Italia: politica, istituzioni e società
Cosa racconta lo sciopero generale dell’Usb alla Cgil di Landini
L’Usb amplia la propria capacità di mobilitazione e contende alla Cgil una parte del dissenso sociale. Le distanze storiche restano, ma l’avvicinamento delle parole d’ordine rende più insidiosa la concorrenza nelle piazze.

Per molto tempo l’Unione sindacale di base (Usb) è stata considerata una realtà minoritaria del sindacalismo italiano, sostanzialmente confinata nello spazio del rivendicazionismo corporativo. Lo sciopero generale del 30 ottobre e quello di un anno fa a sostegno del popolo palestinese raccontano qualcosa di diverso: l’Usb è ormai un soggetto in grado di costruire proteste di massa e di contendere alla Cgil la rappresentanza di settori significativi del dissenso sociale.
Naturalmente, la confederazione di Maurizio Landini resta enormemente più grande per numero di iscritti, presenza capillare nei luoghi di lavoro e nei territori, potere contrattuale nel sistema delle relazioni industriali. Ma, con la sua capacità di mobilitazione, l’Usb ha dimostrato di poter giocare una partita di dimensioni ben diverse da quelle che le venivano tradizionalmente attribuite.
Per capire questa trasformazione bisogna tornare al 2010, quando le diverse sigle del sindacalismo di base decidono di confluire in un’organizzazione nazionale con l’obiettivo di opporsi al modello della concertazione, considerato responsabile di un progressivo arretramento dei diritti dei lavoratori. Da allora l’Usb ha plasmato la propria identità attorno a una concezione classista e conflittuale del sindacato. Non per caso ha subito aderito alla Federazione sindacale mondiale (Fsm), vecchio rottame dell’internazionalismo comunista.
Da allora ha inoltre allargato il proprio campo d’azione, stabilendo alleanze con collettivi studenteschi, centri sociali, movimenti pro-Pal, gruppi antagonisti che stazionano nell’area del sovversivismo nichilista. Anche i rapporti con la sinistra radicale vanno letti in questa prospettiva. Con Rifondazione comunista, con Potere al popolo e con i Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) esistono evidenti affinità culturali e programmatiche: in primis, critica del capitalismo “disumano”, dell’imperialismo guerrafondaio americano e del colonialismo genocidario di Israele.
Con la confederazione di Maurizio Landini le distanze storiche rimangono profonde, ma negli ultimi anni le parole d’ordine hanno cominciato a somigliarsi sempre di più: tassazione dei grandi patrimoni, no al riarmo e all’Europa dei “padroni”, più welfare pagato col debito pubblico e compagnia cantante. Persino il linguaggio della contrapposizione tra ricchi e poveri sembra avvicinare due mondi che hanno marciato sempre su binari separati.
Paradossalmente, proprio in virtù di questo processo di avvicinamento, il monopolio della piazza si è spezzato. E l’Usb, nata come alternativa radicale al sindacalismo confederale, è ormai diventata un concorrente temibile con cui la Cgil deve fare i conti. Del resto, come recita il monito biblico, “Quia ventum seminabunt, et turbinem metent” (“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, Libro di Osea, versetto 8,7).
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