Libri & Letteratura
Il tempo di Natan e la complessa identità ebraica contemporanea
Nel romanzo di Massimo Auci, l’amore tra due medici intreccia memoria familiare, Shoah, guerre e identità ebraica. Curare gli altri diventa una risposta alla violenza, mentre il passato mette alla prova il diritto a vivere senza paura.

Si può sopravvivere alla violenza senza restarne prigionieri? E come si trasmette una memoria che rischia di diventare insieme un’eredità e un peso? Sono le domande che attraversano Il tempo di Natan, il romanzo di Massimo Auci pubblicato da Albatros, nel quale una storia d’amore incrocia alcune delle ferite più profonde della storia contemporanea: la Shoah, il Libano, la Bosnia, il terrorismo e il conflitto israelo-palestinese.
Natan cresce a Trieste ascoltando i racconti di nonna Paola, sopravvissuta alla persecuzione grazie al marito e all’aiuto di un pescatore del delta del Po. Il nonno Ariel, ingegnere olandese, morirà a Bergen-Belsen. Per il bambino, quei racconti danno volti e sentimenti a persone che non potrà conoscere. La memoria nasce dentro una relazione affettiva: prima dei monumenti e delle commemorazioni ci sono una nonna, una finestra sul mare, un tramonto atteso insieme, le domande di un nipote. È una delle immagini più riuscite del libro, e ritorna fino all’ultima scena.
Da quella salvezza ricevuta in eredità prende forma la vocazione medica di Natan: il debito verso chi ha protetto la famiglia diventa dedizione al prossimo. Al suo fianco c’è Miryam, medica israeliana conosciuta a Beirut nel 1982, in una sala operatoria del Gaza Hospital, quando entrambi erano medici militari di eserciti diversi. Insieme attraversano l’assedio di Srebrenica e poi dedicano il tempo libero ai bambini palestinesi dei territori.
Il romanzo si muove su due piani. Nel 2003 Natan è in coma all’Hadassah di Gerusalemme dopo l’agguato di Ramallah in cui lui e Miryam sono stati colpiti. Nel 1995 i capitoli seguono, ora dopo ora, i giorni più duri della Bosnia. Quando si risveglia, Natan ha perso il ricordo degli otto anni successivi a quella guerra e, come da bambino, deve affidarsi ai racconti di un’altra persona. Miryam riprende così, in una stagione diversa, il compito della nonna: custodire ciò che Natan rischia di perdere. Il titolo acquista un significato preciso. Il tempo di Natan è quello della storia familiare, ma anche quello inceppato della coscienza ferita, come l’orologio con la pila esaurita che porta con sé nello zaino anche quando non serve più.
Il rapporto tra i protagonisti ha una dimensione politica. Natan si definisce antisionista; Miryam è sionista, ma moderata, ostile ai coloni estremisti che finiranno per colpire anche lei. I due discutono a lungo, soprattutto nel 2005, e Miryam difende con argomenti storici la necessità di confini sicuri. La comune scelta di curare i palestinesi convive con letture opposte della storia, e il libro offre pagine significative sulla complessità dell’identità ebraica. Col passare degli anni le posizioni si avvicinano e la voce narrante, soprattutto su Gaza, assume un orientamento più netto.
La medicina è il terreno comune. Auci descrive con precisione l’amputazione sotto i bombardamenti e l’errore di Natan in Libano, quando una scheggia sfuggita alla lastra costa la vita a un ragazzo. Quel peso aiuta a comprendere perché, in Bosnia, la violenza compiuta per salvare Miryam e Lejla lo distrugga più di quanto lo liberi. Resta feconda la tensione tra il bisogno di Natan di trasformare la Shoah in un obbligo morale, che lo spinge a cercare il rischio quasi per espiare, e il suo diritto a vivere senza scontare colpe che non ha. La generosità è una scelta personale; farne una condizione del riconoscimento degli ebrei sarebbe un’altra forma di ingiustizia. Il libro lascia intuire questa contraddizione senza scioglierla.
A questo percorso Auci affianca l’indagine su chi ha ordinato l’agguato, tra traffico d’armi, vendette balcaniche e coloni di estrema destra. Il finale, ambientato nel 2035, apre all’utopia di una pace e di una confederazione israelo-palestinese. Auci affida a questo futuro immaginato la speranza che ha accompagnato i protagonisti anche nei momenti più bui: che la memoria della violenza possa trovare uno sbocco diverso dal suo ripetersi. La storia di Natan e Miryam si allarga così al desiderio di una convivenza nella quale entrambi i popoli possano riconoscersi.
Resta il desiderio che dà al romanzo il suo orizzonte umano: passeggiare per Gerusalemme senza paura. Dopo tanta storia e tanto dolore, è questa normalità a dare al libro il suo punto più intimo.
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