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La poesia non ripara: Palomba sulle tracce di Pizarnik
Nel nuovo libro di Ilaria Palomba, Alejandra Pizarnik diventa interlocutrice e specchio: un dialogo sul linguaggio, sul desiderio e sul vuoto, in cui la scrittura attraversa il confine tra esperienza vitale e dissoluzione.

Tu volevi solo ardere. Lettera ad Alejandra Pizarnik è la nuova opera della scrittrice pugliese Ilaria Palomba (Les Flâneurs Edizioni, 2026), arricchita dalla lettura speculare del racconto di Mariella Soldo.
Il libro si inserisce con forza all’interno della collana “Le Innominate”, configurandosi non già come un saggio biografico o un convenzionale omaggio filologico, bensì come un vero e proprio rito transferale e psicodinamico. La scelta di focalizzarsi su Alejandra Pizarnik risponde a un’urgenza autoriale profonda: l’autrice, infatti, non si limita a narrare la poetessa argentina, ma la convoca, stabilendo una linea genealogica dell’anima che attraversa la soglia tra la vita e la letteratura.
Palomba sceglie di dare voce a un’icona radicale, una “personalità non addomesticata” la cui scrittura coincide pericolosamente con il proprio annientamento. La Pizarnik di Palomba è lo specchio in cui l’autrice riflette la propria vocazione alla parola come abisso, attuando una complessa strategia di sdoppiamento in cui la voce narrante assume la veste ontologica della sua stessa Ombra.
Il legame elettivo che unisce Ilaria Palomba ad Alejandra Pizarnik poggia su un sostrato tanto tematico quanto stilistico. Per entrambe, il linguaggio comune è uno spazio inadeguato, un rumore estraneo che lacera il silenzio originario. La scrittura non ha una funzione descrittiva o ornamentale, bensì accade come un evento traumatico e salvifico al tempo stesso.
L’opera rifiuta la retorica della Pizarnik unicamente vittima della pulsione di morte; al contrario, esalta la brama furiosa di vita, l’Eros inteso come “purissima vita” che deborda e si consuma nell’assoluto.
La stilistica del frammento e della vertigine
Dal punto di vista formale, la prosa di Palomba ricalca la tensione frammentaria dei Diarios pizarnikiani: l’uso di periodi dal ritmo incalzante, costellati di riferimenti esoterici, visioni oniriche e presenze tutelari (da Artaud a Cristina Campo, da Silvina Ocampo a Paganini), crea una partitura musicale ipnotica e febbrile, in cui la sintassi si tende fino alla rottura (sul modello del violino paganiniano).
Risultano emblematici due passaggi nodali del testo:
“La poesia apriva una crepa in cui entrava una potenza non tua. Eri la custode di centomila corpi. Forse ti pesava la materia, avresti dovuto abbracciarmi, non aggredire il vuoto. La negazione è un potenziamento. Così, tornava tutto ciò che t’imponevi di non fare. Tornava in un abbrivio infernale. La notte era la tua versione dell’abisso, ed eri notte, rovescio femminino, mancanza che chiede anche solo un uditore”.
In questo frammento si palesa il nucleo della poetica del vuoto. L’Ombra dialoga con Alejandra ridefinendo il concetto di negazione: essa non è sottrazione, ma un potenziamento ontologico. La poesia non si fa strumento di riparazione, ma faglia attraverso cui irrompe l’alterità. La figura della “crepa” e del “rovescio femminino” evoca una mistica laica e nera, dove il soggetto poetico si svuota dell’Io empirico per farsi ricettacolo di una voce impersonale.
Interessante anche il frammento che riprende, peraltro, il titolo di un’altra opera di Palomba, Scisma, appunto:
“Ogni tua parola è corda tesa tra il silenzio e il grido sino allo scisma, registro sovracuto a lacerare il timpano della rete invisibile dell’universo. Entrambi, escavatori del vuoto, desideravi dunque fargli spazio, lasciarlo risuonare nel petto, per oltrepassare. Ecco il ponte tra l’umano e l’atroce…”.
Qui la scrittura di Palomba raggiunge il suo apice metaforico. La parola poetica non è comunicazione, bensì tensione meccanica (“corda tesa tra il silenzio e il grido”). L’accostamento alla figura di Paganini permette all’autrice di teorizzare la tecnica artistica come una forma di possessione e sacrificio rituale.
Il “ponte tra l’umano e l’atroce” definisce la cifra stilistica dell’intera opera: un’estetica del limite in cui il talento letterario si paga con il consumo corporale e la dissoluzione della persona.
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