Economia, energia e globalizzazione

Trump perde alle urne, l’Europa rischia di pagare il conto

Sommario: Il voto americano indebolisce Trump, ma lascia aperti i nodi dell’inflazione e del debito. Per l’Europa, già provata dalla crisi energetica, la sfida è finanziare sanità, energia, innovazione e difesa senza compromettere la tenuta dello Stato sociale.

Una mappa strappata lungo l’Atlantico: a sinistra, il Nord America sfuma nel blu; a destra, la carta dell’Europa si piega sopra una pila di registri contabili.
Valerio SaleValerio Sale05/11/2026Aggiornato 04/11/20264 min lettura832 parole

Cosa ci attende ora? La profondità della crisi politica americana suscita una domanda amletica che rimbalza dalle stanze dei ministeri delle principali economie mondiali fino ai corridoi delle borse internazionali, arrivando dritta sui sistemi di calcolo degli analisti finanziari per terminare la sua corsa nelle tasche dei risparmiatori.

Primo dato inconfutabile: l’origine dell’incombente crisi economica globale ha un nome e un cognome: Donald Trump. Se questo è il dato di partenza, ogni previsione non può che incentrarsi sulle prossime mosse di un leader e del suo gruppo dirigente (ma forse sarebbe meglio dire clan), che nei prossimi due anni potrebbe assumere a tempo pieno il ruolo di agente del caos.

Secondo dato: l’inflazione decide le sorti di ogni governo. Si perdoni la semplificazione analitica, ma quando la crisi entra nelle tasche della maggioranza dei cittadini non c’è democrazia che riesca a incassare il colpo. Un’analisi del Financial Times sullo svolgimento di elezioni democratiche in 51 Paesi dal 2020 a oggi indica che nel 74% dei casi i governi in carica hanno perso in un contesto economico di inflazione.

Il prezzo della benzina è stato quindi la spinta per il tonfo di Trump, ma il quadro dell’economia americana va osservato nel dettaglio. Perché gli USA si trovano con un’anatra zoppa (e incazzatissima) nella politica, un mercato azionario sopravvalutato dall’AI e un debito che macina interessi passivi a tassi killer.

Va ricordato che il segretario del Tesoro, Scott Bessent, agli ordini di re Trump, manipola la curva dei rendimenti dei Treasury con il buyback, un trucchetto ben noto al mercato e ai grandi compratori del debito USA, i quali si dichiarano disponibili all’acquisto solo in cambio di un premio aggiuntivo per il rischio del prestito. La “soglia del dolore” dei bond americani era stata individuata intorno al 4,0%; ora si è spostata al 5%, ma non sarà sopportabile ancora per molto a fronte di altri due anni di politica economica come i precedenti.

Terzo e ultimo dato: i guai della maggiore potenza economica mondiale non possono che ricadere sulle altre economie. La domanda che ci interessa maggiormente è: con quali conseguenze per l’Europa? Sia ben chiaro che l’Europa era già in declino e lo shock esterno della crisi energetica non ha fatto che aggravare la situazione.

In questo caso la storia può aiutare: nel 1919 John Maynard Keynes aveva avvertito che la privazione economica fatta di bassi salari e bassa produttività procede in gran parte inosservata “fino a quando non si raggiunge il limite della resistenza umana”. Un po’ come la rana che bolle senza accorgersene, fino a che il bollore non la fa saltar fuori dalla pentola. Ed è allora che le persone ascoltano “qualsiasi istruzione che venga loro offerta per ritrovare speranza, illusione o vendetta”, ammonisce Keynes.

Tradotto nella cronaca di questi giorni: proteste di piazza e disordini da un lato, richiamo al pugno di ferro e a un tragicomico miraggio di sovranità economica dall’altro.

Intendiamoci: l’onda blu americana proviene dalla protesta contro Trump e assai meno dal messaggio dem più progressista a cui si unisce quello evangelico di James Talarico. Ma “fermare la concentrazione della ricchezza e l’aumento delle diseguaglianze” è uno slogan concreto che unisce le due sponde sociali dell’Atlantico. Con tutto ciò che ne consegue, dalle strumentalizzazioni polarizzanti ai nostalgici dei piani quinquennali o della ghigliottina.

I numeri e le percentuali del divario vengono ormai sciorinati ovunque e i supermiliardari sono prossimi a entrare nell’album Panini. I governi sanno che quei numeri sono, per lo più, reali e che continuare a ignorare questi livelli di squilibrio in crescita esponenziale potrebbe diventare molto pericoloso.

Tornando alla storia di altri shock mondiali, gli architetti dell’ordine del dopoguerra sapevano che un livello estremo di concentrazione di ricchezza era incompatibile con la democrazia. Perciò progettarono il welfare state, che in seguito fece da argine alle rivendicazioni salariali e sconfisse il comunismo.

A differenza di allora, i governi europei di oggi si trovano alle prese con il grande problema del debito pubblico. Qualsiasi colore assuma il nuovo governo di un Paese membro dell’UE, dovrà continuare a cercare risorse economiche e quindi a indebitarsi per affrontare le seguenti grandi sfide: aumentare la spesa sanitaria per una popolazione che invecchia; garantire la sicurezza energetica con investimenti in rinnovabili e nucleare; investire ancora nell’AI, pena la scomparsa da ogni scenario di sviluppo; organizzare un sistema di difesa in un mondo che, rispetto ai tempi della Seconda guerra mondiale, ha più guerre, più morti, più Paesi coinvolti e guerre che non finiscono.

Se dall’America è arrivato un primo segnale di cambiamento, seppure pieno d’incertezze, l’attuazione di una transizione economica per l’Europa si fa urgente. Essa dovrà necessariamente passare per la riforma di uno Stato sociale che possa garantire consenso e al tempo stesso sostenibilità.

Nella speranza che al centro del dibattito economico trovino posto questioni da affrontare con coraggio politico: proteggere i lavoratori e non il posto di lavoro, riformare il sistema fiscale, educare per innovare, rilanciare la produttività.

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