Italia: politica, istituzioni e società
L’ambiguità del PD sull’Ucraina è un problema per l’Italia
Le ambiguità del PD sul sostegno all’Ucraina mettono in discussione la sua credibilità come forza di governo. La difesa di Kyiv riguarda la sicurezza europea e la collocazione dell’Italia tra le democrazie liberali occidentali.

La situazione attorno all’Ucraina, in questi ultimi giorni, sembra farsi ancora più complicata. Donald Trump ha inasprito lo scontro con Volodymyr Zelensky, ha aperto la strada a nuove intese energetiche con Mosca e ha allentato le misure contro le esportazioni russe di carburanti. Le tensioni attorno a Starlink, il sistema satellitare di Elon Musk da cui dipendono anche importanti funzioni militari ucraine, aggiungono un ulteriore elemento di incertezza.
La linea della Casa Bianca resta imprevedibile: nessuno può escludere nuovi cambiamenti di rotta. Per ora, tuttavia, il dato è che Kyiv non può più dare per scontata la continuità del sostegno americano e all’Europa tocca assumersi responsabilità ancora maggiori.
Anche davanti a questa situazione ancora più difficile, buona parte della politica italiana si mostra incapace di trovare una posizione limpida e condivisa. In particolare, il problema è del cosiddetto “campo largo”, nel quale continuano le schermaglie tra leader ed esponenti.
Mentre il Movimento Cinque Stelle appare compatto nella linea pacifista, dentro il Partito Democratico la situazione appare più frastagliata, con una leader, Elly Schlein, che appare però come minimo ondivaga, volendo mettere insieme posizioni che insieme, oggettivamente, non possono stare.
Certo, anche nel fronte opposto, naturalmente, il pacifismo più o meno sensibile al fascino di Putin è presente eccome. Non sempre le scelte del governo Meloni hanno seguito le parole di sostegno a Zelensky. Tuttavia, i partiti apertamente schierati per lo stop degli aiuti all’Ucraina sono quelli di Salvini e Vannacci: entrambi molto al di sotto dei consensi di Fratelli d’Italia.
Le esitazioni della sinistra italiana sulla guerra, le ambiguità sulla natura dell’aggressione russa, la tentazione di presentare come equidistante saggezza diplomatica ciò che rischia di diventare una sostanziale indifferenza alla sorte dell’aggredito rivelano un problema assai più profondo di una divergenza tattica. Riguardano l’identità stessa di una possibile alternativa di governo. La storia italiana dovrebbe aiutarci a capirlo.
Durante la Prima Repubblica, la democrazia italiana fu a lungo una democrazia bloccata. Il Partito comunista, principale forza d’opposizione alla Democrazia cristiana, era pienamente legittimato sul piano costituzionale, partecipava alla vita parlamentare e aveva un radicamento popolare straordinario.
Eppure, la possibilità che accedesse al governo nazionale rimase preclusa per decenni. Tra le ragioni principali di questa situazione vi era la collocazione internazionale del PCI: il suo legame con il mondo sovietico lo rendeva inaffidabile rispetto all’appartenenza dell’Italia al campo occidentale e all’Alleanza atlantica, in un mondo spaccato in due dalla Guerra Fredda.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, il problema era superato. La fine della contrapposizione bipolare, la trasformazione della sinistra postcomunista e il consolidamento dell’integrazione europea contribuirono a togliere alla politica estera quel tipo di centralità.
Le differenze fra i partiti non scomparvero, naturalmente, ma la collocazione dell’Italia dentro il blocco delle democrazie liberali occidentali, con tutto ciò che questo comporta, era ormai considerata una cornice indiscutibile.
Ora, l’invasione russa dell’Ucraina ha riproposto, in chiave diversa, l’alternativa dalla quale eravamo usciti. La politica estera è tornata a essere una questione dirimente, perché la guerra riporta alla luce domande che l’Europa aveva forse troppo frettolosamente archiviato: che cosa difendiamo quando difendiamo una democrazia? Quanto siamo disposti a fare perché la libertà di un popolo non venga cancellata dalla forza militare di un vicino? E quale ordine internazionale siamo pronti ad accettare?
Sostenere l’Ucraina significa riconoscere il diritto di una nazione sovrana a non essere assoggettata con la violenza. Significa difendere il principio secondo cui i confini non possono essere modificati a piacimento da una potenza che ritenga di avere interessi storici, strategici o culturali sul territorio altrui.
Significa, soprattutto, impedire che l’aggressione diventi un metodo efficace di regolazione dei conflitti internazionali. Se Mosca ottenesse attraverso la guerra ciò che non è riuscita a ottenere attraverso la diplomazia, quale incentivo avrebbero altri regimi autoritari a rispettare la sovranità dei propri vicini?
Per questo la pace dell’Ucraina riguarda direttamente la sicurezza europea e la tenuta della democrazia liberale. Una pace che consacrasse la conquista territoriale, imponesse a Kiev una sovranità dimezzata o lasciasse il Paese esposto a una nuova aggressione non sarebbe una soluzione stabile: sarebbe il rinvio del conflitto a condizioni peggiori.
È qui che il centrosinistra italiano, e in particolare il Partito Democratico, rischia davvero grosso, trasferendo questo rischio al Paese intero. Se non sa dire con chiarezza da che parte stare davanti a un’aggressione imperialista, con quale credibilità potrà rivendicare la difesa della democrazia, dei diritti e dell’Europa?
La posta in gioco non è soltanto il futuro dell’Ucraina. È anche il futuro politico della sinistra italiana. Il sostegno fattivo a Kyiv riguarda la stessa collocazione internazionale dell’Italia e la tenuta dell’Unione Europea, della quale il nostro Paese è uno dei fondatori.
Se il PD, come partito più votato del cosiddetto Campo Largo, non riesce a capire questo, rischia di completare la sua trasformazione da partito “governista” a forza non più affidabile rispetto alla collocazione italiana dentro il sistema delle liberaldemocrazie occidentali.
Certo, c’è una parte di elettorato, a sinistra, che può scegliere di votare il PD, e la coalizione di sinistra, proprio per questo motivo, ottenendo con quasi 80 anni di ritardo ciò che non ottenne con le elezioni del 1948, quando Roma entrò nell’alleanza atlantica a trazione USA.
Come già sottolineato, le ambiguità verso Mosca e le esitazioni sul sostegno a Kyiv attraversano anche il campo della destra. Ma proprio per questo il problema del Partito Democratico è ancora più serio.
Se vuole essere un’alternativa credibile alla destra, il PD deve chiarire quale posto intenda assegnare all’Italia nel mondo: se quello che le compete nel sistema delle democrazie liberali occidentali, fondato sulla libertà dei popoli, sul diritto internazionale e sull’integrazione europea, oppure quello dalla parte di chi intende demolire quest’ordine.
È una questione di affidabilità internazionale. Al momento, va detto con franchezza, la leadership del PD, che in teoria dovrebbe indirizzare il Campo Largo, non sembra proprio all’altezza della grave strozzatura storica in cui ci troviamo. Manca coraggio politico, profondità di lettura storica, percezione del pericolo.
Non a caso i “grandi vecchi” che ruotano attorno alle stanze del potere della sinistra hanno preso il pallino della narrazione fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, raccontando dell’allargamento della NATO, di un’Europa che non vuole negoziare, di un riarmo che sarebbe solo spirito bellicista ecc.
Anche chi non vota e non voterebbe mai a sinistra deve comprendere che un centrosinistra in bilico sulla collocazione geopolitica italiana nell’ambito delle democrazie liberali occidentali è un bel guaio per il Paese.
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