Democrazie e sistemi politici
Trump e il populismo che non regge alla prova del governo e delle urne
La sconfitta elettorale di Trump mostra che il voto resta un argine alle ambizioni autocratiche. I danni alle istituzioni e alle alleanze dureranno, mentre la prima resa dei conti potrebbe aprirsi proprio tra i repubblicani.

Anche i supposti silly texani, con i loro cappelli da cowboy, gli stivali istoriati e il bolo tie al collo, hanno voltato le spalle a Trump, sfatando così i nostri altrettanto sciocchi pregiudizi sull’America.
Ma cosa ci insegna questa débâcle, andata ben oltre le più fosche previsioni per il presidente americano e per i suoi sostenitori e sodali internazionali, a partire da Putin e Netanyahu?
Innanzitutto, che il populismo velleitario e dilettantesco, quando viene messo alla prova del governo e, soprattutto, del voto, non regge. La forza delle cose prevale sui desideri dei singoli e sulle promesse dei politici avventurosi.
Per sopravvivere deve sottrarsi al giudizio degli elettori. Solo le dittature riescono a perpetuarsi, almeno per un certo tempo. Mussolini e Hitler ne sono stati esempi tragicamente eloquenti. Come ammoniva Karl Popper, chi pretende di realizzare il paradiso in terra finisce invariabilmente per produrre l’inferno.
In secondo luogo, Trump ha ottenuto il suo secondo mandato non perché l’America e i suoi cittadini avessero irrimediabilmente perso la testa, frustrando la nostra ammirazione per quel Paese, ma perché i democratici gli avevano opposto prima un presidente uscente malato e rincitrullito, peraltro già inconsistente di suo, e poi una candidata radicale, antipatica e presuntuosa. Una scelta suicida che ha spianato la strada al ritorno del palazzinaro newyorkese.
Molti commentatori hanno enfatizzato il ruolo di ideologi alla Bannon e di complottisti del mondo high-tech, descrivendoli come i grandi burattinai che tenevano i fili del fenomeno Trump. Ma forse si è attribuita troppa intelligenza e troppa strategia a un fenomeno assai più rozzo e personale.
L’autocrate che ispirò e favorì l’assalto al Campidoglio non aveva bisogno di suggeritori: era proprio lui, il palazzinaro della Fifth Avenue, con il suo smisurato ego, la sua ignoranza e la sua assoluta insofferenza per qualsiasi regola che non fosse dettata da lui stesso.
Si parla, si parla, si elaborano sofisticate teorie politologiche, ma quando la democrazia è profondamente radicata nella coscienza popolare, gli elettori ragionano con la propria testa e, molto spesso, con la propria tasca.
Nell’immediato dopoguerra i britannici mandarono a casa Churchill, l’uomo che aveva salvato il Paese, ed elessero Clement Attlee. Erano stanchi delle tessere annonarie, volevano tornare a vivere. Non si lasciarono incantare dalla gratitudine verso il loro grande condottiero. Figuriamoci se gli americani dovevano continuare a lasciarsi incantare da Trump!
Naturalmente i danni provocati da questo presidente in campo politico, economico e nei rapporti internazionali peseranno ancora a lungo, anche dopo la conclusione del suo mandato. Le ferite inferte alle istituzioni, alle alleanze e alla credibilità degli Stati Uniti non si rimarginano con una tornata elettorale.
E per l’Europa? Non illudiamoci che cambi molto. La sinistra gongola, ma farebbe bene a non confondere una sconfitta di Trump con la fine del populismo mondiale.
Marine Le Pen, o comunque il suo schieramento, potrebbe benissimo conquistare il potere in Francia e governare, probabilmente, meno follemente del suo omologo di Washington. Non perché le sue idee siano necessariamente più rassicuranti, ma perché è una politica consumata, che conosce i meccanismi del potere e sa distinguere la propaganda dall’esercizio del governo. Certamente non sarebbe un toccasana per l’Unione europea.
C’è infine un’ultima considerazione, forse la più intrigante. È immaginabile che i peggiori nemici interni di Trump diventino proprio i repubblicani. Quelli che fino a ieri lo adulavano, lo temevano, lo giustificavano e facevano a gara per compiacerlo cominceranno a prendere le distanze. E, vista la malaparata, finiranno per fuggire in tutte le direzioni, come i topi da una nave che affonda.
Del resto, in politica, il coraggio di salire sul carro del vincitore è assai più diffuso della fedeltà allo sconfitto. Una virtù tipicamente italica, immortalata da Bruno Barilli e resa celebre da Ennio Flaiano: “Gli italiani corrono in soccorso del vincitore”.
La lezione che viene dall’America è dunque semplice e, per una volta, confortante: la democrazia può essere ingannata, sedotta, manipolata, persino umiliata. Ma quando conserva la libertà di votare e la capacità di cambiare idea, dispone ancora di un formidabile antidoto contro gli aspiranti autocrati.
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