Italia: politica, istituzioni e società

Concita De Gregorio invita a non guardare le vetrine spaccate (radical chic si nasce o si diventa?)

L’invito a distogliere lo sguardo dalle vetrine spaccate diventa una lezione di superiorità culturale. Comprendere le ragioni dei giovani non significa sospenderne la responsabilità né lasciare che il prezzo della complessità lo paghino gli altri.

Concita De Gregorio, seduta con un libro aperto, guarda dalla parte opposta a una vetrina infranta. Sullo sfondo, una persona raccoglie i vetri con scopa e paletta.
Michele MagnoMichele Magno22/10/2026Aggiornato 21/10/20266 min lettura1.179 parole

Ripropongo integralmente un articolo di Concita De Gregorio apparso su Repubblica il 20 ottobre. Si intitola “Togliere lo sguardo dalle vetrine spaccate” (e, quindi, dai negozianti, commessi e cittadini terrorizzati). Ne vale la pena. È un modello di “posa morale”. La missione che si dà l’autrice è quella di salvare i giovani dalla superficialità contemporanea, ma lo fa con un linguaggio così compiaciuto, astratto, autoreferenziale, da trasformare le “vetrine spaccate” in un’occasione per esibire la propria superiorità culturale. Il tutto con il classico riflesso radical chic: comprendere tutto, contestualizzare tutto, problematizzare tutto, purché non si debba mai pronunciare un giudizio netto. Segue un breve commento.

 

“Togliere lo sguardo dalle vetrine spaccate e continuare a tenerlo sui ragazzi, sulle loro ragioni, è l’esercizio obbligatorio di queste ore. Il minimo che possiamo fare per loro, diserbando stereotipi, per spezzare la spirale del dibattito distorto che rischia di schiantarsi nel burrone securitario. 

 

Ho ripreso a sfogliare un libro, s’intitola “A volte ti amo”, lo pubblica Einaudi. L’autore, Matteo Lancini, è uno psicoterapeuta milanese che con la sua Fondazione Minotauro lavora con ragazze e ragazzi dal 1984. Ragiona da anni sul rapporto tra i giovanissimi e i legami: d’amore, ma non solo. Parla di come sta cambiando la coppia. Lo spavento che spesso hanno dell’amore. Come fosse un pericolo, un’insidia da cui sottrarsi perché costringe a uscire da quello che noi per primi abbiamo insegnato, dagli anni Settanta in poi: autonomia. 

 

Cosa buona e giusta. È diventata: vietato soffrire, vietato inciampare, marciare diretti verso la massima affermazione di sé. Restare indipendenti. Guai alla dipendenza affettiva, che genera amore tossico. E via con il vocabolario dell’allarme sentimentale. Lancini ribalta, va contromano. E se dovessimo riportare i ragazzi a rieducarsi al rischio del legame? Al posto di incoraggiarli a correre forte e a fare da soli? La dipendenza sana dagli affetti nutrienti, la ricerca della relazione autentica come antidoto agli imperativi della contemporaneità. 

 

Molti giovanissimi e giovani adulti sono già là. Disinvestono dall’idea che affermarsi sia fare carriera. Fanno meno l’amore: la chiamano “recessione sessuale”. Sono interessati a penetrare la mente e non il corpo, scrive Lancini. Intimità simmetrica. “Amicizie amorose”, dopo il disinnesco del contatto legato alle paranoie sul corpo, in difetto e in eccesso, spesso amplificate nei reel dei social. Si smarcano da noi, cercano altre strade. Stiamo a guardare, senza invadere il campo. Fidiamoci e non saliamo in cattedra. Anche riflettere su questo -gli affetti, le nuove forme di relazione- è politica”.

 

C’è un momento in cui il radical chic raggiunge l’apice del suo ego: quando un ragazzo spacca una vetrina e lui, anziché domandarsi chi pagherà i danni, comincia a interrogarsi sul significato esistenziale del vetro infranto. È esattamente ciò che accade in questo piccolo capolavoro di sociologia da salotto.

 

Concita ci invita a “togliere lo sguardo dalle vetrine spaccate”  per concentrarci sui ragazzi, sulle loro ragioni. Perché, evidentemente, guardare una vetrina distrutta sarebbe un gesto 

reazionario, mentre contemplare le motivazioni psicologiche di chi l’ha distrutta è un atto di

raffinata emancipazione intellettuale. Il danno materiale è volgare. La sua interpretazione sociologica, invece, è chic. E così, mentre qualcuno raccoglie i cocci, noi siamo invitati a “diserbare stereotipi”, evitare il “burrone securitario” e riflettere sulla «spirale del dibattito distorto». Non manca niente: il lessico da convegno, la metafora botanica, l’abisso politico. 

Poi arriva il libro di Matteo Lancini, che diventa la chiave universale per interpretare la gioventù contemporanea. Il tema? I ragazzi hanno paura dell’amore perché noi adulti avremmo insegnato loro l’autonomia, trasformandola in un imperativo narcisistico. Ora, che esista una differenza tra autonomia e individualismo esasperato lo sappiamo. Ma nell’articolo diventa l’ennesima occasione per celebrare il proprio coraggio di andare “contromano”. Il radical chic, del resto, non si limita mai a esprimere un’opinione: deve prima accreditarla come un gesto di dissidenza intellettuale.

 

Eccolo dunque ribaltare il paradigma dominante: forse i ragazzi dovrebbero imparare a dipendere dagli affetti, a rischiare il legame, ad accettare la sofferenza. Una scoperta straordinaria. Per secoli l’umanità ha costruito relazioni, famiglie e comunità senza aspettare che un editorialista le spiegasse, con il supporto di un libro Einaudi, che amare significa anche esporsi alla possibilità di soffrire.

 

Ma il meglio deve ancora arrivare.

 

I giovani fanno meno sesso? Ecco la “recessione sessuale”. Non cercano soltanto il corpo, ma vogliono “penetrare la mente”. Si parla di “intimità simmetrica” e di “amicizie amorose». A questo punto non è più chiaro se stiamo leggendo un articolo sui giovani oppure il programma di un seminario universitario intitolato “Corpi, affetti e soggettività nell’orizzonte post-individualista”.

 

Si noti il modo con cui queste riflessioni vengono confezionate: ogni fenomeno diventa l’occasione per esibire un vocabolario sofisticato, ogni contraddizione viene trasformata in una categoria teorica, ogni problema concreto viene sublimato in una riflessione sulle “forme di relazione”.  E mentre il mondo reale continua ostinatamente a esistere, l’autore si rifugia nella sua confortevole torre di parole.

 

Il passaggio più rivelatore, però, è l’invito finale: “Stiamo a guardare, senza invadere il campo. Fidiamoci e non saliamo in cattedra”. È magnifico. Dopo averci spiegato come dobbiamo interpretare i giovani, quali stereotipi dobbiamo diserbare, quale libro dobbiamo leggere e quale paradigma dobbiamo ribaltare, Concita ci raccomanda di non salire in cattedra. La cattedra, evidentemente, è riservata a lei.

 

E qui emerge la quintessenza del radical chic: una posizione che si presenta come umile ascolto, ma che in realtà distribuisce patenti di comprensione; che dichiara di voler evitare i giudizi, ma giudica implicitamente chiunque non adotti il suo linguaggio; che si proclama vicina ai giovani, salvo parlare di loro attraverso una successione di formule sociologiche destinate soprattutto a rassicurare gli adulti colti che le leggono. Naturalmente, anche “gli affetti, le nuove forme di relazione” sono politica. Ormai tutto è politica, purché lo si dica con il tono giusto e possibilmente citando un libro pubblicato da un editore prestigioso.

 

Il vero capolavoro, però, è la gerarchia morale che ne deriva: chi chiede responsabilità è securitario, chi guarda ai danni è superficiale, chi formula un giudizio rischia di essere stereotipato. Chi invece sospende ogni giudizio, mette tutto in relazione e infarcisce il discorso di parole come “autenticità”, “imperativi della contemporaneità” e “intimità simmetrica” può sentirsi dalla parte giusta della Storia. È una posizione molto comoda. Soprattutto quando il prezzo della complessità lo pagano gli altri.

 

Perché si può benissimo cercare di comprendere le ragioni di un ragazzo senza trasformare ogni suo comportamento in un sintomo sociale. Si può riconoscere il disagio giovanile senza fare dell’illegalità una nota a piè di pagina. E si può discutere di affettività senza usare le vetrine spaccate come pretesto per una lezione di superiorità culturale.

 

La comprensione non esclude la responsabilità. L’empatia non obbliga all’assoluzione. E la complessità non è un lasciapassare per l’indulgenza.

Ma queste distinzioni hanno un difetto imperdonabile: sono troppo semplici per chi ha bisogno di dimostrare, a ogni capoverso, quanto sia sofisticato.

In fondo, la quintessenza del radical chic è tutta qui: trasformare ogni problema concreto in un’occasione per sentirsi moralmente e culturalmente superiori a chi prova semplicemente ad affrontarlo. Anche quando si tratta di una vetrina rotta. 

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