Italia: politica, istituzioni e società

La vanità e il narcisismo di quello specchio girato verso la polizia

Uno specchio rivolto agli agenti, un vassoio di dolci offerto al cordone: nelle piazze convivono esibizione morale e solidarietà concreta. Il narcisismo attraversa le generazioni, ma perché a catturare lo sguardo è sempre lo specchio?

Un giovane tiene uno specchio che riflette un reparto della celere in piazza Castello a Torino. Un agente è parzialmente visibile di spalle in primo piano.
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco03/11/2026Aggiornato 02/11/20266 min lettura1.156 parole

Venerdì, in piazza Castello, a Torino, un ragazzo si è messo davanti al cordone della polizia con uno specchio in mano. Lo teneva girato verso gli agenti in tenuta antisommossa. Si chiama Lorenzo, ha ventiquattro anni. “Io non ci credo che da piccoli volevate fare questo”, ha detto, e poi che i cattivi non esistono. Era il giorno dello sciopero generale contro il carovita e il riarmo, con cortei in oltre cinquanta città. Il video, girato da LaPresse, ha fatto il giro dei social.

Domenica ho letto su X: “Il narcisismo tossico di questa generazione prima o poi qualcuno lo dovrà studiare”. E mi è tornato in mente Alexander Grau. Nella recensione di Ipermoralità osservavo che quando arriva alle persone smette di confutarle e comincia a diagnosticarle. Narcisismo, infantilità, delirio. E io, leggendo quel post, avevo annuito. Una diagnosi, questa volta rivolta a una generazione intera.

Proviamo allora a fare il contrario. Di Lorenzo non so niente, e lo lascio stare. Guardo lo specchio.

Uno specchio girato verso qualcuno dice: guardati. Gli agenti, venerdì, ci avranno visto caschi e scudi. Ma chi regge uno specchio non ci si vede, e da casa nessuno ha visto quello che vedevano loro. Abbiamo visto lui. Il riflesso è rimasto agli agenti, l’immagine se l’è presa il ragazzo. Non so se Lorenzo cercasse la telecamera, ma in piazza uno specchio funziona così: il destinatario vero sta dietro l’obiettivo.

Poi c’è la frase. Dire a un poliziotto che da bambino non sognava quel mestiere dà per scontato che un lavoro debba essere un sogno, e chi quel sogno non l’ha realizzato abbia tradito qualcosa. È un’idea che regge finché il lavoro è un sogno da realizzare, e non uno stipendio da portare a casa per qualcun altro. Nella recensione la chiamavo la morale dei sazi: quella che nasce quando il pane è garantito e che, proprio per questo, non costa niente.

E “non esistono i cattivi” sembra la cosa più mite del mondo, eppure agli agenti toglie anche la dignità dell’avversario. Li trasforma in pazienti, gente che si è persa e che qualcuno deve riportare a casa. È la mossa che Grau attribuisce al moralista: l’avversario non lo confuta, lo diagnostica, perché “con i pazienti non si discute, i pazienti vanno curati”.

A Lorenzo ha risposto Luca Bizzarri, con un video su X. Ha detto che ci sono anche “un sacco di vanitosi che per farsi notare in piazza farebbero qualsiasi cosa”. Poi ha raccontato che cinquant’anni fa, in piazza, con una divisa più o meno uguale, c’era suo padre, carabiniere. Non sa se stesse realizzando i suoi sogni da bambino. Sa che portava a casa uno stipendio, e che quello stipendio ha aiutato il figlio a realizzare i suoi.

Allora, nel Sessantotto, Pasolini stava con i poliziotti, figli della povera gente, contro i figli della borghesia che tiravano i sassi. Oggi, accanto ai sassi, c’è chi porge uno specchio. È un passo avanti, e lo dico senza ironia. Ma tra chi compatisce e chi viene compatito la distanza è rimasta la stessa.

Lo specchio, venerdì, non era solo. A Roma, sotto il Ministero dell’Istruzione, una ragazza in tutù bianco e maschera ha ballato sulle punte davanti ai blindati, sulle note di “Bella ciao”. A Torino un’altra ragazza ha regalato fiori agli agenti in tenuta antisommossa. In via Pietro Micca, davanti al cordone, un ragazzo ha tirato fuori l’anello e ha chiesto alla fidanzata di sposarlo. Lei ha detto sì. Ogni gesto aveva due pubblici, e quello con il casco non era il più importante.

Sono quasi tutte citazioni. La ragazza con il fiore davanti agli uomini armati l’ha fotografata Marc Riboud nel 1967, durante una marcia contro la guerra in Vietnam. E “Bella ciao”, dopo La casa di carta, si balla anche in discoteca. Il fiore del 1967 stava davanti alle baionette, quello di venerdì davanti a un agente che a fine turno torna a casa. Non serve che chi rifà il gesto conosca l’originale. Basta che lo riconosca chi guarda: è così che un gesto diventa condivisibile.

La citazione meglio riuscita, però, l’ha fatta un’intelligenza artificiale. Il 26 ottobre su Facebook girava la foto di cinque poliziotti in testa a un corteo, a braccetto con i manifestanti, tra le bandiere tricolori. Chi l’aveva pubblicata la chiamava “una delle immagini più belle”. Era finta: Facta, il sito di fact-checking, ha contato le dita, e in qualche mano erano più di cinque. Una copia senza originale.

Ma Facebook non è il social dei ventenni: la voglia di vedere ragazzi e poliziotti a braccetto ce l’abbiamo anche noi che li guardiamo.

E non tutti si limitano a guardare. A Firenze, il 24 ottobre, uno dei volti simbolo del corteo è stato quello di Daniela, 78 anni. Chiedeva agli agenti di poter partecipare e li invitava a seguire i manifestanti, per vedere che nessuno volesse fare del male.

Venerdì, a Napoli, due ragazzi hanno portato vassoi di cornetti e sfogliatelle ai poliziotti che presidiavano l’ingresso del porto. Ai cronisti hanno spiegato che gli agenti non sono il nemico, sono “parte di noi, padri di famiglia”. Uno di loro ha raccontato che fa due lavori e non ha il tempo di seguire l’università.

Anche le sfogliatelle sono finite in un video, certo. Ma un vassoio di dolci non cita niente. Lo specchio dice agli agenti chi sono, il cornetto chiede soltanto se hanno fame. E chi fa due lavori sa già che un mestiere, il più delle volte, è uno stipendio con qualcuno a casa che lo aspetta.

Pochi giorni fa scrivevo che le fratture vere passano dentro ogni generazione, più che tra una generazione e l’altra. Venerdì passava tra uno specchio e un vassoio di sfogliatelle.

Non è stata una giornata di specchi e sfogliatelle. In piazza Castello, lo stesso giorno, ci sono stati lanci di uova e bottiglie e due cariche di alleggerimento. A Roma un gruppo di studenti ha provato a sfondare i cordoni per arrivare al Parlamento, con bottiglie e petardi: otto fermati.

E la polizia non è stata sempre quella dei padri di famiglia. Il 24 ottobre, sempre a Roma, ha accompagnato in commissariato alcuni ragazzini di tredici e quattordici anni, radunati davanti al liceo Albertelli per andare a un corteo.

Grau scriveva nel 2017 e pensava ancora alla televisione. Nella recensione mi chiedevo se l’ipermoralità non fosse più un formato che una fede. Venerdì il formato è sceso in piazza, e si è portato dietro tutto il varietà.

Il narcisismo c’è, ed è tossico. Ma non ha una data di nascita. Sta nello specchio girato verso un cordone di polizia, nella foto finta condivisa su Facebook, e anche in questo mio articolo. Quello che prima o poi qualcuno dovrà studiare, più del narcisismo di una generazione, è perché tra uno specchio e un cornetto guardiamo tutti lo specchio.

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  1. Mi sembra che l’uso dello specchio sia soltanto l’ennesimo oggetto o strumento utilizzato per innescare una polemica, che nel mondo dei social è di vitale importanza per avere facile visibilità e causare reazioni specialmente emotive che non fanno altro che aumentare la diffusione di certi contenuti alimentando lo stesso successo delle piattaforme social.
    E spiace dirlo, anche questo articolo ha contribuito e sta contribuendo a rendere tali polemiche così diffuse e discusse.
    Per cercare di spezzare questa catena di continua condivisione di simili contenuti con scarso scopo e utilità, dovremmo tutti impegnarci ad ignorarli o limitare al minimo le interazioni relative ad essi. Solo così si può sperare di migliorare l’ambiente di certe piattaforme e il tipo di politica interna per il business adottate dalle medesime. Perché non dimentichiamo ormai l’impatto di certi contenuti social su vari aspetti del nostro mondo e delle nostre vite, e dei danni che possono provocare.

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  2. Daniela Martino

    Grazie per l’ articolo, l’ho trovato molto interessante e ho apprezzato che alla fine lei includa anche se stesso nel discorso sul narcisismo. Una cosa, però, mi è rimasta in testa. Lo specchio viene analizzato a fondo, mentre il vassoio di sfogliatelle sembra quasi sottrarsi alla stessa lente. Anche chi porta i cornetti sta dicendo qualcosa agli agenti, e lo sta dicendo a chi guarda, presentandoli come “parte di noi” e come padri di famiglia. È un modo di assegnare loro un’identità, solo più rassicurante per chi osserva. E, come scrive lei, anche quel vassoio è finito in un video. Forse, allora, la differenza non sta tra un gesto vanitoso e uno genuino, ma tra due modi diversi di cercare approvazione, uno che si riconosce subito come esibizione e uno che ci appare come concretezza.
    Il passaggio su Pasolini, che secondo me contiene la questione più forte del pezzo, ci invita a chiederci come si distribuiscano oggi posizioni sociali e ruoli rispetto a una frattura che già allora separava chi indossava una divisa da chi stava in piazza. Chi regge lo specchio e chi sta nel cordone occupano probabilmente posti diversi nella divisione del lavoro e nel rapporto con la sicurezza di uno stipendio. È forse lì, più che nella sola appartenenza generazionale, che si radicano percezioni e giudizi morali differenti.
    Lei parla di formato e di video che circolano, ma a far girare un’ immagine non sono soltanto i gesti di chi la compie, contano anche le scelte di chi la ritaglia, la titola e la rilancia, spinto da incentivi che premiano ciò che si isola facilmente in una frase. In questo senso lo specchio parte già con un vantaggio che non dipende da chi lo tiene in mano. Se il cornetto ci sembra più onesto, è anche perché ci mette più a nostro agio. Ed è proprio questo, credo, a rendere la sua domanda finale così scomoda.

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  3. Il dibattito sulla messinscena delle ultime piazze — tra ragazzi che porgono specchi ai reparti mobili, ragazze in tutù davanti ai blindati e proposte di matrimonio a favore di camera — svela la vera linea di frattura del nostro tempo.
    Non è uno scontro tra generazioni, ma una faglia tra l’ipertrofia della performance virtuale e la durezza del principio di realtà.
    Contrapporre il moralismo dello specchio di Torino alla concretezza del vassoio di sfogliatelle portato agli agenti a Napoli significa isolare il sintomo di una regressione clinica e culturale che ha colonizzato i più giovani. Chi porge lo specchio dicendo al poliziotto “da piccolo non volevi fare questo” non sta cercando un dialogo. Sta compiendo un agito narcisistico eterodiretto, governato dal formato social. È l’incapacità di rinviare la reazione allo stimolo: si deve produrre l’immagine, la citazione, il contenuto condivisibile per il pubblico digitale, trasformando la piazza in un varietà ipermoralista.
    Questa non è ribellione, è l’adesione più servile e conforme all’algoritmo dei consumi. Ed è l’alibi perfetto del “signorino soddisfatto” che esige l’accesso immediato ai feticci di status senza saper concepire l’onere della disciplina, del sacrificio e della subordinazione a una Norma superiore. Il carabiniere o il poliziotto in tenuta antisommossa che resta silente, impassibile e apollineo davanti alla provocazione dello specchio non ha bisogno di essere “diagnosticato” o compatito dalla morale dei sazi. Custodisce l’argine dello Stato con un idealismo esigente che non cerca l’applauso della telecamera, ma risponde al dovere dello stipendio e della legalità democratica.
    Il paradosso finale è che guardiamo tutti lo specchio e pochissimo il cornetto di chi fa due lavori, perché la nostra classe dirigente ha espunto la parola responsabilità, preferendo la commozione confortevole del sociologo piangente alla fermezza normativa.
    Finché convalideremo le coreografie del risentimento invece di premiare la dignità della fatica individuale, continueremo a essere spettatori passivi del caos, dimenticando che lo Stato si salva con la tempra vincente del dovere, non con il moralismo delle pose.

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