Europa e Unione Europea

Il monito di Donald Tusk che viene dalla storia: “Non lasciamo l’Ucraina da sola”

Nel luogo simbolo dell’invasione nazista, Donald Tusk trasforma l’87° anniversario di Westerplatte in un monito sull’Ucraina: la Polonia del 1939 fu lasciata sola, Kyiv non deve esserlo. Mentre il presidente Nawrocki rilancia il tema delle riparazioni tedesche, la memoria nazionale torna a interrogare l’Europa sulle alleanze,

Il monito di Donald Tusk che viene dalla storia: "Non lasciamo l'Ucraina da sola"
Raffaele MagaldiRaffaele Magaldi04/09/2026Aggiornato 17/10/20267 min lettura1.440 parole

Alle 4:45 di martedì mattina, 1° settembre, l’urlo della sirena risuona ancora una volta nell’aria di Westerplatte, una lingua di terra alla foce della Vistola Morta.

È qui che nel 1939 comincia la Seconda guerra mondiale. Ed è qui che il premier polacco Donald Tusk pronuncia un importante discorso nell’ottantasettesimo anniversario dell’attacco tedesco.

Lo affiancano il presidente Karol Nawrocki e i vertici dello Stato, mentre una cerimonia gemella si tiene, come ogni anno, a Wielun, la città bombardata dalla Luftwaffe nelle stesse ore.

Tusk e Nawrocki sono le due più alte cariche dello Stato, ma si trovano su fronti politici opposti. In questa occasione si alternano sullo stesso podio, offrendo due letture non del tutto sovrapponibili della stessa memoria.

Per comprendere l’importanza di Westerplatte per i polacchi serve fare un passo indietro.

Sette giorni di resistenza

Il deposito militare di transito di Westerplatte nasce tra il 1924 e il 1926, quando alla Polonia, appena tornata indipendente dopo la Prima guerra mondiale, viene concesso il diritto di far transitare rifornimenti militari attraverso il porto della vicina Danzica.

Il deposito è un piccolo avamposto, presidiato nel 1939 da circa 200 uomini al comando del maggiore Henryk Sucharski.

Il 25 agosto 1939 la corazzata tedesca Schleswig-Holstein getta l’ancora a poche centinaia di metri dalla penisola. Si tratta, ufficialmente, di una visita di cortesia a Danzica.

Ma all’alba del 1° settembre, tra le 4:45 e le 4:48, la nave apre il fuoco sulla guarnigione polacca senza preavviso né dichiarazione di guerra: è il primo colpo della Seconda guerra mondiale, quasi contemporaneamente ai bombardamenti tedeschi sulla città di Wielun.

I circa 200 difensori polacchi si trovano ad affrontare tra i 650 e i 700 soldati tedeschi, meglio armati e sostenuti dall’aviazione.

L’obiettivo della Wehrmacht è chiudere la partita in poche ore, ma Westerplatte resiste. Per sette giorni la radio polacca trasmette lo stesso comunicato: «Westerplatte broni sie jeszcze» – Westerplatte resiste ancora.

Intanto il resto del Paese viene completamente travolto dall’invasione. Il 7 settembre, però, i polacchi finiscono le munizioni e Sucharski si arrende. I tedeschi, riconosciuto il valore dimostrato dalle truppe del maggiore, gli concedono l’onore delle armi.

Sul piano militare quei sette giorni contano poco: tengono impegnato un reparto tedesco più a lungo del previsto, nulla di più. Ma il loro valore politico e simbolico è enorme.

Westerplatte rappresenta un caso a parte nella memoria dell’invasione nazista della Polonia, completata in poco più di un mese grazie alla rapidità delle colonne corazzate tedesche.

Ed è opportuno ricordare che, poco più di una settimana prima di quel primo attacco, Germania e Unione Sovietica avevano firmato a Mosca il patto Molotov-Ribbentrop, contenente un protocollo segreto sulla spartizione della Polonia.

Il 17 settembre l’Armata Rossa invade infatti da est. La Polonia, aggredita, occupata e smembrata contemporaneamente da entrambi i vicini, subirà nell’arco del mezzo secolo successivo due diversi totalitarismi.

Westerplatte rappresenta, insomma, l’eccezione alla spietata regola della Blitzkrieg: mentre altrove le difese polacche crollano in poche ore, in quel deposito un manipolo di uomini isolati e senza speranza di rinforzi tiene duro più a lungo di intere divisioni.

È la tenacia di questa difesa a fare di Westerplatte un mito fondativo della nazione polacca.

Il nodo di Danzica

Per comprendere perché il secondo conflitto mondiale inizi da Westerplatte occorre fare un ulteriore passo indietro.

Il Trattato di Versailles del 1919 aveva separato la città di Danzica dalla Germania, pur senza assegnarla alla Polonia risorta. Nel 1920 Danzica viene poi dichiarata città libera sotto la protezione della Società delle Nazioni.

Pur essendo di fatto autonoma, viene inserita nell’unione doganale polacca, con Varsavia responsabile della sua rappresentanza diplomatica e della sua difesa.

Questo compromesso, pensato per dare alla Polonia uno sbocco sul Baltico senza cancellare una popolazione in larghissima maggioranza di lingua tedesca, è fragile fin dall’inizio: la Polonia si trova in pratica a difendere interessi legittimi in un territorio che però non le appartiene del tutto.

Nel compromesso rientra anche la piccola penisola di Westerplatte, ceduta alla Polonia per ospitarvi un presidio militare a difesa dei propri interessi nel porto.

Per la Germania di Hitler, quella città libera e quel corridoio che la collega al resto della Polonia, separando fisicamente la Prussia orientale dal resto del Reich, diventano una delle principali rivendicazioni degli anni Trenta contro l’assetto di Versailles.

La crisi di Danzica, montata ad arte nell’estate del 1939, è il pretesto scelto per l’aggressione: è per questo che scatta l’attacco contro quel piccolo presidio polacco incastonato in un territorio conteso.

Tusk, la solitudine del ’39 e Kyiv

In questa cornice si inserisce il discorso del premier polacco Donald Tusk.

Il premier traccia un parallelo esplicito tra il 1939 e l’oggi, ricordando la solitudine dei soldati polacchi di allora, lasciati senza aiuto dagli alleati occidentali, e ne trae un monito per il presente.

Tusk afferma che una Polonia unita all’Europa, alla NATO e ai propri alleati non è un’opzione tra le altre: è l’unica lezione sensata da trarre da quella solitudine. La NATO, aggiunge, non può restare un’alleanza solo sulla carta. La Polonia non può e non deve mai più ritrovarsi sola o debole.

L’intervento del premier polacco si sposta poi sull’attualità più stringente: la guerra in Ucraina, i diversi atti di sabotaggio registrati in Europa nelle ultime settimane e l’incendio della fabbrica di droni a Skarzysko-Kamienna.

Tutto questo per affermare come il male, 87 anni dopo, stia tornando ad affacciarsi non lontano dalla Polonia.

Il messaggio non è una novità assoluta da parte di Tusk. Già nel settembre 2024, parlando sempre a Westerplatte, il premier aveva ricordato che le lezioni della Seconda guerra mondiale «non sono un’astrazione» e che la guerra «sta tornando di nuovo da est», riferendosi esplicitamente all’aggressione russa in Ucraina.

Quel parallelo è, insomma, un tema che Tusk riprende da almeno due anni.

Nel passaggio più netto dell’intervento di questi giorni, il premier polacco volge lo sguardo all’immediato futuro: l’autunno e l’inverno imminenti, dice Tusk, possono rivelarsi decisivi non solo per l’indipendenza dell’Ucraina, ma anche per la sicurezza della Polonia e di tutto il mondo libero.

Ed è a questo punto che parte il richiamo esplicito ai fatti di Monaco del 1938. Il precedente più amaro della diplomazia europea del Novecento, la lezione da non ripetere, è proprio quella politica di appeasement verso il male che allora non salvò né la Cecoslovacchia né, di lì a poco, la stessa Polonia.

Il discorso del presidente Karol Nawrocki ha un registro diverso e più rivolto al passato prossimo: da Westerplatte lancia un appello alla Germania affinché venga finalmente affrontata la questione delle riparazioni di guerra e della giustizia storica verso la Polonia.

È un tema sul quale il governo Tusk cerca da tempo di mantenere un profilo più cauto. Il fatto che il presidente abbia scelto questa sede per rilanciarlo proprio davanti al premier mostra quanto la memoria di Westerplatte e del 1939 venga oggi letta in modi diversi dalle due massime cariche dello Stato.

Un verdetto non ancora scritto

Fatte le dovute proporzioni, il parallelo suggerito da Tusk tra la resistenza di Westerplatte e quella ucraina merita di essere considerato con attenzione.

Nel 1939 un manipolo di circa 200 uomini tiene testa a un nemico enormemente superiore per sette giorni, pur sapendo di non poter contare su alcun soccorso.

È un atto di eroismo puro sul quale la storia ha però già pronunciato il proprio verdetto: quella resistenza, per quanto tenace, non basta a fermare l’aggressione o a impedire che l’intera Polonia venga spartita tra due occupanti e privata della propria indipendenza per cinquant’anni.

A posteriori, la resistenza di Westerplatte, per quanto eroica, è vana.

Quella ucraina, oggi, non lo è. La storia non ne ha ancora scritto l’esito.

L’Ucraina combatte da oltre quattro anni contro un aggressore anch’esso enormemente più grande in termini di risorse, ma lo fa con un esercito che tiene il fronte e uno Stato che, pur tra non pochi ostacoli, continua a funzionare.

Il sostegno internazionale, per quanto discontinuo, è ben presente. Nel 1939 alla Polonia mancò del tutto e il Paese si ritrovò solo e accerchiato.

Non siamo davanti alla stessa battaglia su una scala temporale più lunga: è una partita ancora tutta da giocare.

Ed è precisamente in questa dimensione che si colloca il monito di Tusk. Da Westerplatte, il premier polacco non potrebbe essere più chiaro: l’Ucraina deve essere aiutata.

Non si può ripetere Monaco e quella politica di cedimento al male che nel 1939, grazie alla complicità sovietica, consegnò la Polonia a decenni di occupazione e di regimi illiberali imposti dall’esterno.

Sostenere Kyiv fino in fondo, in quest’ottica, non è soltanto solidarietà verso l’aggredito: è l’unico modo per impedire che il destino dell’Ucraina di oggi sia quello della Polonia occupata di allora.

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