Società, cultura, storia e idee

Pasolini cinquantun anni dopo, la voce, il sacro, il mito

Tra celebrazione e demolizione, la voce di Pasolini rischia ancora di scomparire. Il saggio di Alfio Squillaci riapre il confronto sul mito, sul sacro e su uno sguardo che distingue la crescita dei consumi dal progresso delle persone.

Ritratto incisorio di Pier Paolo Pasolini accanto a uno strappo nella carta che rivela una borgata notturna e poche lucciole.
Massimiliano Pappalardo03/11/2026Aggiornato 02/11/20266 min lettura1.246 parole

Sono trascorsi cinquantun anni da quando Pasolini è stato ammazzato all’Idroscalo di Ostia, e il tempo, invece di restituirgli la voce, ha moltiplicato i modi di toglierla.

Lo hanno ammazzato nel corpo, devastandolo e sfigurandolo come un Cristo medievale, ma non c’è assassinio peggiore di quello continuo e ripetuto, perpetrato ogni volta che il discorso si sposta sul mistero della sua morte, sui mandanti, sugli intrighi, anziché sul suo pensiero forte e sulla sua visione sacra della realtà, cosicché più si discute di chi sia stato e di come lo abbiano ucciso, più il suo grido originale viene obliterato, e i suoi nemici vincono per sfinimento, decretando di fatto una damnatio memoriae che non ha nemmeno bisogno di censure.

Alle dietrologie si sono aggiunte nel frattempo due altre maniere di non ascoltarlo, l’icona e il verdetto, e il saggio di Alfio Squillaci, Pasolini addio, indagine su un mito, uscito per GOG, offre l’occasione di guardarle da vicino.

Stando alla presentazione editoriale e alle recensioni, Squillaci muove dalla convinzione che il vero problema sia il culto, la beatificazione di un intellettuale trasformato in profeta, e che occorra sciogliere la patina dorata dell’idolo per riconoscere un reazionario di sinistra, ostile all’aborto, al divorzio e all’istruzione di massa, incapace di distinguere nei consumi il necessario dal superfluo e rifugiato in un anatema contro la modernità.

È una critica che va presa sul serio, perché la santificazione è davvero un modo di non leggere, ma resta da chiedersi se per liberare l’uomo dall’altare sia necessario processarlo con gli strumenti della sola politica.

Qui sta il nodo, poiché Pasolini non fu anzitutto un ideologo e il suo coraggio nella ricerca del vero, che attraversa romanzi, saggi e poesie, è più evidente nell’opera filmica.

Il regista ama la realtà e la restituisce nella sua verità possibile, sacra, tridimensionale, e la scabrosa carnalità di Teorema, di La ricotta, di Salò scandalizza non per le tematiche o per le immagini di rara e violenta intensità, ma per l’orrore e l’amore verso il sacro che si nasconde tra le pieghe del reale e di cui tutta l’umanità è resa partecipe.

Giudicare una simile visione con la griglia delle posizioni politiche significa sbagliare categoria, come chi pretendesse di valutare una preghiera con i criteri di un programma elettorale, sicché il verdetto, per quanto motivato, uccide il poeta una seconda volta perché lo riduce a ciò che in lui era più contingente.

Questo non assolve Pasolini da ciò che Squillaci gli rimprovera, e anzi occorre riconoscergli ragione dove ne ha. Il mondo contadino e sottoproletario non era un’Arcadia: in quella povertà si moriva presto, si sapeva poco, si contava niente, e la nostalgia di un’origine incorrotta è un lusso di chi non ne ha pagato il conto.

Anche sul piano del metodo la critica tocca un punto vero, perché esiste una negazione astratta, che rifiuta il tutto in blocco e somiglia a un gesto sentimentale, e una negazione determinata, che distingue, che conserva ciò che supera, che dice quali beni liberano e quali asserviscono, e nell’ultima stagione Pasolini scivola talvolta verso la prima.

Ma ricondurre le sue idee alle passioni e alle ossessioni dell’uomo, come la presentazione del libro lascia intendere, è un procedimento che illumina il tono e lascia intatta la tesi, perché la verità di un pensiero non dipende dalla sua origine, e Hegel direbbe che l’astuzia della ragione si serve volentieri delle passioni dei singoli per dire qualcosa che li supera.

Ciò che egli dice, in fondo, è nelle lucciole.

Quando nell’articolo del primo febbraio 1975 collega la loro scomparsa, nei primi anni Sessanta, alla frattura tra un’Italia arcaica e plurale e un’Italia plasmata dal nuovo potere del consumo, non sta facendo sociologia ma custodendo uno sguardo, poiché le lucciole sono piccoli pertugi di luce nel buio, e il potere nuovo non ha bisogno di reprimere perché acceca, sostituendo alla tenebra abitabile un bagliore uniforme in cui nulla più si lascia vedere.

È la tela opaca che il regista con lo sguardo del poeta prova a squarciare, scostando a mani nude i rovi taglienti e abrasivi che nascondono la verità delle cose e uscendone sanguinante, con l’anima sporca e dolente, per donare agli altri un pertugio di vero.

E la distinzione tra sviluppo e progresso, che gli rinfacciano come nostalgia, è la stessa intuizione in forma di pensiero, perché la crescita dei beni non coincide con la crescita delle persone, e chi lo nota non nega il benessere ma chiede se sia stato accompagnato dalla capacità di vedere.

Per questo il nome giusto di ciò che egli temeva, nel lessico che oggi ci appartiene, è nichilismo gioioso, quel niente velenoso che, travestito da libertà e da festa, rende ogni cosa equivalente e ogni dolore intrattenimento, e che fa della nostra epoca un tempo indegno proprio mentre la proclama il migliore.

Squillaci ha ragione a ricordare che il progresso materiale è reale e che nessuna filosofia può disprezzarlo, ma un progresso privo di soglia, privo di mistero, privo di ciò che eccede il misurabile, non è che il volto sorridente dello stesso niente, e Pasolini lo vide prima di tutti, anche se lo disse con un’enfasi che ne ha facilitato la caricatura.

La verità che egli testimonia non è quella delle cronache, ma quella che si cela beffarda al nostro anelito verso di essa, quella che il poeta, come lui solo Leopardi, ha corteggiato fino a rimanerne ucciso, fino a guardarla negli occhi provando tutto l’orrore per la sua grandezza incommensurabile e insieme la sua misteriosa corrispondenza al cuore degli uomini.

Ha provato a testimoniarla là dove la parola non bastava più, con le immagini, con lo sguardo, e la sua maestria, che oggi manca tanto, consiste in una forma di compassione per gli uomini non più abituati a guardare e a vedere, una compassione pedagogica, come un padre che prende per mano il bambino in una stanza buia e comincia a fargli prendere familiarità con gli oggetti e con gli spazi, riuscendo finalmente a far luce nonostante le tenebre.

Ecco la differenza decisiva rispetto al culto e al verdetto, che pure sembrano opposti.

Entrambi dispensano dal guardare, l’uno perché adora e l’altro perché giudica, e il paradosso è che il consumo digerisce tutto, anche chi lo maledice, trasformando il corsaro in icona e lo scandalo in souvenir, mentre l’iconoclastia, quando smette di essere ritorno al testo e diventa contenuto polemico da consumare a sua volta, rischia di essere l’ultimo passaggio della stessa digestione.

Pasolini ha voluto accompagnare l’uomo del suo tempo sulla soglia del mistero, ha provato a varcarla con lui e si è imbattuto in un’umanità troppo fragile per fidarsi di un poeta, per desiderare di squarciare un velo che talora, per quanto polveroso, copre e giustifica l’inettitudine alla verità e l’incredulità sistematica al miracolo possibile.

Lui invece era pronto, pronto a farsi permeare dall’amore, e qui il discorso torna dove era cominciato.

Non basta commemorare, né abbattere, né risolvere il giallo, perché non l’avere amato ma l’amare oggi rimane l’unico antidoto al niente velenoso che fa del nichilismo gioioso la cifra di questo tempo, e amare Pasolini significa leggerlo, cioè accettare di essere condotti per mano nella stanza buia, discutendo con lui senza adorarlo e senza liquidarlo.

Si può dire addio a ciò che si è concluso, ma finché resta una soglia da varcare e un uomo disposto ad accompagnarci, non è ancora tempo di dirlo.

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