Italia: politica, istituzioni e società
Scuola, riarmo e futuro: botta e risposta con Emilia Bruno del liceo D’Azeglio di Torino
Emilia Bruno, rappresentante d’istituto al liceo d’Azeglio di Torino, racconta le assemblee e le ragioni della protesta studentesca. Un confronto su scuola, difesa europea, disuguaglianze e responsabilità delle nuove generazioni.

Il liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino, nei giorni di protesta studentesca, ha deciso di far presente le proprie ragioni di contestazione in modo diverso dalla piazza: attraverso assemblee e momenti di discussione.
Emilia Bruno, 18enne torinese del Collettivo che rappresenta l’Istituto, ci ha raccontato – e la ringraziamo – cosa prevede la loro protesta pacifica e cosa pensa del momento storico che stiamo vivendo.
Ascoltare i protagonisti delle proteste aiuta a comprendere anche cosa sanno e non sanno, a capire cosa devono fare gli adulti, le istituzioni per contrastare certi slogan e far comprendere posizioni impopolari ma sacrosante, soprattutto in riferimento alla questione della difesa comune europea, che prevede invece un approccio globale e che comprende la sicurezza informatica e spaziale per contrastare le minacce ibride e la disinformazione, nonché missioni civili e gestioni delle crisi umanitarie, protezione civile e gestione delle emergenze, temi che dovrebbero stare a cuore agli studenti.
Purtroppo, se i primi a fare disinformazione per mero calcolo politico sono alcuni partiti filoputiniani e giornalisti, semplificando molto la questione “Riarmo”, è difficile vedere giovani sufficientemente eruditi sul tema e consapevoli del fatto che difesa e scuola vanno insieme.
In che modo il Liceo classico d’Azeglio ha partecipato alle proteste di questi giorni?
Il nostro liceo, classico e scientifico digitale, ha partecipato alle mobilitazioni di questi giorni in una forma diversa rispetto ad altre scuole. Da martedì 13 a venerdì abbiamo organizzato un’assemblea permanente nel cortile, con momenti di discussione, formazione e autoformazione a cui studenti e studentesse hanno preso parte su base volontaria.
Anche noi avevamo inizialmente l’obiettivo di occupare interamente la scuola, ma abbiamo trovato un accordo con il preside, che ci ha proposto di portare avanti l’assemblea in cortile fino alla fine della settimana. Venerdì 16 siamo scesi in piazza come comunità studentesca, non soltanto come collettivo.
È stato significativo vedere tante persone nuove prendere parola e rendersi conto che essere studenti e studentesse non significa soltanto frequentare le lezioni e prepararsi ad una verifica, ma anche riconoscersi come parte di un sistema che abbiamo il diritto di mettere in discussione. La nostra partecipazione non è stata meno politica perché ha assunto una forma diversa: quello che conta è aver costruito uno spazio collettivo di confronto e mobilitazione.
Quali sono le principali criticità della scuola secondo voi e come vorreste affrontarle a prescindere dalle manifestazioni?
Se parliamo del nostro istituto, siamo consapevoli di essere una scuola che gode di privilegi rispetto a molte altre realtà del territorio. Sarebbe ipocrita ignorarlo.
Se invece allarghiamo lo sguardo alla scuola pubblica nel suo complesso, le criticità sono evidenti: strutture inadeguate, risorse insufficienti, personale che lavora in condizioni spesso precarie e disuguaglianze profonde tra istituti e territori. Non è accettabile che il diritto allo studio dipenda dal codice postale in cui si nasce o dalle possibilità economiche della propria famiglia.
E mentre la scuola avrebbe bisogno di investimenti strutturali, vediamo crescere la centralità della spesa militare e delle politiche di riarmo. La questione politica è proprio questa: quali priorità sceglie di darsi un Paese? Noi pensiamo che le risorse pubbliche debbano garantire un futuro dignitoso a chi vive, studia e lavora, non alimentare un sistema che ci prepara alla guerra.
Per questo scendiamo in piazza e continueremo a farlo. Non perché pensiamo che una manifestazione risolva tutto, ma perché senza conflitto sociale e senza una pressione dal basso, chi governa non ha alcun interesse a cambiare le cose. Non intendiamo rassegnarci a una scuola che funziona per chi può permetterselo e lascia indietro tutte le altre persone.
Quali sono le peculiarità e lo spirito del vostro Istituto?
Il D’Azeglio è una comunità attraversata da contraddizioni. Da una parte siamo riusciti a costruire diverse realtà studentesche, in cui tante persone contribuiscono a iniziative comuni e si assumono responsabilità. In una scuola relativamente piccola, questo senso di comunità si percepisce e può diventare una risorsa importante.
Dall’altra, però, esiste il rischio di chiudersi nella propria bolla, di confondere il benessere del nostro istituto con la condizione generale della scuola italiana e di disinteressarsi di quello che accade fuori dai nostri corridoi. È una contraddizione che ci riguarda direttamente, perché sappiamo di essere tutelati da privilegi che non sono garantiti a tutte le persone che frequentano una scuola pubblica.
Per me, la politica studentesca dovrebbe partire anche da questa consapevolezza: non basta rivendicare ciò che manca a noi, bisogna interrogarsi su ciò che manca a chi parte da una condizione più svantaggiata. Il rischio più grande non è avere opinioni diverse, ma abituarsi alle disuguaglianze fino a considerarle normali. Non possiamo permetterci di essere indifferenti davanti a un futuro che viene costruito senza tener conto di chi dovrà viverlo.
Siete consapevoli del fatto che il reale problema in Italia si chiama “equità intergenerazionale” (ad esempio le baby pensioni, introdotte nel 1973), di cui si parla pochissimo, e del fatto che la spesa pensionistica è il 30% di tutte le uscite dello Stato? Il futuro probabilmente non ve lo sta rubando chi vuole mettere soldi anche per la difesa europea, banalmente chiamata “armi”.
Credo che la domanda parta da un presupposto discutibile: che esista una gerarchia di problemi reali già stabilita e che a noi studenti spetti semplicemente riconoscerla. Il sistema pensionistico e l’equità intergenerazionale sono questioni legittime e complesse, di cui è giusto discutere. Ma ridurre un tema così ampio alle baby pensioni o alla percentuale della spesa pubblica destinata alle pensioni significa selezionare una parte del problema e presentarla come se esaurisse il dibattito.
L’equità intergenerazionale riguarda anche il debito ecologico che ci viene lasciato, la precarietà lavorativa, il costo dell’istruzione, l’accesso alla casa e le conseguenze delle scelte politiche ed economiche che vengono fatte oggi. E riguarda anche il riarmo: non perché ogni investimento nella difesa sia automaticamente identico all’acquisto di armi, ma perché è necessario discutere quali interessi vengano tutelati, quali risorse vengano impiegate e quali conseguenze producano queste scelte.
Non accetto, quindi, che si suggerisca a una generazione di preoccuparsi meno della guerra e della scuola perché esisterebbero problemi più importanti di cui dovrebbe occuparsi. Non siamo noi a dover dimostrare che le nostre preoccupazioni meritano di essere prese sul serio. Il nostro futuro è già condizionato da decisioni che non abbiamo contribuito a prendere e sulle quali spesso non abbiamo alcun potere.
Ci viene chiesto di essere responsabili, di studiare, di formarci e di costruirci un futuro, mentre le condizioni materiali per farlo diventano sempre più difficili. Il problema non è che non vogliamo assumerci le nostre responsabilità: è che pretendiamo che se le assumano anche le persone che oggi detengono il potere. Per noi l’equità intergenerazionale non può essere soltanto una questione contabile. Deve significare avere la possibilità concreta di vivere in una società più giusta di quella che ci è stata consegnata.
Siete solidali con gli autotrasportatori che in questi giorni stanno facendo blocchi al Sud?
Sì, siamo solidali con gli autotrasportatori, perché riconosciamo nella loro protesta il disagio concreto di chi lavora e si trova a sostenere costi sempre più difficili da affrontare. Il prezzo del carburante incide direttamente sui loro guadagni e non è accettabile che chi lavora debba arrivare a mettere a rischio la propria stabilità economica per riuscire a lavorare.
Siamo consapevoli che i blocchi possano creare disagi anche ad altre persone, ma concentrarsi esclusivamente su questi significa ignorare le condizioni che hanno portato alla protesta. Le mobilitazioni sociali non avvengono nel vuoto: quando le persone arrivano a forme di protesta così incisive, bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni, anziché limitarsi a giudicarne le conseguenze.
La nostra solidarietà non significa sostenere indiscriminatamente qualsiasi rivendicazione, ma riconoscere il diritto di chi lavora a lottare per condizioni dignitose. Studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici vivono situazioni diverse, ma spesso si scontrano con lo stesso problema: decisioni economiche e politiche prese dall’alto, le cui conseguenze ricadono soprattutto su chi ha meno potere.
Per questo crediamo che la solidarietà tra le lotte sia fondamentale: non dobbiamo competere per stabilire chi abbia più diritto di protestare, ma comprendere le ragioni di chi scende in piazza e pretendere risposte concrete da chi ha la responsabilità di governare.
Non credete, inoltre, che gran parte del vostro futuro dipenda da voi e che spesso si diano colpe a soggetti esterni che c’entrano poco?
Certamente il nostro futuro dipende anche da noi, e non abbiamo alcuna intenzione di sottrarci a questa responsabilità. La storia dimostra che le mobilitazioni studentesche hanno saputo mettere in discussione assetti politici e sociali che sembravano intoccabili. Ma riconoscere il nostro ruolo non significa fingere che tutte le persone partano dalle stesse condizioni o che la volontà individuale sia sufficiente a superare qualsiasi ostacolo.
Quando si dice che i giovani attribuiscono troppe colpe a soggetti esterni, si rischia di trasformare problemi politici e strutturali in una questione di atteggiamento personale. Certo, ciascuno di noi può compiere delle scelte, ma non siamo noi a decidere il costo degli affitti, le risorse destinate alla scuola, le condizioni del mercato del lavoro o le politiche di riarmo. E non siamo noi a stabilire le priorità di chi governa. Queste decisioni hanno conseguenze concrete sulle nostre possibilità di costruirci un futuro.
Non cerchiamo un capro espiatorio, né pensiamo che basti attribuire ogni responsabilità a chi è al governo. Chiediamo che si riconosca la dimensione politica dei problemi che denunciamo, invece di liquidare la nostra rabbia come immaturità, esagerazione o incapacità di assumerci le nostre responsabilità.
Quando una generazione scende in piazza, sarebbe più utile domandarsi quali condizioni l’abbiano portata a farlo piuttosto che spiegare dall’esterno che cosa dovrebbe preoccuparla davvero. Noi possiamo organizzare assemblee, scioperare, manifestare e costruire dissenso, ma non possiamo sostituirci a chi ha il potere di trasformare le rivendicazioni in decisioni politiche.
La responsabilità, quindi, è reciproca, ma non simmetrica: noi abbiamo il dovere di partecipare e di provare a cambiare le cose; chi ricopre incarichi politici ha il dovere di rispondere delle proprie scelte e delle loro conseguenze.
Siamo arrabbiati perché vediamo restringersi le possibilità di immaginare un futuro diverso, ma soprattutto perché questa rabbia viene spesso raccontata senza che se ne affrontino le ragioni. Non chiediamo che qualcuno ci risolva la vita. Chiediamo che non vengano prese decisioni che la rendano sempre più difficile e che il dissenso di chi dovrà vivere le conseguenze di quelle decisioni venga finalmente considerato per quello che è: una questione politica, non un problema generazionale da liquidare.
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