Italia: politica, istituzioni e società

Chi devasta Milano e chi gli costruisce un alibi

Dalla “distrazione di massa” al mito degli infiltrati, le narrazioni sulle devastazioni di Milano finiscono per coprire un nichilismo politico che usa il disagio come carburante e le piattaforme digitali come infrastruttura.

Figure con il volto coperto davanti alla vetrina infranta di un negozio. In primo piano, una persona con un cappellino a quadri impugna una lunga asta scura.
Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea21/10/2026Aggiornato 21/10/20268 min lettura1.596 parole

Le devastazioni di Milano hanno generato due fenomeni paralleli. Il primo lo abbiamo visto tutti: vetrine sfondate, agenti feriti, saccheggi, guerriglia urbana per due giorni consecutivi fuori da qualsiasi manifestazione organizzata. Il secondo è meno visibile ma ugualmente rilevante: la produzione di narrazioni che cercano di dare senso a quello che è successo. Il disagio dei giovani. La distrazione di massa orchestrata dalla destra. Gli infiltrati che non rappresentano la vera protesta. La Rivoluzione francese come precedente nobile. Il “distruggere per ricostruire” come necessità storica.

Queste narrazioni circolano in buona fede, spesso. Partono da osservazioni legittime e arrivano a conclusioni che i fatti smentiscono. Chi le costruisce sta facendo esattamente quello che accusa la destra di fare: selezionare i fatti che servono, ignorare quelli che non servono, usare gli eventi per un’agenda propria.

Chi ha prodotto la distrazione

La narrazione più diffusa in questi giorni è quella della distrazione di massa. Le devastazioni di Milano avrebbero offerto alla destra un formidabile assist, distogliendo l’attenzione dalle rivendicazioni reali – il carovita, le scuole fatiscenti, il gasolio a 2,40 euro – per concentrarla sull’emergenza sicurezza. L’osservazione politica è corretta: la destra ha effettivamente usato quelle immagini per spostare l’agenda. Il problema è che l’analisi causale è invertita.

La distrazione non l’ha prodotta il governo con una regia occulta: l’ha prodotta chi ha sfondato le vetrine di corso Vittorio Emanuele, chi ha saccheggiato i negozi del centro, chi ha lanciato bombe carta contro la polizia. Attribuire la responsabilità comunicativa alla destra invece che a chi ha devastato significa assolvere i responsabili materiali del danno e condannare chi ne raccoglie politicamente i frutti.

Se il problema è tenere il carovita al centro dell’agenda, la risposta non è cercare colpevoli nella destra: è smettere di consegnare alla destra lo strumento con cui sposta quella agenda.

Il mito degli infiltrati e il Movimento 17 ottobre

La seconda narrazione aggiorna il classico mito degli infiltrati in chiave sociologica. Al posto degli agitatori politici esterni arrivano i “maranza”: ragazzi di seconda generazione, disagiati, figli di una mancata integrazione. Il disagio esiste, la mancata integrazione esiste, e a Milano delle 271 persone accompagnate in questura 220 erano minorenni.

Ma la narrazione del disagio come spiegazione esaustiva non regge di fronte a quello che è successo nei giorni successivi. Le devastazioni non si sono fermate sabato 17 ottobre: sono continuate domenica 18, con nuovi saccheggi fuori da qualsiasi manifestazione. Il disagio sociale esplode, non pianifica.

Il Movimento 17 ottobre invece è nato su Instagram il 19 ottobre, rivendicando esplicitamente i saccheggi come “esproprio proletario” e annunciando una “mobilitazione permanente ogni sabato alle 15 in otto città, fino alla caduta di questo governo ladro”. La pagina rimanda a un canale Telegram che distribuisce una guida alle manifestazioni con istruzioni per i più giovani e invita esplicitamente a non dissociarsi dai violenti. Il disagio sociale non produce calendari di mobilitazione su otto città.

TikTok e Telegram come infrastruttura

La questione delle piattaforme digitali è connessa direttamente a quella del Movimento 17 ottobre. TikTok e Telegram non sono lo sfondo culturale della violenza: sono la sua infrastruttura operativa. Nel 2022 decine di adolescenti si erano organizzati su TikTok per un raduno a Peschiera del Garda culminato in risse e violenze.

Il meccanismo è identico a quello di Milano: una piattaforma che permette di aggregare in poche ore centinaia di minorenni attorno a un evento, senza struttura organizzativa formale, senza responsabili identificabili, senza filtri. Il risultato è un sistema di reclutamento che usa la tecnologia per replicare su scala di massa esattamente quello che reti come Askatasuna costruivano con strumenti più tradizionali: una rete capace di muovere persone da una piazza all’altra, da una causa all’altra, con la stessa logica operativa.

Robespierre e il “distruggere per ricostruire”

La terza narrazione è la più antica e la più resistente: “senza violenza non si ottiene nulla”, con la Rivoluzione francese come precedente nobile. Vale la pena leggere fino in fondo quella storia. Maximilien Robespierre, l’“Incorruttibile”, fu l’architetto del Terrore: tra il giugno 1793 e il luglio 1794 fece ghigliottinare decine di migliaia di persone sospettate di essere nemiche della Rivoluzione, tra cui Danton, suo vecchio alleato, eliminato quando aveva osato chiedere la fine del Terrore.

La logica era quella dell’epurazione permanente: chiunque mettesse in dubbio i metodi diventava automaticamente un nemico. Il 9 Termidoro del 1794, Robespierre fu arrestato dalla Convenzione e ghigliottinato il giorno dopo, non dai controrivoluzionari, ma dai suoi stessi compagni che si erano rivoltati contro di lui quando avevano capito che sarebbero stati i prossimi.

La violenza rivoluzionaria non ha un punto di arrivo controllabile: richiede sempre un nuovo nemico da eliminare per giustificare la propria esistenza, e quando i nemici esterni finiscono si mangia i propri figli.

A questo mito si affianca quello del “distruggere per ricostruire”: prima si abbatte tutto, poi emergerà qualcosa di migliore. Applicato alle piazze italiane, la domanda è semplice: cosa si sta costruendo esattamente? Il Movimento 17 ottobre ha risposto lui stesso: “fino alla caduta di questo governo ladro”.

Il programma è interamente distruttivo, il dopo non esiste, e la storia delle rivoluzioni senza progetto è sempre la stessa: producono il vuoto che qualcun altro sa riempire. Il fascismo è arrivato al potere in Italia riempiendo esattamente questo tipo di vuoto, quello lasciato da una sinistra che sapeva distruggere ma non costruire, che aveva la piazza ma non il programma.

Il nichilismo che si maschera da rivoluzione

Il rivoluzionarismo ha una struttura precisa: un’analisi delle cause del sistema che si vuole abbattere, una visione del dopo, un soggetto politico capace di costruire qualcosa al posto di quello che si demolisce. Può essere sbagliato, pericoloso, anche sanguinario, ma ha una logica interna coerente.

Il nichilismo politico ha una struttura diversa: ha solo il durante. Ha la rabbia del momento, l’adrenalina dello scontro, l’identità immediata del “noi contro loro”. Non ha un’analisi, non ha un progetto, non ha un soggetto capace di gestire la vittoria. E quando il governo cade, ammesso che cada, il nichilismo non sa cosa farsene perché non ha mai pensato a cosa viene dopo.

Il Movimento 17 ottobre non è un movimento rivoluzionario. È nichilismo politico organizzato con le piattaforme digitali. Non ha un programma, non ha un’ideologia coerente, non ha un gruppo dirigente identificabile. Ha un obiettivo dichiarato, “la caduta di questo governo ladro”, e una tattica, la guerriglia urbana ogni sabato in otto città. Oltre questo, il vuoto. E il vuoto, nella storia, lo riempie sempre qualcun altro, con conseguenze che chi lo ha prodotto raramente prevede e quasi mai apprezza.

Le prove che un’altra strada esiste

Chi sostiene che senza violenza non si ottiene nulla ignora una parte consistente della storia del Novecento. Il movimento per i diritti civili americano degli anni Cinquanta e Sessanta ha ottenuto il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965 con una strategia di non violenza deliberata e disciplinata, costruita attorno a un programma preciso e a un soggetto politico capace di negoziare con le istituzioni.

Gandhi ha ottenuto l’indipendenza dell’India dall’Impero britannico senza sparare un colpo, costruendo un consenso morale che la violenza avrebbe distrutto. Le rivoluzioni pacifiche del 1989 nell’Europa dell’Est hanno abbattuto regimi comunisti consolidati senza devastare le proprie città. In tutti questi casi la disciplina della non violenza non era debolezza: era la strategia più efficace disponibile, perché toglieva al potere il pretesto per la repressione e costruiva un consenso che la guerriglia urbana non saprà mai costruire.

In Italia, in questi stessi giorni, autotrasportatori, agricoltori e operai dell’ex Ilva hanno dimostrato che la strada esiste. Rivendicazioni precise, dati economici verificabili, presidii disciplinati, zero devastazioni. Hanno prodotto ascolto. Non un risultato definitivo, non una vittoria da rivendicare, ma qualcosa che le piazze che bruciavano non hanno ottenuto: la sensazione che qualcuno stesse ascoltando.

La differenza non è nel tema, non è nel livello di disagio, non è nella legittimità delle richieste. È nella capacità di distinguere tra esprimere un disagio e aggravarlo.

L’incoerenza che chiude ogni discorso

Cosa c’entra distruggere le attività commerciali del centro di Milano con il diritto allo studio? Cosa c’entra saccheggiare un negozio con il carovita? Il carovita colpisce i commercianti tanto quanto i consumatori, e sfasciare i negozi di chi lavora in centro non abbassa i prezzi: li alza, aumenta i costi assicurativi, costringe le attività a chiudere.

Chi protesta contro il carovita e poi saccheggia un negozio sta danneggiando esattamente le stesse persone che dice di voler difendere, e chi chiede investimenti nella scuola pubblica e poi devasta la scuola pubblica sta sabotando la propria causa con le proprie mani.

Questa incoerenza strutturale tra rivendicazioni dichiarate e comportamenti reali dimostra che le rivendicazioni non erano il vero obiettivo: erano il contenitore comunicativo dentro cui si è riversata una rabbia che aveva altri motori. Il vero obiettivo era lo scontro, la visibilità, l’incidente.

Chi cerca appigli in questi giorni viene smentito dalla realtà in tempo reale. Il Movimento 17 ottobre ha scritto il proprio obiettivo nero su bianco, lo ha rivendicato pubblicamente, ha distribuito guide operative ai minorenni, ha annunciato un calendario su otto città. Non è un fenomeno da interpretare: è un fenomeno che si è già spiegato da solo.

Ogni narrazione che lo trasforma in disagio giovanile, in risposta spontanea al sistema, in eco di una tradizione rivoluzionaria nobile, non descrive la realtà: la riscrive contro l’evidenza che i protagonisti stessi hanno prodotto. E chi la riscrive, in buona fede o no, non sta aiutando chi soffre davvero il carovita, chi vive nelle scuole che cadono a pezzi, chi non arriva a fine mese. Sta coprendo chi usa quella sofferenza come carburante per un progetto che con quella sofferenza non ha nulla a che fare.

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