Israele

Israele dopo il voto: quattro strade per uscire dal labirinto. Tutte passano da Netanyahu

Una Knesset senza maggioranza, 19 deputati arabi decisivi e promesse elettorali che complicano ogni accordo. Tra governi possibili e ritorno alle urne, Netanyahu resta al centro delle trattative.

Netanyahu ed Eisenkot davanti a una Knesset trasformata in labirinto, con deputati nei corridoi, sedie parlamentari e un’urna elettorale.
Luca LongoLuca Longo31/10/2026Aggiornato 30/10/20266 min lettura1.175 parole

Il risultato di un’elezione senza vincitori

Anche se la Commissione elettorale annuncerà i risultati ufficiali – dopo un controllo complessivo sull’integrità delle elezioni – solo il 4 novembre, lo scrutinio, concluso con 5.716.665 voti e un’affluenza del 77,9%, la più alta dal 1999, consegna una Knesset frammentata. Il Likud di Benjamin Netanyahu ottiene 27 seggi; Yashar di Gadi Eisenkot 21; B’Yachad di Naftali Bennett e Yair Lapid 12; Lista Unita 11; Ra’am 8; Democratici di Yair Golan 8; Israel Beitenu di Avigdor Lieberman 7; United Torah Judaism 7; Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir 7; Shas 6 e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich 6. Il blocco Netanyahu scende dai 68 seggi della precedente Knesset a 53; ma quello di Eisenkot si ferma a 48. I partiti arabi arrivano a 19, quasi il doppio dei 10 della legislatura uscente e al loro massimo storico.

La soglia per governare resta 61 seggi su 120. Nessuno la raggiunge. Sommando il blocco di Eisenkot ai partiti arabi si arriva a 67 seggi, ma la maggioranza aritmetica non coincide con una maggioranza politica: tre dei quattro partiti ebraici del blocco del cambiamento hanno promesso di non governare con le formazioni arabe. Netanyahu ha costruito a sua volta parte della campagna contro l’ipotesi di un governo sostenuto dagli arabi.

Gli arabi come ago della bilancia

Il primo scenario è che Netanyahu cerchi proprio nei 19 deputati arabi la maggioranza che gli manca. È anche il meno credibile. Il premier ha definito durante la campagna una simile cooperazione una “vergogna”, mentre Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich l’hanno esclusa. Ra’am di Mansour Abbas è l’interlocutore più praticabile: nel 2021 fu il primo partito arabo a entrare in un governo israeliano, quello Bennett-Lapid. Ma oggi un accordo costringerebbe la destra a smentire uno dei messaggi centrali della campagna e potrebbe provocare una frattura con la sua base.

Il secondo scenario è invece quello di un governo guidato da Eisenkot con l’appoggio dei partiti arabi. I numeri sono quasi perfetti: 48 più 19 fa 67. Potrebbe trattarsi anche di un governo di minoranza, con i partiti arabi fuori dall’esecutivo ma decisivi nei voti di fiducia e nelle principali leggi. Il problema sono le condizioni.

Eisenkot ha indicato quattro principi per chiunque voglia entrare nel suo governo: riconoscere Israele come Stato ebraico e democratico, accettare i valori della Dichiarazione d’Indipendenza, sostenere il servizio militare o civile obbligatorio e riconoscere Hamas come organizzazione terroristica da smantellare. In campagna elettorale ha detto che Ra’am non soddisfa questi requisiti.

La Joint List ha invece dichiarato di essere pronta a cooperare per rimuovere Netanyahu, chiedendo almeno un piano finanziato contro la criminalità nelle comunità arabe e un percorso verso la nascita di uno Stato palestinese. Qui emerge il principale punto di frizione: Eisenkot ha escluso la creazione di uno Stato palestinese sotto un suo governo. Ra’am, più pragmatica, ha successivamente lasciato intendere di non voler necessariamente trasformare il riconoscimento di uno Stato palestinese in una condizione formale per una coalizione.

Resta il nodo delle promesse. Eisenkot, Bennett e Lieberman hanno escluso una collaborazione con i partiti arabi; solo Golan si è dichiarato apertamente favorevole. Il risultato elettorale li costringe dunque a scegliere tra la coerenza delle promesse e una maggioranza parlamentare che, numericamente, esiste già.

L’unità nazionale e il nodo degli haredim

Il terzo scenario è quello auspicato da mesi dal presidente Isaac Herzog: un governo di unità nazionale tra le forze di Netanyahu e quelle di Eisenkot. I numeri lo rendono possibile, ma richiederebbe una svolta da entrambe le parti. Eisenkot ha promesso di non sedere con Netanyahu neppure in un governo a rotazione. Netanyahu dovrebbe invece decidere quali alleati sacrificare: una “vera” unità potrebbe comportare l’uscita di uno dei partiti dell’estrema destra o di uno dei partiti ultraortodossi.

Il nodo più delicato riguarda gli haredim. Eisenkot e tutti i partiti del suo blocco hanno promesso di porre fine all’esenzione dal servizio militare e di introdurre il servizio universale. Shas e United Torah Judaism dispongono complessivamente di 13 seggi e difendono invece l’esenzione degli studenti delle yeshiva. Anche il finanziamento dell’istruzione ultraortodossa è destinato a pesare nelle trattative: nel luglio scorso l’opposizione aveva bloccato un trasferimento di circa 392 milioni di shekel, pari a 116 milioni di dollari, destinato principalmente alle scuole haredi e al ministero degli Insediamenti.

Il ritorno alle urne e il fattore Iran

Il quarto scenario è il fallimento di ogni trattativa. Herzog dovrà consultare i partiti e affidare l’incarico a un deputato ritenuto in grado di formare una maggioranza. Il primo incaricato avrà 28 giorni, prorogabili di altri 14; se fallirà, potrà essere incaricato un secondo candidato per altri 28 giorni. Seguirà, se necessario, una finestra di 21 giorni nella quale 61 deputati potranno indicare un ulteriore candidato, con 14 giorni per tentare di formare il governo. Se anche questo passaggio fallirà, la Knesset sarà sciolta e inizierà un nuovo ciclo elettorale di 90 giorni.

Nel frattempo, Netanyahu resterà premier ad interim. Anzi, la legge chiarisce che Israele non si può permettere un governo ad interim come lo intendiamo noi. Un governo di transizione mantiene formalmente ampi poteri, anche se è tenuto a una maggiore cautela perché privo di un nuovo mandato parlamentare. La sicurezza costituisce però un’eccezione importante: gli esperti delle ingarbugliate leggi e consuetudini di Israele rassicurano che un governo ad interim può legalmente decidere anche un’azione militare contro l’Iran.

È il punto più delicato dello scenario. Netanyahu potrebbe avere interesse a non chiudere rapidamente nessuna delle prime tre strade e a lasciare che la crisi conduca a nuove elezioni. Una nuova campagna gli permetterebbe di presentarsi come il leader della sicurezza nazionale. Un nuovo attacco contro l’Iran o contro le organizzazioni sostenute da Teheran non eliminerebbe la minaccia strategica, ma un colpo violento alle capacità nucleari iraniane o una decapitazione mirata dei vertici militari potrebbe essere presentato come una vittoria decisiva e trasformato in capitale politico. È una possibilità, non una conseguenza automatica del voto.

Esiste inoltre un incentivo personale. Netanyahu è imputato in tre procedimenti per frode e abuso di fiducia e, nel caso 4000, per corruzione. Nel giugno 2026 ha concluso la propria deposizione dopo 98 udienze, ma i processi proseguono con altri testimoni. Le udienze sono state più volte rinviate anche per gli impegni istituzionali del premier. L’uscita dal governo ridurrebbe almeno una parte di questo margine di manovra e potrebbe accelerare il procedimento.

Il paradosso della democrazia israeliana

L’elezione non produce un vincitore, ma produce una fotografia precisa del Paese: quasi 5,7 milioni di cittadini alle urne, un’affluenza record dal 1999 e 19 deputati arabi, il miglior risultato di sempre per i partiti che rappresentano la minoranza araba. La maggioranza necessaria per governare esiste sulla carta, ma non ancora nella realtà politica.

Il sistema può essere paralizzato, può costringere i partiti a tradire promesse e può persino riportare il Paese alle urne. Ma il potere resta contendibile, l’opposizione può organizzarsi e gli elettori possono cambiare gli equilibri senza che il risultato venga deciso prima del voto. In un Medio Oriente segnato da monarchie, regimi militari, elezioni controllate o assenti e leadership rimaste al potere per decenni, Israele continua a rappresentare l’unico caso in cui l’alternanza politica passa ancora, concretamente, dalle urne.

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