Israele
Il voto che preoccupa Israele: l’America non è più un’alleata senza condizioni
La conquista del Congresso da parte dei democratici apre una fase delicata per Israele. La guerra con l’Iran divide l’amministrazione Trump e nel Partito democratico crescono le critiche a Gerusalemme. Il nuovo quadro può pesare sulla formazione del governo israeliano.

I democratici hanno conquistato il controllo di Camera e Senato, infliggendo a Donald Trump una sconfitta che riflette il malcontento per l’inflazione, il costo della vita e la gestione della guerra contro l’Iran. Per Israele il risultato assume un significato particolare: mette sotto pressione il sostegno americano proprio mentre il rapporto con Teheran resta uno dei principali dossier della politica estera statunitense.
A indicare la portata del problema è il vicepresidente JD Vance. Il giorno dopo il voto individua quattro ragioni alla base della perdita di consensi repubblicana: la richiesta di porre fine alla guerra, la necessità di concentrarsi sulle difficoltà economiche interne, il ritorno a una politica estera coerente con la dottrina America First e la revisione del rapporto con Israele.
“La ragione per cui abbiamo perso è la guerra”, sostiene Vance, riconoscendo nel conflitto un fattore determinante della sconfitta. Trump è costretto dai fatti a condividere, almeno in parte, l’analisi del suo delfino: ammette che l’aumento dei prezzi della benzina ha penalizzato il Grand Old Party, ma difende l’intervento militare e ribadisce che l’Iran non deve acquisire l’arma nucleare.
Le dichiarazioni rendono visibile una divergenza che attraversa la stessa amministrazione. Vance, già contrario all’apertura di un nuovo fronte prima dell’intervento del 28 febbraio, interpreta il voto come un segnale contro il coinvolgimento militare americano. Trump continua invece a cercare di vendere la pressione su Teheran come uno strumento necessario.
Per il governo israeliano la distinzione è tutt’altro che secondaria: la strategia verso l’Iran non può più essere considerata una priorità condivisa senza riserve a Washington.
Il nuovo Congresso offre ai democratici strumenti per incidere sulle scelte della Casa Bianca e sulle decisioni legislative e finanziarie relative agli aiuti militari a Israele. Ma la trasformazione più importante riguarda gli equilibri interni al partito.
Entrano a Washington nuovi parlamentari vicini ai Democratic Socialists of America, movimento che sostiene la causa palestinese e contesta apertamente le politiche israeliane. Tra i nuovi eletti figurano Darializa Avila Chevalier, Melat Kiros, Claire Valdez, Adam Hamawy e Chris Rabb. Le loro posizioni comprendono la sospensione degli aiuti militari, l’embargo sulle forniture di armi e, in alcuni casi, il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Il movimento rivendica oltre 40 milioni di voti raccolti dai candidati sostenuti e nuovi successi anche nelle competizioni municipali.
Non si tratta, tuttavia, di una svolta che consegna il Partito democratico alla componente più radicale. La leadership parlamentare resta nelle mani di Hakeem Jeffries e Chuck Schumer, mentre numerosi esponenti favorevoli al mantenimento dell’alleanza con Israele conservano posizioni di rilievo.
La sinistra può però condizionare il dibattito, promuovere iniziative legislative e rendere politicamente più oneroso il sostegno a Gerusalemme. Anche proposte destinate a non essere approvate possono costringere i parlamentari moderati a esporsi, ampliando la distanza tra una parte della base progressista e il tradizionale fronte filoisraeliano.
È questo il cambiamento che più preoccupa Israele: il progressivo indebolimento del carattere bipartisan dell’alleanza. Per decenni il sostegno americano ha rappresentato un pilastro della sicurezza israeliana, resistendo all’alternanza tra amministrazioni democratiche e repubblicane. Oggi il rapporto rischia di essere identificato sempre più con una sola area politica.
Vance, possibile protagonista della successione a Trump nel 2028, ha più volte avvertito che gli interessi americani non possono essere subordinati a quelli israeliani. Il presidente Isaac Herzog, dal canto suo, ha richiamato la necessità di preservare il consenso trasversale negli Stati Uniti, riconoscendo che le riserve espresse dal vicepresidente riflettono sensibilità ormai presenti nell’elettorato americano.
La questione arriva in un momento particolarmente delicato per Netanyahu. Le elezioni israeliane del 27 ottobre non consegnano a nessuno una maggioranza: il blocco del premier ottiene 53 seggi, l’area guidata da Gadi Eisenkot 48 e i partiti arabi 19. Per governare ne servono 61. Il rischio di una nuova fase di paralisi istituzionale si somma quindi alle difficoltà internazionali e agli interrogativi sulla strategia da adottare nei confronti dell’Iran.
Trump ha interesse a evitare che l’instabilità israeliana comprometta i suoi obiettivi regionali. Oltre al confronto con Teheran, resta aperta la prospettiva di normalizzare i rapporti tra Israele e Arabia Saudita, tassello decisivo per ampliare gli Accordi di Abramo. Un governo privo di una maggioranza solida renderebbe più difficile affrontare questi dossier.
Da qui l’ipotesi di un intervento diretto del presidente americano per favorire un’intesa tra Netanyahu ed Eisenkot, eventualmente attraverso un governo di unità nazionale e una condivisione della guida dell’esecutivo. Si tratta, al momento, di uno scenario possibile, non di un’iniziativa annunciata: le distanze tra i due leader restano profonde.
Il voto americano non mette in discussione automaticamente l’alleanza tra Washington e Gerusalemme, ma ne cambia gli equilibri. Netanyahu conserva in Trump un interlocutore molto volatile ma più o meno determinato a contrastare le ambizioni nucleari iraniane; deve però misurarsi con un Congresso più critico e con un vicepresidente (concentrato sulla sua prossima candidatura alla presidenza) che interpreta il malcontento verso la guerra.
La formazione del prossimo governo israeliano dovrà tenere conto anche di questa realtà: non basterà trovare una maggioranza alla Knesset; servirà ricostruire un rapporto con un’America nella quale il sostegno a Israele non può più essere dato per acquisito.
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