Società, cultura, storia e idee

Lupin, il ladro che conosce la Francia meglio dei francesi

Assane Diop conosce i codici della cultura francese abbastanza bene da entrare al Louvre e uscirne con la collana di Maria Antonietta. La serie Netflix gli concede il riscatto dell’eroe, mentre lascia fuori campo l’integrazione quotidiana di milioni di persone.

Assane Diop, interpretato da Omar Sy, appoggia la mano in guanto bianco a un portone blu cobalto, accanto a una serratura dorata. Sullo sfondo, due passanti e la Torre Eiffel illuminata.
Gianni Morelenbaum GualbertoGianni Morelenbaum Gualberto07/11/2026Aggiornato 06/11/202611 min lettura2.345 parole

Clifford Geertz, nel suo libro The Interpretation of Cultures del 1973, paragonava la cultura a una biblioteca vivente. Secondo lui, l’antropologo può leggere questa biblioteca osservando la società che la crea. Oggi, la televisione globale è diventata uno di questi testi: un palcoscenico dove la società, o chi la rappresenta, mette in mostra le proprie aspirazioni. Non è una cronaca fedele della realtà, ma piuttosto un riflesso dei desideri collettivi, il che la rende un materiale ricchissimo per un’analisi approfondita.

Prendiamo come esempio Lupin, la serie Netflix creata da George Kay e François Uzan, che è tornata sugli schermi con la quarta stagione nell’ottobre 2026. È diventata uno dei prodotti culturali francesi più esportati di questo decennio; la Francia la usa quasi come un autoritratto da mostrare al mondo. Molti dicono che la serie ritragga una società multietnica e tranquilla, lontana dai problemi delle banlieue, dall’ascesa dell’Islam politico o dalle tensioni che si vivono in Europa.

Però, questa interpretazione lascia qualche dubbio. Se guardiamo un dettaglio che sembra secondario, ma che per un antropologo è fondamentale, notiamo la mappa delle relazioni tra i personaggi. Il protagonista, interpretato da Omar Sy, ha relazioni con donne bianche. L’unica coppia maghrebina è formata dal poliziotto Youssef Guédira e dalla sua collega Sofia Belkacem, che appartengono allo stesso gruppo d’origine. Questo non è un caso. Nella storia e nella società, la scelta del partner non è mai solo una questione privata, ma serve a tracciare i confini di un gruppo.

Bisogna anche fare una distinzione importante: Omar Sy non è Arsène Lupin, ma Assane Diop. È il figlio di Babakar, un immigrato senegalese che lavorava come autista per i Pellegrini ed è stato accusato ingiustamente di un furto. Suo padre gli ha regalato i romanzi di Maurice Leblanc, che Assane usa come una vera e propria guida spirituale. Inoltre, Omar Sy non è un immigrato recente: è nato a Trappes nel 1978 da padre senegalese e madre mauritana. Quindi viene dalla periferia francese, non da un’immigrazione di ultima ora. Questa differenza è enorme. La serie non si limita a cambiare il colore della pelle a un eroe bianco, ma include persone che erano state escluse dal canone culturale.

Il Lupin originale di Leblanc, nato nel 1905, era un gentiluomo decaduto che sfidava la borghesia della Belle Époque. Assane non si limita a copiarlo, lo studia come uno studente che legge i classici per entrare nell’élite. Come direbbe Pierre Bourdieu, egli accumula un capitale culturale che la sua origine non gli avrebbe mai permesso di avere. Il suo primo colpo, il furto della collana di Maria Antonietta al Louvre, è un simbolo potente: un figlio di immigrati che si appropria di un tesoro nazionale.

Qui emerge la prima ambiguità: Assane conosce i codici della cultura francese meglio dei francesi “di origine”, ma li usa solo per rubare. Le istituzioni che incontra, come la polizia o la giustizia, appaiono spesso corrotte o razziste. Già nel 1951, Georges Balandier suggeriva di vedere la situazione coloniale come un sistema complesso di rapporti tra chi ha il potere e chi lo subisce. Lupin è proprio il fantasma postcoloniale di questo rapporto. L’assimilazione culturale, in questo caso, non apre davvero le porte della Repubblica, ma permette solo di entrarci con la forza.

Lo stile della serie è ottimista, elegante e pieno di ironia grazie alla figura del trickster, l’imbroglione che agisce con maestria. Il contenuto, però, trasmette una forte sfiducia verso lo Stato. Se pensiamo alle relazioni nella serie, possiamo citare Claude Lévi-Strauss, il quale spiegava che la regola dell’incesto serve a creare alleanze tra gruppi diversi. L’esogamia unisce le persone, mentre l’endogamia serve a mantenere i confini di un gruppo.

Se guardiamo Lupin con questi occhi, la struttura è molto chiara. Assane ha un legame con Claire, la madre di suo figlio, e in passato ha provato attrazione per Juliette Pellegrini. Al contrario, Youssef Guédira e Sofia Belkacem formano una coppia tra loro. Il protagonista nero si lega a donne bianche che prima lo avrebbero escluso, mentre i personaggi maghrebini restano uniti tra loro.

Anche se le citazioni di Frantz Fanon sono spesso usate a sproposito, il suo libro del 1952, Peau noire, masques blancs, resta fondamentale. Fanon descriveva il desiderio dell’uomo nero per la donna bianca come una ricerca di riconoscimento: se lei lo ama, lui si sente finalmente accettato nella civiltà del colonizzatore. Fanon non vedeva questo desiderio come qualcosa di positivo, ma come una ferita, una forma di alienazione. Lupin sembra seguire questo schema senza però criticarlo: il desiderio di Assane punta sempre verso la Francia dominante, e la donna bianca diventa il premio per la sua eccellenza. Anche la coppia maghrebina meriterebbe più attenzione: Youssef è il poliziotto che scopre il legame tra i furti e i libri, assumendo il ruolo dell’ispettore Ganimard dei romanzi, mentre Sofia è la sua collega. In pratica, i due figli dell’immigrazione si dividono i ruoli di Leblanc: uno è il ladro e l’altra è la legge.

Il sociologo Abdelmalek Sayad parlava della condizione dell’immigrato come di una doppia assenza: assente dal paese d’origine e assente dalla società che lo ospita. Guédira e Belkacem sembrano uscire da questa situazione non attraverso l’assimilazione sentimentale, ma attraverso lo Stato: la loro divisa sostituisce la letteratura. La loro unione è un’integrazione funzionale: mantengono i legami con la loro comunità, ma agiscono all’interno delle istituzioni. È un modello di gruppo che entra nella società senza rinunciare alle proprie radici. In passato, l’amministrazione coloniale usava la figura dell’évolué, l’indigeno istruito che si adattava ai costumi europei, per mostrare che il sistema era aperto, anche se la maggioranza restava esclusa.

Assane Diop è l’évolué del ventunesimo secolo: padroneggia la cultura alta, frequenta i salotti e parla il linguaggio delle élite. Il suo rapporto con le donne bianche non è una vittoria, ma mostra la logica dell’eccezione: il sistema ti concede tutto, ma solo se dimostri di essere completamente assimilato. Come spiegava Marcel Mauss, ogni dono va ricambiato. Nella serie, la donna bianca è il dono che la società fa all’assimilato, ma in cambio si chiede la rinuncia alla propria identità collettiva.

Pap Ndiaye ha descritto la condizione nera in Francia come quella di una minoranza senza un riconoscimento collettivo. L’évolué è la risposta della Repubblica a questa invisibilità: si premia l’individuo per non dover affrontare il gruppo. In fondo, nessuno tra i personaggi di origine extraeuropea possiede tutto: né la cittadinanza istituzionale, né il capitale culturale, né la mescolanza familiare. Questo è il vero sintomo: l’immaginario francese vede l’integrazione solo a pezzi, come un mosaico incompleto. È una forma di razzismo strutturale che non dipende dalle intenzioni degli autori, ma dalla narrazione stessa. È lo stesso schema di film come Indovina chi viene a cena? di Stanley Kramer, in cui il nero (Sidney Poitier) deve essere un medico eccezionale per poter stare con una donna bianca.

Infine, c’è il tema della religione. In Lupin, la laicità è totale, quasi invisibile. Guédira, Belkacem e Assane non mostrano alcun segno di fede, il che crea un distacco netto con la realtà. I dati dicono che la situazione è molto più complessa. Sebbene la secolarizzazione stia crescendo anche tra le famiglie immigrate, la religione resta un forte segno identitario per molti. Alcuni sondaggi indicano che l’interesse religioso sta crescendo tra i giovani musulmani rispetto alle generazioni precedenti. Anche se i politologi mettono in guardia sulla precisione di questi numeri, il trend è evidente. Nel 2025, il governo francese ha persino discusso un rapporto sulla crescita dell’islamismo dal basso, attraverso associazioni e comuni, confermando che la questione è tutt’altro che risolta. Si contano circa 139 luoghi di culto legati alla rete dei Fratelli Musulmani e altri 68 vicini. Parliamo del 7% dei circa 2.800 luoghi di culto musulmani totali, ma se guardiamo a quelli aperti tra il 2010 e il 2020, la percentuale sale al 10%. Il rapporto però chiarisce un punto importante: non ci sono documenti recenti che confermino un piano per imporre la sharia in tutta la società francese. Più che un’islamizzazione di massa, quello che si vede è una minoranza organizzata capace di influenzare una maggioranza che sta vivendo una sorta di re-islamizzazione culturale. Questo fenomeno si nota soprattutto nelle norme sociali, come l’abbigliamento, la separazione tra uomini e donne o il modo di vivere la scuola, piuttosto che nel numero effettivo di persone coinvolte.

C’è poi la questione dei finanziamenti stranieri provenienti dal Golfo, dalla Turchia e dal Maghreb, che lo Stato cerca di limitare da anni. Resta forte anche il ricordo delle rivolte nelle città, come quella scoppiata a giugno 2023 dopo la morte del diciassettenne Nahel, per tacere delle proteste dell’ottobre 2026.

Da un punto di vista antropologico, la re-islamizzazione dei giovani sembra un ritorno a una chiusura simbolica che la Repubblica aveva promesso di superare. Senza una vera possibilità di assimilazione individuale, secondo il vecchio modello dell’évolué, i gruppi tendono a chiudersi nei propri confini.

La Francia di Lupin rappresenta l’ideale repubblicano: cittadini di ogni origine, nessuna religione visibile, una lingua e una cultura comuni. La serie mostra anche la crisi, ma mette soprattutto in scena quell’utopia che rende possibile la re-islamizzazione. Qui torna in gioco il termine islamo-gauchisme, usato all’inizio degli anni Duemila da Pierre-André Taguieff per descrivere l’incontro tra certi settori della sinistra radicale e le correnti islamiste. Nel febbraio 2021, quando la ministra Frédérique Vidal chiese al CNRS di studiare il fenomeno nelle università, l’ente rispose che si trattava solo di uno slogan politico senza basi scientifiche. Il dibattito è rimasto spaccato tra chi vede un’alleanza precisa e chi pensa che il problema non esista affatto. In realtà, questa convergenza non sembra tanto un’unione ideologica, quanto il risultato di un cambiamento nel soggetto rivoluzionario: quando molti operai francesi si sono spostati verso la Destra nazionale, una parte della Sinistra ha cercato il proprio popolo altrove. Già nel 2011, un documento della fondazione Terra Nova suggeriva di costruire la nuova maggioranza di sinistra su giovani, laureati e minoranze, invece che sugli operai. Così, le popolazioni musulmane delle periferie sono diventate i nuovi dannati della terra, citando ancora Fanon.

Questo cambiamento ha radici profonde, come l’entusiasmo di Michel Foucault per la rivoluzione iraniana del 1978-1979. Il filosofo vedeva in quel movimento una spiritualità politica capace di sfidare l’Occidente. Già allora, la sinistra intellettuale attribuiva all’Islam politico quell’energia contro il sistema che il marxismo aveva perso, ignorando però il suo conservatorismo su temi come la condizione femminile, la sessualità e la libertà di coscienza. La contraddizione è palese: l’agenda culturale della Sinistra odierna non coincide con quella dell’Islam politico. I due si incontrano solo perché hanno un nemico comune, l’Occidente liberale e il suo passato coloniale, e condividono un linguaggio, specialmente quello dell’islamofobia, vista come una forma di razzismo. È un’alleanza negativa, che svanisce non appena si prova a proporre un modello di società concreto.

Gilles Kepel parla di radicalizzazione dell’Islam, mentre Olivier Roy parla di un’islamizzazione della radicalità: giovani ribelli che usano la religione come linguaggio per una rivolta che un tempo sarebbe stata marxista. La Sinistra vede nei musulmani i propri ribelli, e i ribelli trovano nell’Islam la loro causa.

In tutto questo, il legame con Lupin diventa inaspettato. La serie non è propriamente gauchista, ma può trarre in inganno. La sinistra decoloniale, che denuncia il razzismo strutturale, dovrebbe rifiutare Assane Diop come figura dell’évolué, ovvero quel mito meritocratico che premia un singolo lasciando tutti gli altri fuori. Lupin, invece, mostra il multiculturalismo liberale tipico delle piattaforme globali: la diversità come decorazione e il successo del singolo come riscatto.

Per questo la serie attira critiche da entrambi i lati: la Destra la accusa di nascondere le divisioni sociali, mentre la Sinistra decoloniale la critica per come copre le strutture di potere. L’ottimismo di Lupin nasce da una scelta commerciale: la serie è pensata per 190 paesi e deve avere un’identità facile da riconoscere. Ecco perché Parigi viene mostrata elegante e da cartolina, come un prodotto da esportare. Omar Sy è il volto perfetto per questo progetto; la sua fama mondiale è partita con Intouchables (“Quasi Amici”, 2011), un’altra storia di redenzione tra un ragazzo di periferia e un aristocratico bianco. Il cinema francese di successo ha trovato questa formula: riconosce la frattura sociale, ma la supera attraverso l’incontro tra eccezioni.

Alcuni studiosi leggono Lupin come una critica alle disuguaglianze o come un esempio di afropolitanismo popolare. Accanto a questa visione, però, esiste una tendenza più cupa, rappresentata da film come La Haine, Les Misérables o Athena, che mostrano le periferie come zone di scontro continuo con lo Stato. La Francia si divide così tra la storia dell’eccezione che riscatta e quella dell’assedio.

Manca però una terza via, quella dell’integrazione quotidiana, senza eroi o drammi, che riguarda milioni di persone che lavorano e vivono normalmente ma che restano invisibili. Nella finzione, l’integrazione diventa un rito riservato alla sfera privata o familiare, trasformandosi in un sogno raggiungibile solo per l’eroe. È la versione sentimentale del modello dell’évolué: Lupin non descrive la Francia reale, ma la rivede con il vecchio trucco repubblicano di accogliere l’individuo eccezionale. Il ladro gentiluomo nero che conosce la cultura alta è la versione romanzata dell’évolué coloniale. Personaggi come Youssef Guédira e Sofia Belkacem, che lavorano per lo Stato ma restano legati alle proprie radici, rappresentano l’opposto: ottengono l’integrazione attraverso ruoli istituzionali, ma è un percorso che spesso esclude le donne. La serie non mostra un’integrazione riuscita, ma un sistema di alleanze fragili senza una vera soluzione.

La realtà sociale conferma questa analisi in modo meno idealizzato. La re-islamizzazione di parte dei giovani non dipende solo dal proselitismo, ma è anche una risposta identitaria di chi ha ricevuto raramente le promesse della Repubblica. Alcuni nella Sinistra radicale hanno visto in questa risposta un nuovo soggetto di emancipazione, ignorando le contraddizioni con i propri valori. Inoltre, il multiculturalismo delle piattaforme digitali ha spesso ridotto la diversità a una questione puramente estetica.

Resta da capire se l’Europa riuscirà a costruire una narrazione diversa, capace di contrastare l’espansione dell’Islam fondamentalista. Serve una narrazione in cui l’integrazione quotidiana e collettiva diventi la regola per tutti e non il privilegio di pochi, passando dall’individualismo eroico alla solidarietà comunitaria. Finché questa idea non troverà spazio nella finzione, sarà difficile che entri nella politica. Per usare una metafora, il guanto bianco del gentiluomo continuerà a coprire una mano che, per entrare nella casa della Repubblica, deve ancora forzare la serratura.

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