Stati Uniti e spazio atlantico

Trump ha perso, ma l’America delle passioni tristi è davvero “guarita”?

Il voto di metà mandato indebolisce Trump, ma lascia aperta una domanda: chi gli ha voltato le spalle ha abbandonato anche il risentimento, la ricerca di nemici e la promessa di scorciatoie che ne hanno alimentato il consenso?

Un manifesto color ocra con il volto di Donald Trump si stacca da un muro, rivelando bocche che gridano e dita puntate.
Carmelo PalmaCarmelo Palma06/11/2026Aggiornato 05/11/20263 min lettura624 parole

Che milioni di elettori statunitensi sembrino essersi risvegliati dall’incantesimo MAGA non esclude che il genio cattivo uscito dalla lampada dell’America profonda sia, proprio per questo, ancora più determinato nel disegno di omicidio-suicidio della democrazia a stelle e strisce.

Avendo presente cosa successe il 6 gennaio del 2021 a Capitol Hill, non occorre una particolare inclinazione alle previsioni apocalittiche per immaginare che la reazione della Casa Bianca a questo risultato sarà all’insegna della vendetta.

Trump esce da queste elezioni di midterm indebolito, ma non neutralizzato. Avrà certamente meno complicità nei gangli del sistema di checks and balances che presiede all’equilibrio e alla divisione dei poteri istituzionali, ma continuerà a ritenere, come ampiamente dichiarato, che l’unico freno possibile alla sua azione stia nel profondo della sua stessa coscienza (sprovvista peraltro di Super-io), non in vincoli esterni al dominio del suo potere sovrano.

Prima ancora che la sconfitta si materializzasse nei numeri, quando però era già percepibile nell’aria, aveva anticipato che la sua strategia sarebbe stata quella di paralizzare l’attività legislativa – Mr Veto – e non di negoziare con un Congresso a maggioranza democratica i compromessi necessari a una coabitazione ordinata.

Trump non riconoscerà mai, neppure con sé stesso, che il plebiscito dem del 3 novembre è stato proprio contro di lui e contro le conseguenze di scelte – in primis i dazi, la guerra all’Iran e le relazioni affaristiche con gli oligarchi finanziari e digitali – che ha compiuto unilateralmente anche contro una parte dell’establishment repubblicano. Sostiene infatti che, se sulle schede elettorali ci fosse stato il suo nome, i risultati sarebbero stati diversi.

La totale impermeabilità psicologica e morale di Trump al principio di verità, del resto, è stata storicamente il propellente dei suoi successi politici e della forza identificativa della sua figura agli occhi di decine di milioni di americani, che ha reclutato e mobilitato proprio compiacendone il bisogno di trovare disperatamente “fuori di sé” (gli immigrati, il Canada, l’Unione europea, il deep state globalista…) i colpevoli di tutti i problemi interni.

Su questa base, siamo sicuri che tutti quelli che, dopo averlo votato, gli hanno voltato le spalle si siano ridestati alla razionalità e rivotati alla responsabilità politica e non abbiano semplicemente abbandonato, disillusi, il vecchio Trump senza perdere l’illusione di un miracolo, di un abracadabra, di una scorciatoia per conservare potere globale e rendite domestiche, senza pagarne i costi?

Il Trump che è stato eletto due anni fa dagli stessi – nel senso proprio delle stesse persone – che oggi l’hanno seppellito sotto la blue wave non era un Trump né diverso né migliore. Era già il golpista, il truffatore, l’affarista senza principi e senza onore, il propagandista del disprezzo sociale e dell’odio razziale, il fabbricante di nemici e di distopie, il trafficante di patacche economiche e geopolitiche, il picciotto di Mosca al guinzaglio dei kompromat del Cremlino. Eppure l’avevano plebiscitato.

Basta che ora gli voltino le spalle per concludere che l’America è guarita da una malattia che peraltro potrebbe portarla a sposare o a tollerare estremismi uguali e contrari, come quelli islamisti e antisemiti che prosperano nel campo democratico, per ragioni ideologiche e non sociodemografiche, visto che gli islamici sono meno del 2% dei cittadini americani?

La politica delle passioni tristi, della frustrazione, del risentimento e degli alibi cospiratori ha contagiato tutte le grandi democrazie occidentali, ma nell’America di Trump ha trovato finora la sua espressione più mostruosamente monumentale.

Darne interpretazioni puramente economiciste, che spiegano sempre troppo o troppo poco di qualunque fenomeno sociale, non è un tentativo di spiegazione, ma di rimozione della profondità antropologica della crisi delle democrazie, per comprendere la quale sono più utili delle pagine di John Maynard Keynes e Milton Friedman quelle, assolutamente transclassiste, di José Ortega y Gasset sulla ribellione delle masse.

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  1. Daniela Martino

    Da lettrice che osserva dall’estero, trovo stimolante la domanda centrale del Suo articolo, se chi ha voltato le spalle a Trump abbia abbandonato anche il risentimento o soltanto il leader. Condivido l’ idea che la politica delle “passioni tristi”, come scrive Lei, abbia contagiato tutte le grandi democrazie occidentali, Italia compresa. Proprio per questo mi permetto un’osservazione, che è solo un’impressione, e cioè che a volte mi sembra che nel dibattito italiano la politica americana venga letta con toni piuttosto drammatici e apocalittici, in parte forse per una tradizione retorica attenta alle categorie di decadenza e di crisi, in parte perché si tende a proiettare sugli Stati Uniti timori che riguardano anche l’Italia. Naturalmente non tutti si muovono su questo registro; non escludo, tuttavia, che i rischi evocati dal Suo articolo siano reali. Mi chiedo soltanto se qualche dato in più, e uno sguardo sul lungo periodo, potrebbero aiutare a distinguere ciò che è davvero inedito da ciò che ha dei precedenti.

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