Società, cultura, storia e idee
Un libro per fare luce sullo schiavismo arabo in Africa
Il saggio di Tidiane N’Diaye ricostruisce tredici secoli di tratta arabo-musulmana in Africa, tra violenze, complicità e rimozioni. Una lettura accessibile che amplia lo sguardo sulla schiavitù, pur con alcuni limiti nell’uso delle fonti.

Sulla schiavitù dei neri negli Stati Uniti, nel corso degli anni Hollywood ha partorito numerose pellicole di successo come “Amistad”, “Lincoln”, “Django Unchained” e “12 anni schiavo”. Tuttavia, se si vuole parlare invece dei soprusi perpetrati dai musulmani ai danni delle popolazioni africane, una delle poche opere cinematografiche reperibili è “Ceddo”, un film senegalese del 1977 diretto da Ousmane Sembène, che è stato a lungo messo al bando nel suo paese d’origine.
Questa disparità di rappresentazione avviene nonostante la tratta degli schiavi portata avanti in Africa dagli arabi si sia protratta molto più a lungo rispetto a quella realizzata dai bianchi europei, dal VII secolo fino ai primi decenni del XX secolo.
Una storia a lungo dimenticata, sulla quale ha provato a fare luce il libro “La tratta arabo-musulmana. 13 secoli di razzismo e stermini”, scritto nel 2008 dall’antropologo ed economista franco-senegalese Tidiane N’Diaye (1950-2025) e tradotto solo di recente in italiano da Massari Editore.
Dopo aver inizialmente fatto una panoramica generale su come la schiavitù sia sempre esistita nelle antiche civiltà, comprese quelle dell’Africa subsahariana, l’autore sostiene che con le invasioni arabe e l’islamizzazione del Maghreb questa pratica assunse una dimensione inedita: cominciò quando gli arabi conquistarono l’Egitto e iniziarono a portare schiavi nubiani in particolare dai territori dell’odierno Sudan.
Un ulteriore salto di qualità avvenne quando alle rotte continentali, che costringevano gli schiavi a marciare attraverso il deserto per giungere nelle grandi città sul Mediterraneo come Tripoli, Bengasi e Alessandria d’Egitto, dalla fine del ’600 si aggiunse anche il ruolo di Zanzibar, che sotto il dominio del Sultanato dell’Oman divenne per secoli il più importante mercato di schiavi di tutta l’Africa.
Da qui venivano imbarcati e venduti in tutte le terre affacciate sull’Oceano Indiano, dalla Penisola Arabica fino all’isola di Giava.
I neri che venivano catturati per essere ridotti in schiavitù potevano subire trattamenti assai crudeli: in particolare, se non hanno lasciato una discendenza in Asia, al contrario dei loro omologhi deportati oltre l’Oceano Atlantico, è anche perché molti di loro venivano castrati con metodi rudimentali, il che comportava una mortalità assai elevata.
Il libro racconta anche come si è evoluta, nel corso dei secoli, la percezione degli uomini di colore nella mentalità araba: se in un primo momento quelli menzionati nel Corano e nelle storie popolari venivano elogiati e rispettati, quando l’Africa divenne il principale bacino di schiavi del mondo arabo la figura del nero venne sempre più disumanizzata, al fine di giustificare il modo in cui venivano trattati.
Sebbene N’Diaye sostenga in più occasioni che l’arrivo degli arabi e dell’Islam sia stato la più grande catastrofe che si sia mai abbattuta sul continente africano, egli non risparmia critiche neanche ai colonizzatori europei: anche dopo aver ufficialmente abolito la schiavitù, hanno lasciato per decenni intatti certi sistemi nei territori colonizzati, per non compromettere i loro affari con i mercanti arabi.
Così come non le risparmia a quei monarchi africani che si resero complici della tratta per profitto.
Allo stesso tempo, per non generalizzare, ha ricordato che nel corso dei secoli ci sono stati alcuni predicatori islamici africani che hanno criticato il sistema della schiavitù, come Cheikh Ahmadou Bamba. Tuttavia, nel mondo islamico non è mai esistito un fenomeno della stessa portata dei movimenti abolizionisti sorti nell’800 in Europa e negli Stati Uniti.
Assai ricco di informazioni sconosciute ai più e con uno stile di scrittura accessibile anche ai non addetti ai lavori, il volume presenta anche alcune parti che lasciano delle perplessità: oltre alle testimonianze di storici arabi medievali e viaggiatori europei ottocenteschi, nei primi capitoli si rifà in parte anche alla tradizione orale dei popoli schiavizzati.
Se da un lato è giusto voler dare voce a chi di solito non ne ha, dall’altro lato fonti non suffragate da prove tangibili sono, a parere di chi scrive, da prendere con cautela.
Nel complesso, il libro di N’Diaye è utile per avvicinarsi a uno dei capitoli più tragici nella storia dell’umanità. In un’epoca in cui troppo spesso si attribuiscono mali come il colonialismo e lo schiavismo solo a determinati popoli, quest’opera ci ricorda che avidità e cattiveria si possono trovare in tutti gli esseri umani, a prescindere dall’etnia, dalla religione o dal colore della pelle. Così come in ogni essere umano possono esistere l’empatia e il coraggio.
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