Italia: politica, istituzioni e società
Prediche inutili sulla riforma elettorale
La riforma elettorale riporta al centro un equivoco antico: la pretesa che la maggioranza, una volta ottenuto il voto, possa esercitare un potere senza adeguati contrappesi. La liberaldemocrazia nasce invece dall’equilibrio tra volontà dei più e tutela dei meno. Il proporzionale non risolverà i problemi del

Nel 1927 Edoardo Ruffini pubblicò un aureo saggio, Il principio maggioritario. In pieno fascismo, il grande storico del diritto prese carta e penna per ricordare che quel principio può essere elemento caratterizzante di un sistema democratico se riesce a bilanciare al meglio la forza della volontà dei più con le esigenze di tutela della volontà dei meno, evitando così di trasformarsi in uno strumento di ingiusta sopraffazione.
Quasi cent’anni dopo, con la riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera, siamo punto e a capo. La tesi dell’onnipotenza della maggioranza, ossia il dogma secondo cui «la sera delle elezioni si deve sapere chi governerà», gode di un largo consenso sia a destra sia a sinistra, che pure strepita contro il “Melonellum”.
Il pensiero politico liberale ha sempre combattuto questa tesi, che appartiene al filone rousseauiano e giacobino, perché mette in discussione i fondamenti dello Stato di diritto, divisione dei poteri in primis.
Il conflitto tra liberali e democratici si è svolto, durante l’Ottocento e anche nel secolo scorso, proprio lungo questa linea di confine. Per i primi, la «volontà buona» era esclusivo appannaggio delle élite colte e proprietarie; i secondi davano invece per scontato che la «volontà generale» si generasse con il voto dei vincitori di turno.
La storia ha smentito entrambe queste concezioni. Gli elitisti adottarono il motto di Tucidide, secondo cui i forti facevano quel che potevano e i deboli pativano quel che dovevano. I plebisciti napoleonici, fallimentare esito della rivoluzione del 1848, dimostrarono invece in modo lampante che il suffragio universale poteva sostenere anche una tirannia.
In seguito, la marcia di avvicinamento tra liberalismo e democrazia è stata lenta e piena di equivoci; e il socialismo vi ha giocato, non senza contraddizioni, un ruolo cruciale.
Alla fine di questo faticoso cammino è stato tagliato il nastro della liberaldemocrazia, che è il nocciolo del costituzionalismo moderno. Nell’odierna situazione italiana è pertanto corretto, e per niente fazioso, lanciare l’allarme sul cosiddetto “bipopulismo”, un’esperienza trentennale che ha tribalizzato il confronto tra schieramenti contraddittori, tenuti insieme dall’unico obiettivo di impedire il successo dell’avversario.
So bene che contrapporre all’uso crudo del principio maggioritario il ritorno al proporzionale, con un’elevata soglia di sbarramento, non riscalda certo il cuore dei giovani in cerca di lavoro, né è sufficiente per riconquistare le periferie urbane o ridurre il debito pubblico.
Ma le regole del gioco contano. Non si possono cambiare oggi. Ma domani è un altro giorno.
Condividi






