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Milano vuole riconciliare i popoli. Cominci dai suoi cittadini ebrei

Il rabbino capo di Milano e la vicepresidente della Comunità ebraica lasciano la conferenza sulla pace dopo le parole della sindaca di Andria su Gaza. Per Sala, il problema è mettere insieme tutte le sensibilità.

Due poltrone vuote dietro un banco di legno scuro. Sul banco, un segnaposto con la scritta “Comunità ebraica di Milano” e un microfono con la spia rossa accesa.
Filippo PipernoFilippo Piperno07/11/2026Aggiornato 06/11/20263 min lettura573 parole

Alfonso Arbib, rabbino capo, e Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano (e collaboratrice di InOltre), erano andati a Palazzo Marino per una conferenza sulla pace. Sono usciti dopo aver sentito la sindaca di Andria, Giovanna Bruno, dire che a Gaza è in corso un genocidio. La conferenza, promossa dal Consiglio comunale, prometteva di fare della città un “ponte per la riconciliazione fra i popoli”.

Occorre ribadirlo una volta ancora: la parola genocidio applicata alla guerra di Gaza non è una parola neutra. Il sottotesto è quello del rovesciamento. Gli ebrei farebbero oggi ai palestinesi ciò che i nazisti fecero a loro. Così si banalizza la Shoah proprio mentre se ne sfrutta la forza evocativa. Sei milioni di ebrei furono assassinati da un apparato di persecuzione, deportazione e sterminio organizzato su scala europea, che arrivò a uccidere con metodi industriali. Ridurre quella storia a un capo d’accusa da ritorcere contro gli ebrei di oggi è un’operazione politica.

A Palazzo Marino quella parola ha spostato il discorso dal cordoglio per una guerra (scatenata da Hamas) alla più infamante delle accuse contro Israele. E sappiamo quanto facilmente quell’accusa scivoli dallo Stato ebraico agli ebrei, chiamati a risponderne anche a migliaia di chilometri da Gerusalemme.

“È un mondo in bianco e nero in cui le colpe sono tutte da una parte e le vittime tutte dall’altra”, hanno scritto Arbib e il presidente della Comunità ebraica, Walker Meghnagi, nella nota diffusa dall’AGI. Hanno ricordato la “volontà esplicita, dichiarata dall’Iran e da Hamas, di distruggere lo Stato d’Israele” e il 7 ottobre, “il più grande massacro di ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Nella stessa nota hanno parlato delle vittime e delle sofferenze di entrambi i popoli. I rappresentanti della Comunità ebraica, mentre contestavano un’accusa gravissima contro Israele, hanno trovato il modo di parlare anche delle vittime palestinesi. Eppure a spiegare come si costruisce la pace era stata invitata proprio la sindaca che, aderendo all’appello per il Nobel ai bambini di Gaza, aveva rivendicato quella scelta di campo a nome di tutta Andria.

È qui che la vicenda riguarda Milano. Arbib e Meghnagi hanno scritto che la demonizzazione di Israele alimenta “l’atmosfera di odio in Medio Oriente che purtroppo si respira anche qui”. Quel “qui” è Milano. Alfonso Arbib era a Palazzo Marino in quanto rabbino capo della Comunità ebraica milanese. Il governo israeliano risponde delle proprie decisioni. Il Comune di Milano risponde di come coinvolge i propri cittadini. Può anche darsi l’ambizione di riconciliare i popoli. Il primo dovere, assai più modesto, è accorgersi di ciò che succede nella propria aula quando una conferenza per la pace comincia con un’accusa di sterminio.

Interpellato a Palazzo Pirelli, Giuseppe Sala ha spiegato, secondo l’AGI, “quanto è difficile mettere insieme tutte le sensibilità”. Ha aggiunto che “non possiamo dire che sia impossibile, possiamo solo dire che è difficile”. Poi è arrivato all’incidente. “Una parola come quella di oggi”, ha detto, “scatena poi una reazione e quindi un problema in più”. È qui che si sente l’imbarazzo del sindaco. Dell’accusa di genocidio resta “una parola come quella di oggi”. Il “problema in più” compare quando qualcuno si alza per contestarla. Nella nota firmata con Meghnagi, Arbib aveva spiegato le ragioni della protesta. Sala ha risposto che è difficile mettere tutti d’accordo.

Palazzo Marino ha in programma nove incontri e una Carta per la pace. Per capire come è andata l’inaugurazione basta il verbale con due sedie vuote.

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