Società, cultura, storia e idee

Da Berlinguer ai Cinque Stelle, la questione morale è salita in cattedra

Da Berlinguer ai Cinque Stelle, fino al ragazzo che ha messo uno specchio davanti alla polizia, il moralismo cambia voce e conserva il pulpito. Rispettare le idee dei figli vuol dire discuterle con argomenti e senza prediche.

Un ragazzo di spalle regge uno specchio davanti a una fila di agenti. Nel vetro si vedono una cattedra vuota e un microfono. A sinistra, tra ritagli di giornale, affiorano il ritratto di Enrico Berlinguer e una piazza affollata.
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco07/11/2026Aggiornato 06/11/20264 min lettura833 parole

Qualche sera fa, su X – a margine dell’articolo “La vanità e il narcisismo di quello specchio…” – una lettrice mi ha scritto: “Spero che siate in grado di rispettare almeno le idee dei vostri figli. Ma ho dei dubbi”. Le ho risposto che era lei a farmi la morale. Ci ho ripensato il giorno dopo, e mi è tornata in mente la prefazione di Ipermoralità, dove Alexander Grau avverte che “anche l’indignazione per l’indignazione è indignazione”. Lei faceva la predica a me, io la facevo a lei. Avevamo ragione tutti e due, ed è proprio questo il guaio.

Da tempo scrivo dei ragazzi, e ogni volta arrivo allo stesso punto. Il problema non è una generazione. È un Paese in cui tutti fanno la morale a tutti, e in cui la morale ha preso il posto della politica, della sociologia, della psicologia sociale. Non è successo per caso, e non è successo ieri.

Il 28 luglio 1981 Enrico Berlinguer disse a Eugenio Scalfari, su Repubblica, che “i partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni”. Sui fatti aveva ragione, e dieci anni dopo Mani pulite lo avrebbe dimostrato. Ma in quella stessa intervista Scalfari gli chiese in che cosa consistesse la “diversità” dei comunisti, e Berlinguer la rivendicò. Da allora quella diversità è stata letta, e vissuta, come una differenza quasi antropologica: non un programma migliore, ma persone migliori. La questione morale è nata così, con una diagnosi giusta e una conseguenza pericolosa. La politica smetteva di dividersi tra idee e cominciava a dividersi tra onesti e disonesti.

Mani pulite spazzò via i partiti che Berlinguer accusava. Nel vuoto che lasciò entrò anche la morale. Nel 1998 nacque un partito che si chiamava Italia dei Valori. Nel 2007 Beppe Grillo riempì piazza Maggiore, a Bologna, con il Vaffa-day. Nel 2009 nacque il Movimento 5 Stelle, che non si diceva né di destra né di sinistra. Si diceva onesto.

I Cinque Stelle della morale hanno fatto una bandiera. Nel maggio 2014 Gianroberto Casaleggio chiuse la campagna per le europee in piazza San Giovanni. Ricordò l’intervista di Berlinguer, lo definì “una persona onesta” e chiese alla folla di gridarne il nome. Il coro del Movimento era sempre lo stesso, “Onestà! Onestà!”, e risuonò perfino al funerale di Casaleggio, nel 2016. La rabbia da cui nasceva era vera, perché la corruzione c’era e c’è ancora, e il Movimento un programma lo aveva, dal reddito di cittadinanza al taglio dei parlamentari. Ma con l’onestà al centro ha preso più del 25 per cento nel 2013 e più del 32 nel 2018, e ha governato prima con la Lega e poi con il Pd. L’onestà era un’identità più che una linea politica, e si adattava a qualunque alleanza. Poi sono arrivati i rimborsi mai versati, l’arresto del presidente del consiglio comunale di Roma, accusato di corruzione, le espulsioni a decine. Chi si proclama puro trova sempre qualcuno più puro di lui…

Non è una storia solo italiana. Secondo il PopuList, il censimento curato da più di cento politologi europei, nel 2022 un elettore europeo su tre ha votato partiti populisti, di estrema destra o di estrema sinistra. Jan-Werner Müller, in Cos’è il populismo?, ne dà la definizione più utile: una “visione moralistica della politica”, che oppone un popolo puro a un’élite corrotta. Per il populista l’avversario è prima di tutto cattivo. E la stessa mossa la ritrovi in chi passa le giornate a denunciare il buonismo: anche l’antimoralismo, a forza di prediche, diventa una morale. Me lo ha ricordato la mia risposta di qualche sera fa.

Grau, nel 2017, aveva spiegato da dove viene tutto questo. Quando il pane è garantito, la morale smette di costare e diventa identità e, oggi, anche un formato: il modo più economico per stare dalla parte giusta.

In questi mesi ho provato a guardare i ragazzi senza quel filtro, e non sempre ci sono riuscito.

Il ragazzo che a Torino ha messo uno specchio davanti alla polizia, a modo suo, diceva agli agenti quello che Berlinguer diceva agli altri partiti e che i Cinque Stelle hanno gridato per dieci anni: noi siamo diversi. Gliel’ha insegnato un Paese che ha fatto della questione morale una bandiera e che nel 2018 ha mandato l’onestà al governo. La lettrice si chiedeva se sappiamo rispettare le idee dei nostri figli. Io mi chiederei prima quali idee gli abbiamo lasciato. Temo soprattutto un pulpito.

Non ho ricette, e diffido di chi ne ha. Un criterio però sì, e viene da Max Weber, che nel 1919 distingueva l’etica della convinzione da quella della responsabilità. La prima si accontenta della buona coscienza, la seconda risponde delle conseguenze. Una morale che non costa niente vive della prima. Quella che costa qualcosa – uno stipendio portato a casa per altri, un argomento al posto di una diagnosi – vive della seconda. Rispettare le idee dei figli, allora, non vuol dire applaudirle, e nemmeno correggerle dall’alto. Vuol dire discuterle come si discutono quelle degli adulti, con argomenti e senza prediche. Per chi insegna, come me, vuol dire scendere dalla cattedra.

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