Economia, energia e globalizzazione

Quarta pista, eterno rinvio: il caso Fiumicino

Un piano da 9 miliardi di euro finanziato da Aeroporti di Roma, una quarta pista e un nuovo terminal: l’espansione di Fiumicino attende ancora il via libera politico. Intanto Istanbul rafforza il proprio ruolo di hub.

Una pila di pratiche timbrate interrompe una pista che, oltre i fascicoli, prosegue solo come disegno tratteggiato. In alto a sinistra, il terminal di Fiumicino con il logo ADR.
Valerio SaleValerio Sale04/11/2026Aggiornato 03/11/20263 min lettura576 parole

C’è una curiosa specialità italiana che meriterebbe il riconoscimento UNESCO: scoraggiare gli investimenti senza nemmeno avere il coraggio di bocciarli. La denuncia di Ferruccio de Bortoli sulle pagine economiche del Corriere della Sera pone una domanda semplice e devastante: chi sta bloccando l’espansione dell’aeroporto di Fiumicino?

La risposta, almeno per ora, sembra essere: nessuno e tutti allo stesso tempo. Nessuna protesta popolare significativa, nessuna rivolta dei territori, nessun fronte politico apertamente contrario. Eppure l’opera resta ferma in attesa di un via libera politico che non arriva.

Parliamo di un piano da 9 miliardi di euro interamente finanziato da Aeroporti di Roma. Un investimento privato che punta a realizzare una quarta pista e un nuovo terminal, portando la capacità dello scalo fino a 100 milioni di passeggeri annui. Un progetto che, secondo le stime richiamate dagli stessi sostenitori dell’intervento, avrebbe ricadute occupazionali e produttive rilevanti per il Lazio, con 300 milioni di investimenti diretti alla comunità.

Nel frattempo, il mondo non aspetta. Mentre l’Italia riflette, rinvia, istruisce, approfondisce, rivaluta e riesamina, l’aeroporto di Istanbul inaugura nuove infrastrutture e consolida il proprio ruolo di hub per l’Europa centro-meridionale. Le rotte aeree non hanno patria e nemmeno pazienza. Vanno dove trovano capacità, efficienza e prospettive di crescita. Se Roma non cresce, crescerà qualcun altro.

La vicenda assume un significato ancora più ampio perché arriva nella fase finale della stagione del PNRR. Per anni la politica ha raccontato che la vera sfida sarebbe stata spendere rapidamente ed efficacemente le risorse europee. Oggi scopriamo che il problema potrebbe essere ancora più profondo: terminati i finanziamenti straordinari, il sistema Italia sembra faticare perfino quando a mettere i soldi sono i privati.

È qui che emerge il nodo politico. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, ha costruito una parte rilevante della propria narrazione pubblica attorno al tema delle grandi opere e dell’accelerazione dei cantieri.

Eppure il caso Fiumicino offre l’immagine opposta: un progetto considerato strategico da amministrazioni locali di diverso colore politico, sostenuto da investimenti privati e accompagnato da opere compensative sul territorio, che resta sospeso in una sorta di limbo amministrativo.

Naturalmente i ritardi burocratici non nascono con questo governo e non finiranno con esso. Ma chi governa non può limitarsi a denunciare l’inefficienza quando è all’opposizione e poi attribuirla a un’entità astratta quando è al potere.

La sensazione è che il Ministero dei Trasporti stia applicando alla pratica amministrativa la stessa filosofia che milioni di passeggeri attribuiscono alla rete ferroviaria nazionale: la partenza è annunciata, la destinazione è nota, ma sull’orario di arrivo conviene mantenere un prudente margine di incertezza.

Ironia a parte, il fatto è che il progetto riguarda proprio uno dei principali portali di accesso dell’Italia al mondo. Se davvero il Paese vuole attrarre investimenti, capitali e traffico internazionale nel dopo PNRR, dovrebbe almeno riuscire a rispondere con un sì o con un no.

Il non decidere è spesso la scelta più costosa. Perché ogni mese che passa senza una decisione produce un vantaggio competitivo per altri aeroporti europei. E le quote di mercato perse oggi non si recuperano facilmente domani.

La domanda posta da de Bortoli resta quindi aperta e richiede una risposta pubblica. Se esistono problemi ambientali, urbanistici o strategici, vengano esplicitati. Se invece tali ostacoli non esistono, allora il ritardo rischia di trasformarsi nell’ennesima dimostrazione di una verità che l’Italia conosce fin troppo bene: il principale concorrente dello sviluppo italiano continua a essere l’Italia stessa.

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