Società, cultura, storia e idee
Giulia Cecchettin e la responsabilità di educare alla libertà
La storia di Giulia Cecchettin arriva al cinema e incontra 70.000 studenti. Il film di Paola Randi racconta l’attesa della famiglia e interroga ragazzi e adulti sui segnali del controllo e sulla responsabilità di chi educa.

Ieri mattina ho accompagnato i miei figli al cinema. I liceali della scuola ebraica, insieme ad altri 70.000 studenti in tutta Italia, hanno assistito in anteprima alla proiezione di Se domani non torno, il film di Paola Randi sulla storia di Giulia Cecchettin.
È un progetto importante e, anche se la vicenda è difficile da affrontare, sono contenta.
Mi chiedo anche, nell’ordine: chissà come reagiranno? Speriamo che si comportino adeguatamente.
È andato tutto bene, mi dicono poi i coordinatori.
Mi raccontano che il film non è solo la storia di un femminicidio. Si narra di una ragazza di 22 anni, a un passo dalla laurea in ingegneria biomedica, ammessa a una scuola di fumetto. Con tutta la vita davanti.
Il film copre il periodo dall’11 novembre 2023 al ritrovamento del corpo: sono i giorni dell’attesa e dell’angoscia per una famiglia smarrita e attonita. Filippo Timi, Tecla Bossi e Tommaso Allione restituiscono il padre, la sorella e il fratello con un’intensità che lascia il segno.
Ma c’è anche altro. Ci sono i segnali, i comportamenti che dovrebbero allarmarci. C’è il momento in cui l’amore smette di essere libertà e diventa controllo, possesso, limite.
Uno spazio importante viene dedicato alla voce di Elena, la sorella. In quei giorni ha avuto il coraggio di parlare di cultura patriarcale e di chiederci non un minuto di silenzio, ma di continuare a fare rumore per Giulia.
Mi segnalano poi una scelta precisa degli autori, a mio avviso fondamentale: l’assassino non viene mai nominato né mostrato. Non è una dimenticanza. Indicarlo come “il colpevole” sarebbe troppo comodo. Ci permetterebbe di dire: lui è così, io no. Io non c’entro.
È il meccanismo del “Not all men”. Prendere le distanze non basta. Bisogna guardare i modelli, gli stereotipi, gli atteggiamenti che alimentano l’idea che una donna possa appartenere a qualcuno. E questo lavoro comincia da noi: da come siamo, da come educhiamo, da come stiamo con gli altri.
“Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”, hanno gridato le donne nelle piazze, riprendendo i versi di Cristina Torres Cáceres, colpite più che mai dall’ennesima vittima di un fenomeno odioso.
Giulia, però, non è stata l’ultima. Dopo di lei altre donne sono state uccise da uomini incapaci di accettarne la libertà.
Durante il collegamento, Gino Cecchettin ha lasciato un messaggio ai ragazzi: “Vi abbiamo raccontato una storia tragica, ma da quella storia vorrei far nascere un seme, che tocca a voi far fiorire”.
Mia figlia, che con una mamma a tratti scomoda racconta poco di ciò che si fa a scuola, questa volta mi esorta: “Vai a vederlo, questo film”.
Per Giulia. Per Chiara Poggi, che ancora non ha pace. Per tutte noi.
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