, organizzazioni, decisioni. Il disagio non contiene già il nome del proprio colpevole. Sono le classi dirigenti a indicarlo, scegliendo se dare alla frustrazione una rappresentanza democratica oppure trasformarla in ostilità contro una categoria di persone. La responsabilità di questa scelta non può essere dissolta nell’inquietudine delle società.
È su questo terreno che il richiamo agli anni Trenta acquista serietà storica. Allora la crisi economica, l’eredità della guerra, la violenza organizzata e movimenti apertamente antidemocratici produssero condizioni specifiche. Nel caso tedesco fu decisiva anche la disponibilità di élite conservatrici a consegnare il potere a Hitler, nella convinzione di poterlo utilizzare e controllare. Il crollo ebbe protagonisti e responsabilità: non fu il prodotto impersonale di una popolazione esasperata.
Di quella storia dovrebbe inquietarci la progressiva distruzione della possibilità di riconoscersi come concittadini. Il momento nel quale una parte della società comincia a considerare l’altra incompatibile con la sopravvivenza della nazione. Da quel momento, ogni garanzia può apparire un intralcio e ogni abuso una necessità.
Il fallimento dell’Occidente si misura anche nella difficoltà di preservare ciò che ha reso possibile la sua libertà: un ordine politico nel quale nessuno possa identificare interamente lo Stato con se stesso, e nessuna maggioranza possa trasformare la propria vittoria nell’esclusione permanente degli altri.
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