Italia: politica, istituzioni e società
La vanità e il narcisismo di quello specchio girato verso la polizia
Uno specchio rivolto agli agenti, un vassoio di dolci offerto al cordone: nelle piazze convivono esibizione morale e solidarietà concreta. Il narcisismo attraversa le generazioni, ma perché a catturare lo sguardo è sempre lo specchio?

Venerdì, in piazza Castello, a Torino, un ragazzo si è messo davanti al cordone della polizia con uno specchio in mano. Lo teneva girato verso gli agenti in tenuta antisommossa. Si chiama Lorenzo, ha ventiquattro anni. “Io non ci credo che da piccoli volevate fare questo”, ha detto, e poi che i cattivi non esistono. Era il giorno dello sciopero generale contro il carovita e il riarmo, con cortei in oltre cinquanta città. Il video, girato da LaPresse, ha fatto il giro dei social.
Domenica ho letto su X: “Il narcisismo tossico di questa generazione prima o poi qualcuno lo dovrà studiare”. E mi è tornato in mente Alexander Grau. Nella recensione di Ipermoralità osservavo che quando arriva alle persone smette di confutarle e comincia a diagnosticarle. Narcisismo, infantilità, delirio. E io, leggendo quel post, avevo annuito. Una diagnosi, questa volta rivolta a una generazione intera.
Proviamo allora a fare il contrario. Di Lorenzo non so niente, e lo lascio stare. Guardo lo specchio.
Uno specchio girato verso qualcuno dice: guardati. Gli agenti, venerdì, ci avranno visto caschi e scudi. Ma chi regge uno specchio non ci si vede, e da casa nessuno ha visto quello che vedevano loro. Abbiamo visto lui. Il riflesso è rimasto agli agenti, l’immagine se l’è presa il ragazzo. Non so se Lorenzo cercasse la telecamera, ma in piazza uno specchio funziona così: il destinatario vero sta dietro l’obiettivo.
Poi c’è la frase. Dire a un poliziotto che da bambino non sognava quel mestiere dà per scontato che un lavoro debba essere un sogno, e chi quel sogno non l’ha realizzato abbia tradito qualcosa. È un’idea che regge finché il lavoro è un sogno da realizzare, e non uno stipendio da portare a casa per qualcun altro. Nella recensione la chiamavo la morale dei sazi: quella che nasce quando il pane è garantito e che, proprio per questo, non costa niente.
E “non esistono i cattivi” sembra la cosa più mite del mondo, eppure agli agenti toglie anche la dignità dell’avversario. Li trasforma in pazienti, gente che si è persa e che qualcuno deve riportare a casa. È la mossa che Grau attribuisce al moralista: l’avversario non lo confuta, lo diagnostica, perché “con i pazienti non si discute, i pazienti vanno curati”.
A Lorenzo ha risposto Luca Bizzarri, con un video su X. Ha detto che ci sono anche “un sacco di vanitosi che per farsi notare in piazza farebbero qualsiasi cosa”. Poi ha raccontato che cinquant’anni fa, in piazza, con una divisa più o meno uguale, c’era suo padre, carabiniere. Non sa se stesse realizzando i suoi sogni da bambino. Sa che portava a casa uno stipendio, e che quello stipendio ha aiutato il figlio a realizzare i suoi.
Allora, nel Sessantotto, Pasolini stava con i poliziotti, figli della povera gente, contro i figli della borghesia che tiravano i sassi. Oggi, accanto ai sassi, c’è chi porge uno specchio. È un passo avanti, e lo dico senza ironia. Ma tra chi compatisce e chi viene compatito la distanza è rimasta la stessa.
Lo specchio, venerdì, non era solo. A Roma, sotto il Ministero dell’Istruzione, una ragazza in tutù bianco e maschera ha ballato sulle punte davanti ai blindati, sulle note di “Bella ciao”. A Torino un’altra ragazza ha regalato fiori agli agenti in tenuta antisommossa. In via Pietro Micca, davanti al cordone, un ragazzo ha tirato fuori l’anello e ha chiesto alla fidanzata di sposarlo. Lei ha detto sì. Ogni gesto aveva due pubblici, e quello con il casco non era il più importante.
Sono quasi tutte citazioni. La ragazza con il fiore davanti agli uomini armati l’ha fotografata Marc Riboud nel 1967, durante una marcia contro la guerra in Vietnam. E “Bella ciao”, dopo La casa di carta, si balla anche in discoteca. Il fiore del 1967 stava davanti alle baionette, quello di venerdì davanti a un agente che a fine turno torna a casa. Non serve che chi rifà il gesto conosca l’originale. Basta che lo riconosca chi guarda: è così che un gesto diventa condivisibile.
La citazione meglio riuscita, però, l’ha fatta un’intelligenza artificiale. Il 26 ottobre su Facebook girava la foto di cinque poliziotti in testa a un corteo, a braccetto con i manifestanti, tra le bandiere tricolori. Chi l’aveva pubblicata la chiamava “una delle immagini più belle”. Era finta: Facta, il sito di fact-checking, ha contato le dita, e in qualche mano erano più di cinque. Una copia senza originale.
Ma Facebook non è il social dei ventenni: la voglia di vedere ragazzi e poliziotti a braccetto ce l’abbiamo anche noi che li guardiamo.
E non tutti si limitano a guardare. A Firenze, il 24 ottobre, uno dei volti simbolo del corteo è stato quello di Daniela, 78 anni. Chiedeva agli agenti di poter partecipare e li invitava a seguire i manifestanti, per vedere che nessuno volesse fare del male.
Venerdì, a Napoli, due ragazzi hanno portato vassoi di cornetti e sfogliatelle ai poliziotti che presidiavano l’ingresso del porto. Ai cronisti hanno spiegato che gli agenti non sono il nemico, sono “parte di noi, padri di famiglia”. Uno di loro ha raccontato che fa due lavori e non ha il tempo di seguire l’università.
Anche le sfogliatelle sono finite in un video, certo. Ma un vassoio di dolci non cita niente. Lo specchio dice agli agenti chi sono, il cornetto chiede soltanto se hanno fame. E chi fa due lavori sa già che un mestiere, il più delle volte, è uno stipendio con qualcuno a casa che lo aspetta.
Pochi giorni fa scrivevo che le fratture vere passano dentro ogni generazione, più che tra una generazione e l’altra. Venerdì passava tra uno specchio e un vassoio di sfogliatelle.
Non è stata una giornata di specchi e sfogliatelle. In piazza Castello, lo stesso giorno, ci sono stati lanci di uova e bottiglie e due cariche di alleggerimento. A Roma un gruppo di studenti ha provato a sfondare i cordoni per arrivare al Parlamento, con bottiglie e petardi: otto fermati.
E la polizia non è stata sempre quella dei padri di famiglia. Il 24 ottobre, sempre a Roma, ha accompagnato in commissariato alcuni ragazzini di tredici e quattordici anni, radunati davanti al liceo Albertelli per andare a un corteo.
Grau scriveva nel 2017 e pensava ancora alla televisione. Nella recensione mi chiedevo se l’ipermoralità non fosse più un formato che una fede. Venerdì il formato è sceso in piazza, e si è portato dietro tutto il varietà.
Il narcisismo c’è, ed è tossico. Ma non ha una data di nascita. Sta nello specchio girato verso un cordone di polizia, nella foto finta condivisa su Facebook, e anche in questo mio articolo. Quello che prima o poi qualcuno dovrà studiare, più del narcisismo di una generazione, è perché tra uno specchio e un cornetto guardiamo tutti lo specchio.
Gli altri articoli di Alessandro Tedesco sulla Generazione Z
La Generazione Z e i ragazzi che abbiamo dimenticato di essere stati
Tra B&B e bambine velate, Palermo interroga la nostra idea di società
Il paradosso di Malta: dove Dio si chiama Alla e la moschea si chiama Maria
Condividi






