Stati Uniti e spazio atlantico

Ma ora la partita dei democratici per la Casa Bianca si gioca al centro

Dazi, rincari energetici e inflazione hanno pesato sulla sconfitta di Trump. I democratici hanno raccolto anche il voto di chi li giudica con riserva. Scambiare quel consenso per un mandato alla propria ala più radicale sarebbe un errore.

Ritratti incisi di Donald Trump su fondo rosso e Abdul El-Sayed su fondo blu, con un grande scontrino della spesa tra i due.
Filippo PipernoFilippo Piperno06/11/2026Aggiornato 05/11/20263 min lettura594 parole

La sconfitta di Trump ai midterm è un’ottima notizia. Gli elettori hanno ridimensionato un presidente che ha usato il mandato ricevuto alle urne per concentrare il potere nelle proprie mani, subordinando il Congresso alle decisioni dell’esecutivo, pretendendo dai giudici la stessa lealtà che esige dai suoi collaboratori e usando il peso della presidenza per intimidire e censurare i media che lo criticano. A pesare sul voto, però, è stato soprattutto il bilancio disastroso delle sue politiche economiche. I dazi hanno rincarato le importazioni, la guerra contro l’Iran ha fatto impennare il prezzo del petrolio e il costo della benzina, l’inflazione è salita al 3,7 per cento dal 3 per cento di inizio mandato. Secondo l’AP Voter Poll, circa due elettori su tre ritengono che le politiche di Trump abbiano alimentato l’inflazione. Gli americani votano anche, e spesso soprattutto, con il portafoglio.

Qualche giorno fa, su InOltre, abbiamo scritto che un partito può tenere insieme elettori con interessi molto diversi indicando loro un nemico comune, anche quando fatica a proporre un programma in cui possano riconoscersi ( La fabbrica del nemico e la crisi delle democrazie). Trump ha indicato a lungo nei concorrenti stranieri e nell’amministrazione precedente i responsabili delle difficoltà economiche degli americani. Una volta tornato alla Casa Bianca, ha dovuto rispondere delle proprie decisioni. Chi gli aveva creduto quando prometteva di abbassare i prezzi ha potuto giudicare il risultato ogni volta che ha fatto la spesa o il pieno. È anche così che un elettore cambia partito da un’elezione all’altra, senza per questo cambiare idea su tutto il resto.

È in questo senso che leggo il timore di Giuliano Ferrara per “la sopravvivenza del trumpismo senza Trump”. Ferrara accoglie con sollievo il risultato americano ed esprime riserve su alcuni esponenti democratici. Cita Abdul El-Sayed, eletto in Michigan, e il dissenso su Israele all’interno del partito. Si può aver votato per un candidato democratico perché si giudica fallimentare la politica economica di Trump e trovare inaccettabili le posizioni di El-Sayed. Finché a sostenerle è un singolo senatore, quel dissenso è compatibile con il sostegno al partito. Se diventano la linea dei democratici, lo stesso elettore può avere ancora tutte le ragioni di prima per opporsi a Trump e molte meno per votare democratico.

Per anni si è detto che le elezioni americane si vincessero al centro. Voleva dire che per arrivare alla Casa Bianca bisognava conquistare anche chi, quattro anni prima, aveva scelto l’altro partito. Trump ha mostrato quanto si possa ottenere mobilitando i propri sostenitori con l’idea che una vittoria degli avversari sarebbe una sciagura. Il rischio è che i democratici adottino la stessa strategia e concludano che per contrastarlo convenga puntare soprattutto sulla mobilitazione della propria base, dando più peso alla sinistra di Alexandria Ocasio-Cortez. Eppure, secondo l’Associated Press, circa un elettore su cinque tra quelli che hanno votato per candidati democratici ha un’opinione negativa del partito. La vittoria dipende anche da persone di cui i democratici hanno ottenuto il voto, ma devono ancora conquistare la fiducia.

Chi ha votato democratico perché i dazi e l’inflazione gli hanno ridotto il potere d’acquisto aspetta di sapere che cosa faranno i vincitori per migliorare la sua situazione. Può avere idee diverse dalle loro su Israele, sulle tasse o sull’immigrazione e decidere comunque di sostenerli. Ma se i democratici leggeranno il voto come un mandato alla propria ala più radicale, sarà più difficile per quelle persone riconoscersi nel partito.

Se così dovesse avvenire, Trump avrebbe perso le elezioni ma continuerebbe a dettare la linea anche a chi lo ha battuto.

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