Società, cultura, storia e idee
Philip Roth, l’America come tribunale – prima parte
Da Newark a Zuckerman e alla trilogia americana, Philip Roth trasforma la biografia in un laboratorio narrativo. Al centro, la frizione fra identità e appartenenza e il tribunale di una comunità che giudica il singolo.

Newark, o l’invenzione di un americano
Nel quartiere ebraico di Weequahic, a Newark, dove nacque nel 1933 da Herman, agente assicurativo di una tenacia sempre un poco ferita dalla propria carriera, e da Bess Finkel, americani entrambi di seconda generazione, Philip Roth apprese ciò che nessuna scuola avrebbe saputo insegnargli: che una strada, una cucina, un inglese appena attraversato dall’eco dello yiddish possono contenere un’intera filosofia della condizione umana, purché lo sguardo che li attraversa abbia la pazienza di smontarli e il coraggio di ricomporli altrimenti.
Da quel luogo egli ricavò dunque non un soggetto ma un metodo, la convinzione che la libertà somma dello scrittore consista nel trattare la propria biografia come materia grezza da fondere e da riplasmare, senza mai consegnarla intera a chi legge, poiché una vita raccontata per intero cesserebbe di essere letteratura per farsi deposizione, e Roth, che pure avrebbe trascorso l’esistenza dentro un’aula di tribunale immaginaria, sapeva che il romanziere non depone ma interroga.
Addio, Columbus, la raccolta di racconti del 1959 che l’anno seguente gli valse il National Book Award, rivela già l’intera attitudine, lo sguardo impietoso su una borghesia ebraica americana che anelava alla rispettabilità e che Roth osservava con un’ironia capace di ferire senza compiacersi della ferita, cosicché alle lodi della critica si accompagnarono subito le accuse di tradimento comunitario, copione destinato a ripetersi con ben altra violenza dieci anni più tardi.
Quando nel 1969 apparve Lamento di Portnoy, confessione febbrile di un giovane ebreo newyorkese stretto fra una madre onnipresente, un corpo che reclama e un senso di colpa che non si lascia congedare, Roth divenne a un tempo un caso editoriale e un bersaglio, accusato di oscenità e di autolesionismo etnico, di aver consegnato al riso del pubblico americano una comunità intera.
Ne trasse una lezione che non avrebbe più dimenticato, e cioè che la letteratura più viva nasce nel punto preciso in cui urta il senso comune di chi dovrebbe esserle più vicino, e che chi si dispone a dire la verità su di sé finisce per scontare anche la verità degli altri.
La sua provocazione, si badi, non fu mai esibizionismo, perché serviva a costringere il lettore a non distogliere lo sguardo da ciò che la buona educazione vorrebbe tacere, il desiderio, l’aggressività, l’ambivalenza verso la propria stessa appartenenza, e perché lasciava già intravedere ciò che sarebbe diventato il centro della maturità, l’idea che l’identità americana si edifichi nello spazio di frizione fra ciò che una persona desidera essere e ciò che la sua origine le impone di rappresentare agli occhi altrui.
Zuckerman, o la vita come controvita
Da questa frizione nasce la stagione di Nathan Zuckerman, l’alter ego che compare per la prima volta ne Lo scrittore fantasma nel 1979 e che accompagna Roth attraverso Zuckerman scatenato e La lezione di anatomia fino a La controvita del 1986, dove il meccanismo si dichiara apertamente.
Zuckerman non è Roth ma gli somiglia quanto basta perché il lettore si domandi senza tregua dove l’uno finisca e l’altro cominci, e in questa ambiguità coltivata con pazienza risiede la forma più originale dell’autore, quella per cui una medesima vita può essere raccontata due o tre volte in modi inconciliabili, ciascuno vero finché dura sulla pagina.
Non si tratta di un gioco postmoderno, poiché la convinzione che lo regge è più grave, e cioè che l’identità americana del secondo Novecento sia essa stessa una riscrittura incessante, un negoziato mai concluso fra ciò che si è nati per essere e ciò che si decide di diventare, sicché affidare la verità a un personaggio che porta al posto dell’autore il peso delle accuse significa raggiungerla per quelle vie oblique che sono le sole praticabili quando la verità da dire riguarda se stessi.
Né deve stupire che in questo laboratorio si avverta l’ombra di Kafka, che Roth venerava al punto da trasfigurarne la metamorfosi nel Seno del 1972 e da dedicare a lungo il proprio mestiere editoriale agli scrittori dell’Europa orientale, perché il tribunale in cui il suo Josef K. americano viene trascinato non ha pareti né giudici riconoscibili, essendo fatto della semplice opinione degli altri.
La trilogia e il tribunale della storia
Negli anni Novanta Roth compone, quasi senza proporselo, la trilogia che resta il vertice della sua opera: Pastorale americana del 1997, premiato con il Pulitzer, Ho sposato un comunista del 1998 e La macchia umana del 2000, tutti narrati da uno Zuckerman ormai ritirato ai margini, testimone più che protagonista.
Il filo che li lega è la scoperta che la storia collettiva, la guerra del Vietnam, il maccartismo, le crociate morali di fine secolo, non resta mai fuori dalla casa ma vi entra e la riscrive dall’interno, spesso a partire da un gesto minimo, da un equivoco, da una sola parola pronunciata nell’istante sbagliato.
Seymour Levov, lo Svedese, campione del liceo diventato industriale rispettato, vede crollare la propria vita idilliaca quando la figlia Merry aderisce al terrorismo contro la guerra, e l’intero romanzo si regge sulla distanza incolmabile fra l’immagine pubblica di un’America ordinata e prospera e il disordine privato che quell’immagine nascondeva fin dal principio.
In Ho sposato un comunista la delazione politica degli anni Cinquanta spezza carriere e matrimoni in nome di una purezza ideologica che si rivela, quasi sempre, il travestimento di rancori privati, quelli di una moglie tradita che trova nella denuncia pubblica lo strumento della vendetta.
In entrambi i libri opera il medesimo meccanismo, una comunità che si persuade di dover giudicare e punire un singolo in nome di un principio superiore, per scoprire poi che il principio serviva soprattutto a tacitare la complessità del caso reale, assai più ambiguo di quanto il verdetto collettivo volesse ammettere.
Fine della prima parte.
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