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Kafka e il paradosso della verità
La meta esiste, la via manca. Dagli aforismi di Zürau al Processo, Kafka mette in scena una verità che nessuna procedura garantisce. Davanti alla soglia, l’esitazione diventa un modo di restare fedeli a ciò che non si può pretendere.

Esiste la verità, e tuttavia non esiste la via per raggiungerla. Basta mettere in fila queste due proposizioni perché si capisca quanto sia scomoda la posizione di Franz Kafka, scomoda per lui e ancor più per noi, poiché la nostra epoca ha imparato a difendersi dall’angoscia in due modi soltanto: negando che la verità esista, come fa il relativismo, oppure vendendo la strada a prezzo di listino, come fanno le ideologie e i loro eredi più recenti, i manuali, i metodi, le procedure in sette passi che promettono di condurre chiunque, purché paghi o obbedisca, alla porta giusta.
Kafka rifiuta entrambe le scorciatoie, perché sa che la prima è una resa e la seconda una truffa, sicché rimane dove nessuno vuole stare, davanti alla meta, con la certezza che esiste e con l’impossibilità di arrivarci.
Una meta e nessuna via
Negli aforismi scritti a Zürau tra il 1917 e il 1918, Kafka concentrò la sua intera metafisica in una frase secondo cui esiste una meta, ma non esiste una via, e ciò che noi chiamiamo via altro non è che un esitare. Poco oltre, nello stesso quaderno, descrive il vero cammino come una corda che non è tesa in alto, ma appena sopra il suolo, e che sembra fatta più per far inciampare che per essere percorsa.
L’immagine è di una crudeltà sottile perché toglie all’abisso la sua nobiltà. Il funambolo romantico rischia la vita e dunque, almeno, la afferma, mentre l’uomo di Kafka rischia soltanto di inciampare, e anche questo inciampo, ripetuto ogni giorno, ha il sapore di una condanna senza tragedia. Sicché la verità non si nega con un gesto eroico e non si raggiunge con un salto: si manca ogni mattina con la puntualità di un impiegato.
Davanti alla legge
La parabola più perfetta di questa condizione è il racconto del guardiano e dell’uomo di campagna, che Kafka inserì nel Processo e pubblicò anche a parte con il titolo Davanti alla legge. L’uomo viene dalla campagna e chiede di entrare nella Legge. La porta è aperta, come sempre, e davanti c’è un guardiano che non dice di no: dice soltanto “non adesso” e aggiunge, con una malizia che nessun dogmatico ha mai eguagliato, che oltre quella porta ve ne sono altre e davanti a ciascuna un guardiano più potente del precedente.
L’uomo aspetta per anni, tenta con le suppliche e con i doni, impara a conoscere perfino le pulci nel colletto di pelliccia del guardiano, e quando sta per morire domanda perché in tanti anni nessun altro abbia chiesto di entrare. Gli viene risposto che quell’ingresso era destinato a lui solo e che ora, poiché è giunto alla fine, il guardiano andrà a chiuderlo.
È qui che l’ipotesi di partenza trova la sua forma più rigorosa, perché la verità non è nascosta, anzi è aperta e perfino personale, scritta su misura per quell’unico uomo, e tuttavia l’accesso resta sospeso in una mediazione che non vieta e non consente. Il guardiano non è il nemico della verità: è la sua amministrazione, cioè quella lunga catena di intermediari, regole e attese che trasforma una soglia in una vita.
Nel dialogo con il sacerdote che nel romanzo segue il racconto si scopre poi che le interpretazioni della parabola sono infinite e che nessuna la esaurisce, cosicché perfino il commento, che dovrebbe essere la via, diventa un altro modo di esitare. Kafka lascia intendere che le opinioni dei commentatori sono spesso l’espressione della loro disperazione di fronte a un testo immutabile, e non si può non pensare a quanta filosofia accademica e a quanta teologia abbiano vissuto in questo modo, interpretando la porta per non doverla varcare.
La procedura al posto della verità
Se il racconto del guardiano è la parabola, Il processo e Il castello sono la fenomenologia di ciò che accade quando la mediazione prende il posto di ciò che mediava. Josef K. viene arrestato una mattina senza aver fatto nulla di male, ma l’assurdo non sta nella condanna: sta nel fatto che il tribunale esiste, funziona, ha i suoi uffici nei sottotetti, i suoi cancellieri, i suoi avvocati, e possiede ogni attributo di un ordine tranne la possibilità di sapere che cosa abbia stabilito.
Allo stesso modo, l’agrimensore K. non riesce mai a raggiungere il Castello che lo ha chiamato, e il villaggio vive in una devozione verso un potere che nessuno ha visto, regolata da un’amministrazione così minuziosa da sembrare l’unica realtà. Max Weber aveva descritto la gabbia d’acciaio della razionalità procedurale e Hannah Arendt avrebbe riconosciuto nella burocrazia il dominio di nessuno, un governo anonimo in cui la responsabilità si dissolve nella catena dei passaggi, ma soltanto Kafka ne ha colto la natura teologica, perché la procedura, quando perde il contatto con la verità che doveva servire, ne diventa il surrogato e pretende la stessa obbedienza.
Qui si innesta la critica alle ideologie, che sta a cuore a chi vive in un tempo ricco di strade e povero di mete. Un’ideologia è sempre una via garantita, un percorso che assicura l’arrivo purché si seguano le istruzioni, e per mantenere la promessa è costretta a ridurre la meta alla misura del percorso, cosicché la verità diventa ciò che il partito, il mercato, il metodo o l’algoritmo hanno stabilito che sia.
Kafka procede all’opposto, perché conserva la meta nella sua intatta e inaccessibile grandezza e smaschera la via come esitazione, sicché la sua letteratura funziona da antidoto contro ogni presunzione di possedere il cammino. Non è un caso che i suoi libri siano stati proibiti da regimi di opposta fede, tutti ugualmente convinti di conoscere la strada.
Hegel rovesciato, Kant superato
Per Hegel il cammino è la verità stessa che si dispiega, sicché la strada e la meta coincidono e il vero è il tutto compiuto nel suo farsi. Kafka rovescia questo ottimismo con la calma di chi non ha bisogno di polemizzare, perché per lui il cammino non è la verità che si manifesta, ma l’esitazione che la differisce, e la storia, invece di essere il tribunale in cui la ragione si realizza, è una sala d’attesa.
Con Kant la parentela è più sottile, perché anche in Kant esiste una cosa in sé che la conoscenza non raggiunge, ma in Kant il limite appartiene alla ragione e viene accolto con la serenità del geometra che conosce il confine del proprio campo, mentre in Kafka il limite è esistenziale, riguarda la vita e non soltanto l’intelletto, ed è vissuto come colpa, come ritardo, come una colpevolezza senza reato.
Kierkegaard indicava almeno il salto, e Kafka, che lo lesse con passione, non lo compie, sicché resta sull’orlo con una lucidità che è insieme la sua grandezza e la sua pena. Walter Benjamin vide giusto quando parlò di una malattia della tradizione, perché in Kafka la verità conserva la sua esistenza ma perde la sua trasmissibilità, e ciò che non si può trasmettere, per definizione, non ha strada.
Più vicina di tutti è Simone Weil, che, pur partendo da un’esperienza opposta, quella di una mistica cristiana, giunge alla stessa conclusione, perché anche per lei la verità non si conquista con lo sforzo e può soltanto essere attesa con attenzione, sicché lo sforzo serve a preparare la disponibilità e non a produrre l’arrivo. È la logica della grazia, quella stessa che chi studia il lavoro riconosce nel mestiere ben fatto, dove la fatica non fabbrica il senso ma lo rende ospitabile.
L’impiegato che scriveva
Si dimentica troppo spesso che Kafka fu per quattordici anni funzionario di un istituto di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro del Regno di Boemia, sicché conobbe la burocrazia non come metafora ma come mestiere, e la conobbe da una posizione singolare, perché il suo compito consisteva nel dare un nome giuridico alla ferita di un operaio, nel tradurre un dito perduto in una categoria di rischio, in una pratica, in una cifra.
Chi scriveva di notte quei libri non poteva non capire che cosa accade quando la procedura si prende il corpo e lascia fuori il senso. Eppure proprio il lavoro, quel lavoro grigio e puntuale, fu la forma della sua fedeltà, perché l’esitazione, che è la sola via concessa, può essere vissuta con disperazione oppure con diligenza, e Kafka scelse la diligenza, cosicché la sua scrittura, che egli sentiva come una forma di preghiera, nasce da una disciplina quotidiana prima che da un’ispirazione.
Si può dire allora che l’esitare di cui parla l’aforisma non sia un difetto da correggere, ma l’unica postura onesta di fronte a ciò che ci supera. Chi non esita ha già comprato la strada, ed è il fanatico, il funzionario del sistema, il venditore di percorsi, mentre chi esita mantiene aperta la distanza tra sé e il vero, sicché la verità resta verità e non si riduce a opinione o a procedura.
La porta, dice alla fine il guardiano, era fatta soltanto per lui, ed è questa una delle frasi più terribili e insieme più consolanti della letteratura del Novecento, perché terribile è sapere che l’ingresso esisteva e non è stato varcato, ma consolante è sapere che la verità non era un’astrazione per tutti e per nessuno: era una porta personale, intestata a un nome.
Kafka ci consegna così una filosofia che non promette nulla e proprio per questo non tradisce nessuno, la filosofia di chi sa che la meta esiste, che la via manca e che nonostante ciò, anzi proprio per ciò, vale la pena di restare davanti alla soglia con la dignità di chi attende ciò che non può pretendere.
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